gennaio 30, 2013

La Questione sionista e il Vicino Oriente. – Letteratura monografica: 2. Aleksander Solgenitsin: “Due secoli insieme. Ebrei e Russi prima della rivoluzione”: il pogrom di Kichinev.

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I due volumi di Aleksander Solgenitsin (1918-2008) ricostruiscono la storia dell’ebraismo in Russia negli ultimi due secoli. La traduzione italiana di “Due secoli insieme” è del 2007, mentre la prima edizione in lingua russa è del 2002. Di molti episodi noti in versione propagandistica l’autore russo, basandosi su fonti russe, ci fornisce una versione oggettiva, più aderente ai fatti storici realmente accaduto. Ricostruiremo nei limiti in cui ne saremo capaci i costi umani che Solgenitsin ha dovuto affrontare per la sua opera di verità. Il breve estratto che segue ha finalità didattiche e scientifiche e verrà prontamente rimosso in caso di richiesta da parte degli aventi diritto. Il brano che segue è tratto dal secondo volume dell’opera: Ebrei e Russi prima della rivoluzione (pp. 388-405). Abbiamo eliminato tutte o buona parte delle note originali, per le quali si rinvia all’edizione citata.  Al brano seguirà un nostro commentario ed apparato critico, come è nostra l’iconografica illustrativa del testo, tratta dalla rete.

*
Il pogrom di Kichinev 

Il pogrom di Kichinev iniziò il 6 aprile, ultimo giorno della Pasqua ebraica e primo giorno della pasqua ortodossa. (Non è la prima volta che osserviamo questo tragico legame tra i pogrom antiebrei e la Pasqua dei cristiani: nel 1881, nel 1882 e nel 1899 a Nikolaev - e questo ci colma di un dolore e di una inquietudine estremi).

Ricorriamo all’unico documento fondato su un’inchiesta rigorosa condotta a caldo, appena dopo gli avvenimenti. Si tratta dell’atto di accusa steso dal procuratore del tribunale locale, V. N. Goremykin, il quale «non ha citato un solo ebreo in qualità di accusato, cosa per cui fu aspramente vilipeso dalla stampa reazionaria». (Come vedremo, il tribunale sedette prima a porte chiuse per «non esacerbare le passioni», e l”atto d’accusa fu inizialmente pubblicato all’estero nell’organo di stampa emigrato di Stoccarda, Osvobojdenie [“Liberazione”]).

Il documento si apre con il resoconto degli «abituali scontri tra ebrei e cristiani così come se ne sono prodotti in tutti questi ultimi anni a Pasqua», e sull’«animosità della popolazione locale nei confronti degli ebrei». Vi è detto che «già due settimane prima della Pasqua [ ... ], erano circolate voci in città annuncianti che, per le future feste, vi sarebbero state delle aggressioni contro gli ebrei». Un giornale, il Bessarabets ("il Bessarabo"), aveva svolto qui un ruolo da attaccabrighe pubblicando «giorno dopo giorno, nel corso delle ultime settimane, articoli incendiari, fortemente antiebraici, che non passarono inosservati presso i funzionari di basso rango, gli scribacchini, del popolo poco istruito della Bessarabia. Tra gli ultimi articoli provocatori del giornale, ci fu quello che riferiva l’omicidio di un bambino cristiano nel borgo di Dubossary, perpetrato, secondo quanto riportato, da ebrei “a scopo rituale” (e correva un’altra voce in base alla quale un ebreo aveva assassinato una serva cristiana mentre questa si era, in realtà, suicidata).

E la polizia di Kichinev cosa fece? «Non dando alcun particolare credito alle voci», e malgrado il fatto che, «in questi ultimi anni,sopraggiungevano regolarmente risse tra ebrei e cristiani, la polizia di Kichinev non prese alcuna seria misura preventiva», non fece altro che rafforzare le pattuglie «per le feste, nei luoghi in cui la folla sarebbe stata più densa», aggiungendo ad esse uomini reclutati nella guarnigione locale. Il capo della polizia non diede alcuna chiara istruzione ai suoi graduati.

È proprio questa la cosa più imperdonabile: risse a ripetizione tutti gli anni per la Pasqua, voci di tale gravità - e la polizia incrocia le braccia. Un segno ulteriore dello stato di decadenza dell’apparato governativo. Perché delle due cose l’una: o si lascia andare l’impero (quante guerre, quanti sforzi dispiegati allo scopo di riunire, per oscure ragioni, la Moldavia alla Russia), o si bada al buon ordine che deve regnare su tutto il suo territorio.

Il pomeriggio del 6 aprile, le strade della città sono invase dal «popolo in festa», con «molti adolescenti» deambulanti tra la folla, così come persone alticce. I ragazzi si mettono a lanciare pietre contro le vicine case ebraiche, tirando sempre più forte, e quando il commissario e i suoi ispettori tentano di arrestare uno di loro, «vengono a loro volta colpiti da sassi». Degli adulti si mettono allora in mezzo. «La polizia non prese alcuna misura ferma per stroncare i disordini» e questi ultimi sfociarono nel saccheggio di due botteghe ebree e di alcune rimesse. In serata, i disordini si calmarono, «nessuna via di fatto era stata perpetrata quel giorno contro gli ebrei»; la polizia aveva arrestato sessanta persone durante la giornata.

Tuttavia, «all’alba del 7 aprile, la popolazione cristiana [ ... ], molto agitata, cominciò a raccogliersi in diversi posti della città e

gennaio 24, 2013

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Documentazione tratta da “Il Popolo d’Italia”: Cronache dell’anno 1921.

Home Q. sionista, ebraica, giudaica.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. «Il Popolo d’Italia» fu fondato da Vittorio Mussolini nel 1914 e percorre tutta la durata dello Stato fascista. Al momento non esistono archivio digitali in rete di questo quotidiano e pertanto il nostro spoglio si basa sulla consultazione in biblioteca dell’originale cartaceo. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dalla consultazione cartacea de “Il Popolo d’Italia”


1921
1920  ↔ 1922

Anno inizio spoglio: 1921.
Il Popolo d’Italia: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891 - 1892- 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 - 1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943.






Cap. 1

Top c. 1 13.1.1921 ↓ c.  3  → plus

Lettere dalla Polonia: gli ebrei di Vilna pe la Costituente 

Il Popolo d’Italia,
13 gennaio 1921

Si ha da Vilna che gli ebrei organizzati nei gruppi democratici della Lituania centrale sotto la presidenza dei noti agitatori politici dottori Chabad e Spiro hanno deciso di partecipare alle elezioni per la costituente della Lituania centrale. Il dott. Chabad in un’intervista ha dichiarato che secondo la sua opinione la dieta costituente eletta in base ai regolamenti comuni a tutti i paesi democratici dell’Europa sarà l’organo meglio adatto a pronunciarsi sulla sorte del paese. Secondo il dott. Chabad qualsiasi altra forma della consultazione popolare sarebbe inutile e ritarderebbe unicamente la soluzione del problema di Vilna che deve essere nell’interesse di tutte le nazionalità che compongono la sua popolazione – sarebbe a dire: polacchi, ebrei, bianco-ruteni e lituani – rapida.



Cap. 2

Top c. 1 18.3.1921 ↓ c.  3  → plus

La Polonia e la quistione ebrea

Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 66. p. 3
Venerdì, 18 marzo 1921

Titoli: Lettere da Varsavia. La Polonia e la quistione ebrea. I nativi e gli importati. Pretese legittime e pretese assurde.

(Dal nostro corrispondente particolare)

Varsavia, marzo.

All’Occidente in generale i polacchi hanno l’opinione dei mangia ebrei creatasi in seguito alla propaganda ebrea sui famosi «progrom» (l’origine della parola è russa e la prima applicazione si ebbe nel 1905 durante i famosi massacri degli ebrei compiuti a Kiszyniew nella Bessarabia). Qualunque alterco tra un polacco ed un ebreo in Polonia serve alla stampa ed alle agenzie ebree sioniste all’estero per denunziare al mondo un nuovo «pogrom». Basta dire che i soldati di Haller tornati dalla Francia nel 1918 ebbero la malaugurata ed ammettiamo pure, stupida idea di tagliar le barbe agli ebrei usi a portarle lunghe e sudicie generalmente, in quel periodo all’estero cominciarono a circolare le voci sui grandi «pogrom» antiebrei in Polonia, sulle migliaia e migliaia di vittime, mentre in origine trattavasi di qualche barba accorciata. Questo atto dei soldati represso dalle autorità militari, come un attentato all’onor del mento prese le proporzioni dei «pogrom».

La verità è che la Polonia oltre l’elemento ebreo nato in Polonia possiede una grande quantità di ebrei espulsi a suo tempo dalla Russia ed ora anelanti al ritorno impedito loro dallo svolgersi degli avvenimenti tra i due paesi e dalle circostanze di vita alimentare ed economica difficili in Russia. Questo elemento straniero in tutto agli agli usi ed ai costumi polacchi, nonché a quelli degli ebrei originari del paese, non si contenta dei diritti di ospite ma pretende dei diritti speciali.

Strane pretese

 Sotto l’impulso della propaganda di questo elemento straniero ebreo gli ebrei in Polonia incominciarono anche loro ad avanzare delle pretese alquanto strane se non addirittura assurde. Nel giornale ebreo pubblicato a Varsavia nel gergo denominato “yddish” – «Hajnt» – troviamo una simile dichiarazione del deputato ebreo alla dieta di Varsavia. Grunbaum: «…la lotta degli ebrei polacchi è sotto tutti i suoi aspetti una lotta per i diritti nazionali. Gli ebrei costituiscono una nazione differente dalle altre».

Nessuno tende a disconoscere agli ebrei la facoltà di credersi «una nazione differente dalle altre», ma gli stessi ebrei hanno preteso ed hanno ottenuto i diritti dei cittadini polacchi, inglesi, francesi, italiani ed altri, molto probabilmente allora essi partivano da un punto di vista ben diverso considerandosi unicamente come una comunità religiosa diversa dalle altre, ma non come una nazione. E se loro si considerano «una nazione» allora giustamente possiamo chiederci: cosa succederà se avverrà la contrarietà tra i loro interessi nazionali e gli interessi del paese ove essi risiedono?

Ed è strana pure la dichiarazione del Luciano Wolff nel memoriale della delegazione ebrea alla Lega delle Nazioni a Ginevra dove si dice testualmente così: «uno dei più grandi scopi dell’esistenza della Lega sarebbe nientemeno che la difesa degli ebrei dinanzi alle nazioni alle quali essi in apparenza appartengono.

Le successive manovre degli ebrei a Ginevra hanno portato al seguente risultato, nello statuto della Lega si dice che le lagnanze delle minoranze nazionali devono essere inoltrate per mezzo di un membro della Lega stessa, attualmente invece questo paragrafo è stato modificato e «le minoranze hanno diritto di rivolgersi direttamente alla Lega», sarebbe a dire le minoranze godono i prerogativi spettanti alle nazioni, vale a dire indirettamente: gli ebrei costituiscono una nazione.

La “Judeo=Polonia»!

Gli ebrei polacchi fino a poco tempo fa parlavano apertamente che a loro i diritti delle minoranze non possono bastare e che essi tenderanno ad ottenere l’autonomia nazionale. Gli ebrei più accesi parlavano addirittura che la Polonia non è soltanto la Polonia ma è la Judeo-Polonia. Lo stato polacco dovrebbe essere composto di due stati e gli ebrei in tal modo avrebbero un loro stato nello Stato polacco. Ora i polacchi possono concedere agli ebrei i diritti spettanti ad ogni cittadino della repubblica di Polonia, possono accettare le leggi speciali sulla protezione delle minoranze nazionali, perché l’Europa dietro la spinta degli ebrei predominanti specialmente in Inghilterra costringe loro ad accettarli ma in quanto  allo Stato ebreo nello Stato polacco, no!

Durante l’invasione bolscevica in Polonia purtroppo e specialmente in alcune località della Polonia orientale gli ebrei hanno dato prova di ciò che succede quando la loro concezione degli interessi nazionali contrasta con la concezione degli interessi della nazione alla quale essi «in apparenza» appartengono. I bolscevichi in queste località hanno avuto da parte degli ebrei un’accoglienza calorosissima e si sono formate pure le legioni ebree ausiliarie. Bisogna riconoscere che in alcune altre località gli ebrei polacchi hanno dimostrato il loro amore per la terra natia e che hanno fatto il loro dovere a pari con gli altri cittadini.

Vediamo pure dagli atteggiamenti degli ebrei di Vilna, dall’azione ebrea per l’Alta Slesia, che non si può accusare indistintamente tutti gli ebrei polacchi di ciò che commettono alcuni gruppi prevalentemente costituiti dall’elemento immigrato dopo l‘espulsione dalla Russia e sommamente antipatico alla popolazione indigena per la loro opera di russificazione svolta prima della guerra, di spalleggiamento a scapito della popolazione dei governanti stranieri odiati e detestati, per la loro arroganza nell’esprimere esternamente l’odio contro tutto ciò che era polacco e che simboleggiava la secolare lotta per l’indipendenza nazionale della Polonia. Questo odio ha causato indubbiamente qualche eccesso senza però aggiungere gli effetti voluti nelle asserzioni della stampa ebrea occidentale, dei «Jewish Espress, Jewish World, Jewish Times», ecc.

Nessuna azione sterminatrice

Ogni tanto, specialmente in Inghilterra, circolano le nuove voci sui pogrom compiuti o da compiere contro gli ebrei in Polonia ed ogni tanto gli ebrei si rivolgono al Foreign Office per l’intervento inglese. Non bastarono le ispezioni fatte in Polonia dai delegati americani ed inglesi di «nazionalità» ebrea per tranquillizzare gli ebrei inglesi, non bastano neppure le leggi sulla protezione delle minoranze firmate ed accettate dal Governo di Varsavia. Tutte le  difficoltà create dall’Inghilterra nella soluzione dei vari problemi concernenti la Polonia hanno la loro radice nelle manovre oscure di retroscena degli ebrei. La sfiducia palesemente e puerilmente dimostrata da Lloyd George verso le capacità polacche di esistere e di organizzarsi ha pure la sua origine  nei consigli di «nazionalisti» ebrei «in apparenza» appartenenti alla nazione inglese. E pure negli ultimi mesi dell’anno scorso la supersensibilità «nazionalista» ebrea ha inventato una preparazione di un «pogrom» a Leopoli. Il Foreign Office potrebbe confermare le nostre parole poichè si richiedeva nuovamente il suo intervento in favore di quelli che «dovevano essere pogromati».

La dichiarazione canadese in rispetto ai diritti delle minoranze è l’unica adottabile in riguardo agli ebrei: ogni straniero che intende scegliersi il domicilio fisso e la patria sul territorio di uno Stato deve sottomettersi alle leggi proclamate nell’ambito di questo Stato, diventare un cittadino leale ed obbediente, diventare un membro della società non parassitario e disgregatore ma contribuente al benessere generale. I nazionalisti ebrei sanno che le masse dei loro «compatrioti» in Polonia poco entusiasmo suscita il progetto del ritorno «alla culla degli avi» – in Palestina –, essi preferiscono o restare nel paese che loro ospita od andarsene in America, in Palestina non ci vanno di certo.

Poco a poco anche l’Europa occidentale incomincia a guardare attentamente le mene ebree nazionaliste e poco a poco essa si potrà convincere finalmente che la Polonia non condusse nessuna azione sterminatrice degli ebrei che godono dei privilegi specialmente nel senso del rito, particolari e che certamente non sarebbero concessi da nessun altro Stato e che da noi si perpetuano in virtù della tradizione secolare, sin da quando scappando dai paesi dell’Inquisizione gli ebrei in Polonia trovavano leggi di protezione emanate da quasi tutti i re polacchi sino all’ultimo: Stanislao Augusto.

Dinanzi agli ebrei in Polonia sta questo dilemma: o diventare cittadini leali e sinceri della repubblica o andarsene in Palestina; la lotta per lo Stato nello Stato non può essere tollerata e non sarà mai tollerata da nessuno degli Stati esistenti. E dall’Europa noi attendiamo la giustizia anche in questo campo, perché tra i molti «ismi» regalati alla Polonia v’è anche antiebraismo ossia antisemitismo.

Jan Lonski



Cap. 3

Top c. 1 5.5.1921 ↓ c.  3  → plus

Conflitti fra israeliti e arabi in Palestina.
Lo stato d’assedio a Gerusalemme


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 107 p. 5
Giovedì, 5 Maggio 1921
Londra, 4.
Secondo un comunicato del ministro delle Colonie il 1° maggio sono scoppiati disordini a Giaffa fra i comunisti israeliti ed alcuni operai arabi nel quartiere israelita di Giaffa. Il giorno successivo, i disordini sono ricominciati. Si dovettero far intervenire la forza ed automobili blindate. Una quarantina di persone sono rimaste uccise, di cui trenta israeliti e 10 arabi. Vi sono stati 142 feriti israeliti e 37 arabi. Alcuni negozi sono stati saccheggiati. Vennero operati 66 arresti. Oggi la calma è ristabilita.

A Gerusalemme è stata proclamata la legge marziale. Si segnalano soltanto alcuni incidenti isolati.

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Queste sono le prime conseguenze del malaugurato patto di San Remo!




Cap. 4

Top c. 1 10.5.1921 ↓ c.  3  → plus

Gli arabi in Palestina contro gli ebrei e gl’inglesi
350 fra morti e feriti


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 111
Martedì, 10 Maggio 1921


Parigi, 9.

Il Matin ha da Jaffa:

La Palestina continua ad essere teatro di gravi disordini. L’incrociatore inglese Calipso ha dovuto sbarcare ieri 300 marinai e l’alto Commissario britannico ha istituito una Corte marziale. Sono attese a Jaffa altre navi britanniche. A Naplause oggi sono stati massacrati parecchi ebrei. Nei dintorni continuano gli scontri sanguinosi e le zuffe per le strade. Il numero degli uccisi e dei feriti nella regione ammontano a 350.
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Anche il sangue che si versa in Palestina, come quello che si versa – ed è italiano! – nell’Alta Slesia, ricade nella sorniona, ignorante diplomazia dell’Intesa, che ha complicate le questioni, invece di risolverle.

Malgrado la reticenza e la laconicità dei telegrammi – quasi tutti di fonte inglese – la verità che non si può più celare oltre, è questa: dal primo maggio il mondo arabo che popola la Palestina è in piena rivolta contro gli inglesi e contro gli ebrei. Era facile prevedere ciò che accade. A S. Remo, cedenso alle pressioni dei sionisti polacchi e russi, fu conferito all’Inghilterra il mandato sulla Palestina allo scopo di creare in quella uno Stato ebraico che avrebbe dovuto raccogliere gli ebrei che circolano nel mondo slavo, poiché gli altri, quelli che circolano nelle società occidentali sono quasi tutti poco inclinati al sionismo e in massima parte compiono il loro dovere di cittadini nelle rispettive nazioni.

I signori diplomatici di S. Remo dimenticarono, prendendo la famosa decisione, che per far posto in Palestina, agli ebrei, che almeno da dodici secoli si sono fissati in quelle plaghe e non intendono abbandonarle. Dopo un anno dalla decisione di S. Remo gli ebrei orientali che sono accorsi in Palestina sono una quantità trascurabile: l’enorme massa dei fuggiaschi si è diretta a New York. E contro gli ebrei giunti in Palestina si sono scatenate le ostilità in primo luogo degli arabi (circa 600.000) che, a malgrado della più o meno diretta parentela semitica, nutrono un odio mortale contro gli «jaùdi»; in secondo luogo dei cristiani (corca 80.000) che hanno visto importati a Gerusalemme costumi e mode profane e moderne in contrasto stridente col carattere sacro della città e finalmente anche la colonia ebraica di Gerusalemme, composta da bigotti del Talmud guarda con sospetta diffidenza i nuovi arrivati che hanno delle arie di eretici o di emancipati. Non è esclusa una infiltrazione di elementi comunisti e bolcevichi. Col Mandato Palestinico l’Inghilterra si proponeva di creare una soluzione di continuità fra il mondo islamico orientale e quello occidentale, ma pare che il colpo le sia mancato. L’insurrezionale degli arabi in Palestina sta a dimostrare ancora una volta che le costruzioni arbitrarie e artificiose, non hanno lunga storia!

Cap. 5

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Albania e Palestina


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 148, p. 1
Mercoledì, 22 giugno 1921

Titoli: Memorabile seduta parlamentare. Un fortissimo discorso di Benito Mussolini. Scontro violento fra socialisti e fascisti. Un incidente Labriola-Giolitti. Il poderoso discorso di Mussolini.

[…] Altra punto doloroso della politica estera è quello dell’Albania abbandonata dalla Consulta.

Per la Palestina Mussolini ricorda il monito di Benedetto XV contro il falso ed effimero tentativo del sionismo britannico.

Per quanto riguarda la politica continentale Mussolini ha affermato che siamo di fronte ad una formidabile competizione di interessi e di egemonie tra Francia e Inghilterra, mentre l’Italia non ha una politica propria.

Dopo questa parte del discorso principalmente dedicata alla politica estera Mussolini è passato alla politica interna, mentre l’attenzione della Camera si faceva oltremodo intensa.


Cap. 6

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Brano sulla Palestina nel primo discorso parlamentare di Mussolini

Mussolini,
 Opera Omnia
Vol. XVI, p. 438-9
21 giugno 1921.
...Vengo ad un’altra questione, molto delicata.

È una questione che bisogna affrontare, prima di tutto perché la cronaca lo ha imposto, ed in secondo luogo perché, dopo l’allocuzione pontificia davanti al Concistoro segreto di giorni fa, non è più possibile ignorare che esiste una questione della Palestina.

Bisogna scegliere; bisogna che il Governo abbia un suo punto di vista. O sceglie il punto di vista sionistico inglese, o sceglie il punto di vista di Benedetto XV.

Credo di non tediare la Camera ricordando brevemente i precedenti della questione.

Il 2 novembre 1917 il Governo inglese si dichiarava favorevole alla questione della creazione, in Palestina, di un focolare nazionale per il popolo ebraico, restando bene inteso che nulla sarebbe fatto che potesse recare offesa ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, e ai diritti ed agli istituti politici, di cui godono gli ebrei in tutte le altre nazioni del mondo. In un secondo tempo le potenze alleate hanno adottato questa dichiarazione. Finalmente con l’articolo 222 del trattato di pace, sottoscritto il 20 agosto 1920 a Sèvres, la Turchia rinunziava a tutti i suoi diritti sulla Palestina, e le potenze alleate sceglievano come mandataria l’Inghilterra.

Ora, mentre le nazioni civili dell’Occidente non hanno modificato il regime comune di libertà per le diverse confessioni religiose, in Palestina è accaduto tutto il contrario, anche perché l’amministrazione di quello Stato in embrione è stata affidata all’organizzazione politica del sionismo.

Ma in Palestina ci sono seicentomila arabi, che vivono là da dieci secoli, e settantamila cristiani, mentre gli ebrei non arrivano che a cinquantamila. Si è così determinata una situazione straordinariamente interessante. Gli ebrei autoctoni, che hanno vissuto per secoli e secoli all’ombra delle moschee di Gerusalemme, non possono soffrire gli elementi che vengono dalla Polonia, dall'Ucraina, dalla Russia, perché hanno delle arie straordinariamente emancipate; e quelli che sono immigrati si sono già divisi in tre frazioni, una delle quali, che si chiama abbreviatamente Mopsi, è già iscritta regolarmente come frazione comunista alla terza Internazionale di Mosca.

Apro una parentesi, per dire che non si deve vedere nelle mie parole alcun accenno ad un antisemitismo, che sarebbe nuovo in quest’aula. Riconosco che il sacrificio di sangue dato dagli ebrei italiani in guerra è stato largo e generoso, ma qui si tratta di esaminare una determinata situazione politica e indicare quali possono essere le direttive eventuali del Governo.

Ora in Palestina si è determinata l’alleanza tra cristiani ed arabi, si è formato il partito della conferenza di Giaffa, che si oppone colla guerra civile e col boicottaggio ad ogni immigrazione ebraica, ed il 1° maggio ed il 14 maggio si sono verificati disordini sanguinosi, in cui ci sono stati qualche centinaio di feriti e vari morti, tra i quali uno scrittore di una certa fama. Ora, a quanto si legge sul Bulletin du Comité des délégations juives, a pagina 19, pare che il testo del mandato inglese per la Palestina debba essere sottomesso al Consiglio della Società delle nazioni nella prossima riunione di Ginevra. Ed io desidererei che il Governo accettasse, in questa questione delicatissima, il punto di vista espresso dal Vaticano.

Ciò è anche negli interessi degli ebrei, i quali, fuggiti ai pogroms dell’Ucraina e della Polonia, non devono incontrare i pogroms arabici della Palestina, ed anche perché non si determini nelle nazioni occidentali una penosa situazione giuridica per gli ebrei, in quanto, se domani gli ebrei fossero cittadini sudditi del loro Stato, potrebbero diventare immediatamente colonie straniere negli altri Stati…

Cap. 7

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Una missione di palestinesi a Londra
per un migliore assetto della Palestina


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 180, p. 1
Venerdì, 29 Luglio 1921

Roma, 28

È stata di passaggio per Roma in questi giorni la delegazione araba della Palestina, diretta a Londra, per perorare la causa della Palestina contro la minaccia del sionismo. Ne è presidente Musa Kasen Pascià, e ne fanno parte quattro musulmani e due cristiani, tutti nativi della Palestina.

Lo scopo del viaggio, è quello di esporre al Governo inglese la gravità della situazione creata in Palestina dalla politica sionista finora adottata e di ottenere una efficace tutela di palestinesi, tanto musulmani, quanto cristiani. La delegazione si propone anche di illuminare la opinione pubblica inglese e di ottenerne l’appoggio.

Passando per Roma i delegati hanno dichiarato di essere stati profondamente soddisfatti della protesta contro il sionismo fatta dal Papa, nell’ultima allocuzione concistoriale. La delegazione parte questa sera per Parigi donde proseguirà per Londra.


Cap. 8

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Il Congresso arabo di Ginevra


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 201, p. 3
Martedì, 23 Agosto 1921

 Da molto tempo la stampa europea e in genere quella mondiale hanno seguito con una certa larghezza il Problema Arabo. Ma raramente il gran pubblico ha potuto avere la cognizione esatta del deplorevole stato di cose ad oggi succeduto nei paesi arabi dalla firma dell’armistizio.

Divagazioni sull’argomento più che relazioni di «competenza». Il riattaccamento con l’estero e specialmente con i Paesi Arabi è una vera «probatio diabolica» e come sempre unica «spes» è limitata alle comunicazioni è limitata alle comunicazioni delle agenzie o alle corrispondenze di inviati speciali degli organi più potenti.

Tutti gli apprezzamenti alla leggiera hanno molto nociuto alla valutazione degli avvenimenti. E d’altra a noi sembra che su questa leggerezza e sulla incredulità si è giocato il «bluff» di alcune potenze nei riguardi dell’Oriente Arabo. Già esponemmo la cronistoria degli avvenimenti post-bellici che vennero maturandosi a proposito di una promessa e mancata costituzione di un Regno Arabo Indipendente.

Così che dopo una guerra combattuta con eguale fede da tutti i popoli del mondo materialmente e moralmente, ci troviamo oggi a rimirare un nuovo mastodontico imperialismo che minaccia l’esistenza delle nazioni giovanissime e soprattutto dell’Italia.

Fu agitato molto coreograficamente e clamorosamente il fantasma di una ferrea tutela per la costituzione delle nazionalità minori, le quali prima della guerra furono oppresse da abbominevoli dominazioni, si sono convocati celestiali plebisciti, tutta una fraseologia più che cristiana ha insuflato i polmoni dei fonografi diplomatici, ma alla fine gli unghioni hanno lacerato il drappo attutitore di velluto, e l’Alta Slesia, l’India, la Siria, la Palestina, offrono uno spettacolo ben convincente, ai più sfegatati ottimisti di questa Pace segnata a grandi caratteri sul frontone del tempio della Società delle Nazioni.

Ad esempio, nella Siria permane uno stato di cose impressionante, quantunque compaiano solo di volta in volta pillolette informative di questo «lontanissimo» Oriente, che si vuol veramente renderlo più lontano dalla vita politica occidentale, tuffandolo nel buio più fantastico e maligno.

Gli Arabi della Siria continuano la loro lotta per l’indipendenza. L’interno del paese è in fiamme. La linea Raiak-Aleppo è tagliata dai rivoluzionari bene armati e diretti da ufficiali dello Stato Maggiore che l’Agenzia Havas denunzia come briganti!

Briganti perché lottano per la loro santa indipendenza. Amara analogia con tutti gli eroici stati d’anima della storia di tutti i popoli liberi del mondo! L’ultima visita del generale Gourand ad Aleppo è stata fatta in automobile, guardata a poca distanza da una autoblindata, sei aeroplani e un corpo di guardia.

Nel frattempo Monsieur Briand pretende dall’alto dell’augusta tribuna della Camera, che: la Francia è in Siria per la espressa volontà del popolo siriaco, giungendo nel suo impeto lirico a dare l’impressione che i siriaci prenderanno le armi contro la Francia qualora questa un bel giorno si decidesse ad evacuare il paese.

Per rimettere ogni cosa nel suo giusto valore non solamente con questo grottesco paradosso, ma per tutto il sibillino lavoro di trucco, perché il mondo conosca quale è la verità, è imminente a Ginevra un Congresso Arabo. Lo scopo sarà duplice, una organizzazione generale siriaca e lo sviluppo della questione stessa innanzi alla Società delle Nazioni.

Così noi assisteremo a una fiera accusa all’opera malvagia compiuto in Oriente. Dalla Palestina è partita una commissione di sei membri, quattro musulmani e due cristiani, tutti mandatari accreditati della popolazione palestiniana. Essa propugnerà la revisione della politica sionista ed ha per animatore Moussa Kazim Al-Houssaïny pascià.

Questa delegazione di passaggio per Roma ha avuto le migliori accoglienze sia dal Governo italiano, sia dal Vaticano che si è mostrato molto soddisfatto per le proteste fatte contro il Sionismo nella Terra Santa. Il Congresso Arabo di Ginevra, a cui parteciperanno tutte le delegazioni arabe, assumerà una importanza grandissima per la...

materiale perché finalmente la luce ricompaia su questo «caos» nelle quali i fili intricati si sono sempre più addensati per una voluta campagna.

È il miglior momento perché l’Italia si renda edotta della situazione ora che anche dal Vaticano è venuta la solidarietà per gli interessi cristiani insidiati dalla invadenza della politica sionista. Se diecine di non sono valse a richiamare l’attenzione dell’Italia su queste terre mediterranee, ove pure le navi delle nostre fiorenti repubbliche marinare incrociarono apportandovi benessere e magnificenza e si ricollegano ai fasti delle più belle pagine e si ricollegano ai fasti delle più belle pagine della nostra storia medioevale, valga oggi il vivo nostro interessamento affinché preparati possiamo far valere la nostra parola di potenza civile e vittoriosa.

Così la Società delle Nazioni troverà il primo «commento» al suo famoso articolo 22 che lo spirito wilsoniano restrinse in sessanta righe di testo. L’articolo 22 concernente «i mandati» è antigiuridico e illogico perché non riesce a risolvere affatto la «traditio» di quelle terre che «à la suite de la guerre, ont cessé d’être sous la souveranité des Etats qui les gouvernaient precedemment et qui sont habités par des peuples non encore capables de se diriger eux-mêmes dans les conditions particulierment difficile du monde moderne».

Infatti si parla della cessazione della sovranità precedente, ma non è espresso quale sarà la sovranità che deve rimpiazzare l’altra decaduta. Gabriele Hanotaux ha rilevato questa manchevolezza, ma i diplomatici, imperterriti, non hanno colmato la lacuna. Si accenna ad una gradazione di mandati, essi dovranno differire a seconda del grado di sviluppo del popolo, a seconda della situazione geografica, a seconda delle condizioni economiche; va benissimo tutta questa premura, ma in quale considerazione appunto è stata tenuta?

In Siria vige ancora una amministrazione militare, ottantamila regolari francesi che costeranno centinaia di milioni, si ostinano ad assicurare la pace. Oh, prodiga fratellanza! Al contrario il popolo dichiara che la sua felicità sarà veramente grande quando potrà essere lasciato libero nel diritto di amministrarsi.

Così l’istituto plebiscitario è restato arida teoria giuridica quando si pensa alle licenze molto arbitrarie che questa o quell’altra Potenza ha creduto concedersi. Così si è avuto ancora una vera e propria colonizzazione, mentre nel mondo occidentale vagolava la figura novella della libera elezione di governo.

E ricordiamo che se una volta nel Congo vere battute da bracconieri facevano piazza pulita dei poveri abitanti dell’Africa, – questo vecchio continente paziente che ha il solo torto di essere abitato da una razza inferiore, per essere ancora il grande feudo del Mondo – oggi nella terra dei Profeti e dei grandi iniziati manovra tutta la strategia di campi moderni di guerra.

Sì, è stata una grande sublime aspirazione la Società delle Nazioni, ma l’aquila bianca che doveva levarsi a volo è caduta come un povero uccellaccio di cartapesta.

Alfredo Acito



Cap. 9

Top c. 1 ↑ 31.8.1921 ↓ c.  3  → plus


Il Congresso Siriaco di Ginevra.
Il travaglio acuto del mondo arabo


Il Popolo d’Italia,
Anno VIII, N. 208, p. 3
Mercoledì, 31 Agosto 1921

 (Dal nostro inviato speciale)
Ginevra, 29.

Immediatamente dopo aver lasciato il treno abbiamo colto l’occasione, nella sorridente e mite Ginvra, di avvicinarci al Congresso Siriaco che rappresenta il più grande avvenimento attualmente, nell£imminenza della spinosa questione slesiana e della riunione della Società delle Nazioni.

gennaio 20, 2013

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Tratte da “The Daily News” cronache dell’anno 1948: § 1: Ebrei ed Arabi ‘vicini’ ad un accordo.

Homepage || DN1 1948 prius / post
The Daily News fa parte del progetto Trove, coordinato con la National Library of Australia, ed include una collezione di giornali digitalizzati dal 1803 al 1982, accessibili con il motore Trove. Le annate disponibili del The Daily News vanno dal 1882 al 1950. Valgono per le fonti australiane gli stessi criteri di raccolta e sistemazione che abbiamo chiamato “a papiro” contenente in un solo post tutti gli articoli dell’annata senza interventi redazionali e quindi concepita per il più ampio numero possibile di fruitori. Nella redazione “a libro” con un post per ogni singolo articolo svilupperemo invece un nostro commentario. Un Indice analitico ed una Cronologia degli eventi menzionati conferiscono unità alle diverse e disparate fonti qui esplorate. 

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1948.  - Cronologia generale. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1948: 1. Journale de Jenève; 2. Gazette de Lausanne; 3. Luxemburger Wort; 4. The Sidney Morning Herald; 5. The West Australian; 6. Kalgoorlie Miner; 7. Townsville Bulletin; 8. Barrier Miner; 9. Mirror; 10. Advocate; 11. The Central Queensland Herald; 12. Camperdown Chronicle; 13. L’Unità; 14. L’Osservatore Romano; 15. La Stampa;
Cap. 1

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 Ebrei ed Arabi ‘vicini’ ad un accordo

The Daily News
Friday, 26 November 1948, p. 4


PARIGI, venerdì (AAP): 


Ralph Bunche (1903-1971)
Gli ebrei e gli arabi erano più vicini ad un accordo ora che in qualsiasi altro momento, da quando era iniziato la mediazione. Così il mediatore della Palestina Dr. Ralph Bunche ha detto oggi alla superiore Commissione politica dell’ONU. In precedenza, Henry Kattan, alto commissario per il mondo arabo, aveva detto che gli arabi erano pronti per un conciliazione alle seguenti condizioni:
  • che la conciliazione debba essere ricercata tra arabi e i pacifici, legittimi abitanti ebrei della Palestina;  
  • che essa essa debba essere ricercate senza tener conto di ogni altra precedente decisione o risoluzione sulla Palestina;
  • che ha la sicurezza della pace nel Medio Oriente bisogno di pace, di cui la Palestina è parte integrante, deve essere prese in considerazione.

Commentario 

1) La stessa notizia su Henry Katta, figura interessante, ma non passata alla storia, si trova nel Kalgoorlie Miner del 24 novembre. Ralph Bunche ebbe il Nobel per la pace nel 1950, e lo ebbe per le sue funzioni di mediatore nella stipula della tregua nella guerra del 1948 fra ebrei e arabi.

La questione sionista e il Vicino Oriente. – Documentazione tratta da “The Daily News”: Cronache dell’anno 1948.

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The Daily News fa parte del progetto Trove, coordinato con la National Library of Australia, ed include una collezione di giornali digitalizzati dal 1803 al 1982 e risorse online australiane. Le annate disponibili del The Daily News vanno dal 1882 al 1950. Valgono per le fonti neozelandesi gli stessi criteri di raccolta e sistemazione che abbiamo chiamato “a papiro” contenente in un solo post tutti gli articoli dell’annata senza interventi redazionali e quindi concepita per il più ampio numero possibile di fruitori. Nella redazione “a libro” con un post per ogni singolo articolo svilupperemo invece un nostro commentario. Un Indice analitico ed una Cronologia degli eventi menzionati conferiscono unità alle diverse e disparate fonti qui esplorate.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE

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SommarioAnno 1948 → 1.  Ebrei ed arabi ‘vicini’ a un accordo.  –   2.  –

Cap. 1

Top 26.11.1948 ↓  c. 2 →  plus

 Jews, Arabs ‘close’ to Agreement

The Daily News
Friday, 26 November 1948, p. 4

Jews, Arabs ‘close’ to Agreement
PARIS, Fri (AAP):

The Jews and Arabs were closer to agreement now than at any time since mediation began.
So acting Palestine mediator Dr. Ralph Bunche told the UNO major political committee today.

Earlier, Henry Kattan, for the Arab higher committee, said the Arabs were willing for a conciliation on the following terms:
  • That conciliation be sought between Arabs and peaceful, legitimate Jewish inhabitants of Palestine;
  • That it be carried on without regard for any previous decision or resolutions on Palestine;
  • That peace security needs in the Middle East, of which Palestine was an integral part, be taken into account.

x

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Tratte dal “Kalgoorlie Miner” cronache dell’anno 1948: § 1: Spartizione della Palestina: i terroristi sionisti.

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Cap. 1

Top ↑ 24.11.1948 ↓  c. 2 →  prius

Spartizione della Palestina:
i terroristi sionisti.
Kalgoorlie Miner
Wednesday, 24 November 1948, p. 5

Parigi, 22 novembre. -

Mr. Henry Kattan, per gli arabi della Palestina, ha detto alla Commissione Politica dell’ONU che tra 700.000 e 800.000 arabi (1) senza casa sono stati vittime di atti di aggressione indescrivibilmente oltraggiose da parte degli ebrei. I terroristi devono tornare nei loro paesi d’origine, ha detto.

Economicamente la spartizione ha violato ogni principio di giustizia. Essa si propone di dare gli ebrei il miglior terreno agricolo, incluso tutti gli agrumeti, anche se di proprietà degli arabi per il 53 per cento. Nella zona proposta agli arabi non ci sarebbe nulla da produrre, niente da esportare e nulla per vivere.



Commentario

1) Sono i numeri che corrispondono alle cifre della “pulizia etnica della Palestina” avvenuta nel 1948, ma senza che i grandi circuiti della stampa già all’epoca ne facessero menzione. Il controllo sionista dei media era già allora consolidato e antico nel tempo.

gennaio 19, 2013

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Tratte da “The West Australian” cronache dell’anno 1948: § 1: Il gran muftì chiede uno stato arabo

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The West Australian fa parte del progetto Trove, coordinato con la National Library of Australia, che include una collezione di giornali digitalizzati dal 1803 al 1982. Le annate disponibili del The West Australian vanno dal 1879 al 1954. Valgono per le fonti australiane gli stessi criteri di raccolta e sistemazione che abbiamo chiamato “a papiro” contenente in un solo post tutti gli articoli dell’annata senza interventi redazionali e quindi concepita per il più ampio numero possibile di fruitori. Nella redazione “a libro” con un post per ogni singolo articolo svilupperemo invece un nostro commentario. Un Indice analitico ed una Cronologia degli eventi menzionati conferiscono unità alle diverse e disparate fonti qui esplorate. 

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1948.  - Cronologia generale. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1948: 1. Journale de Jenève; 2. Gazette de Lausanne; 3. Luxemburger Wort; 4. The Sidney Morning Herald; 5. The West Australian; 6. Kalgoorlie Miner; 7. Townsville Bulletin; 8. Barrier Miner; 9. Mirror; 10. Advocate; 11. The Central Queensland Herald; 12. Camperdown Chronicle; 13. L’Unità; 14. L’Osservatore Romano; 15. La Stampa;

Cap. 1

Top ↑ 18.6.1947 ↓  c. 2 | ⤇  prius

Il gran muftì chiede uno Stato arabo
The West Australian
Wednesday, 18 June 1947, p. 9


Henry Gurney (1898-1951)
Il Governo della Palestina ha presentato ieri alla prima udienza della Commissione delle Nazioni Unite dati statistici  sulla Palestina. Il Segretario Capo del Governo (Sir Henry Gurney), dopo tre ore di camera di consiglio, ha fornito dettagli sull’amministrazione del territorio, la popolazione, i salari e l’occupazione.

Moshe Shertok (1894-1965)
Il Dr. Moshe Shertok (1), capo del dipartimento politico dell’Agenzia Ebraica, che sarà il primo testimone ebreo nella inchiesta odierna, ha descritto il boicottaggio arabo e l’inchiesta stessa come un sabotaggio destinato a preparare la strada ad una fase successiva, quando gli arabi potrebbero affermare che essi avevano il diritto di rifiutare le decisioni dell’ONU perché il loro caso non era stato sentito. Lo sciopero proclamato dall’Alto Comitato Arabo per protestare contro l’inchiesta è terminato nella serata di ieri senza incidenti.

Il Gran Muftì (1897-1974)
Haj Amin el-Husseini, il Gran Mufti in esilio, di Gerusalemme, in un messaggio letto in molte moschee in tutta la Palestina, chiesto ha l’indipendenza per la Palestina come uno Stato arabo. Ha chiesto «la cessazione della sperimentazione di un focolare nazionale ebraico», e anche la cessazione del mandato britannico e la sua sostituzione con un trattato simile a quello esistente tra la Gran Bretagna e l’Iraq e tra la Francia e la Siria.

Il Gran Muftì ha aggiunto: «Gli arabi sono pronti a negoziare con spirito ragionevole le condizioni alle quali si potranno salvaguardare ragionevoli interessi britannici e approvare le garanzie necessarie per la tutela dei diritti legittimi della popolazione ebraica e di altre minoranze in Palestina».

Un avvocato di origine russa, il signor Levitsky, ha annunciato che un appello di clemenza per i tre terroristi ebrei condannati a morte per la partecipazione al raid nel carcere di Acri il 4 maggio sarà depositata oggi presso l’Amministratore Generale al Comando in Palestina (Major Generale HA MacMillan). Gli uomini sono Meir (21) Nakar, calzolaio, Yacob Weiss (23), operaio, e Asyalon Habib (20), impiegato.

Irgun Zvai Leumi (l’organizzazione terroristica ebraica) ha inviato un messaggio alla Commissione ONU facendo una intercessione a nome dei tre uomini armati. Ha anche chiesto la soppressione del tribunale militare che li ha condannati e l’abolizione preventiva della deportazione ulteriore di rimpatriati.

I condannati sono stati spostati dalla prigione centrale di Gerusalemme nel carcere Acri. Le autorità hanno messo in guardia le truppe britanniche e la polizia di essere costantemente in guardia contro il pericolo di essere rapiti e tenuti in ostaggio.


Commentario


1) Il nome Shertok poi cambiato in Sharett, seguendo una prassi in voga di assumere nomi di ascendenza biblica per dare la parvenza di un radicamento sul territorio. Si veda al riguardo:...  Sulla figura di questo personaggio si legge il profilo che ne faceva su La Stampa del 17 giugno 1948 il giornalista Giovanni Artieri: Un ministro di Israele. Egli fu il primo ministro degli esteri dello «stato ebraico di Israele», proclamato unilateralmente alle ore 24 del venerdì 14 maggio 1948, un secondo prima che la Gran Bretagna cessasse dal suo Mandato il 15 maggio 1948. Questa della “unilateralità” della proclamazione dello stato è una situazione che si verifica oggi a proposito della pretesa dell’ANP o meglio della resistenza palestinese di avere il riconoscimento di statualità. Da parte israeliana viene opposto che tale riconoscimento deve avvenire su base negoziale con la stessa Isreale, ma nel 1948 non vi fu nessuna negoziazione con la parte palestinese e lo stato “ebraico” procedette in modo unilaterale, avendo però subito il riconoscimento e la copertura politica delle maggiori potenze dell’epoca.

gennaio 18, 2013

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Documentazione tratta da “L’Osservatore Romano”: Cronache dell’anno 1948.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

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tratta dall’archivio storico de “La Stampa


1948
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Cap. 1

Top supra   31.3.1948 ↓ infra ⤇ plus

Mitra sotto le sottane

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 69, p. 3
Mercoledì, 31 Marzo 1948



Titoli: Armi ed armati in Palestina. Mitra sotto le sottane. Gli inglesi non perquisiscono le donne. Mitra sotto le sottane
(Dal nostro Inviato speciale)

GERUSALEMME, marzo. – Tutte le volte che quelli dello Stern fanno un attentato, ci mettono la firma. Cosi non ci sono dubbi. Anche oggi il Palestine Post, l’organo ebreo di Gerusalemme, reca la notizia che ci sono stati quattordici morti a Caifa per lo scoppio di un carro colmo di esplosivo; ed in fondo c’è la solita formula: «Il gruppo Stern si è proclamato autore del fatto, the Stern Group claimed responsibility».

 Sottigliezza talmudica

Così ha fatto lo Stern per le tre bombe sotto un treno che uccisero, oltre a un undetermined number of Arabs ventotto soldati britannici e ventitre ebrei; perché non vanno tanto per il sottile, muoia Sansone e tutti i Filistei. Cosi hanno fatto per quei due piloti britannici degenti in un ospedale che ammazzarono a pugnalate profittando della indignazione popolare per lo scoppio alla via ben Yahuda, dopo che si era diffusa la voce (e magari l’avevano messa in giro loro) che l’attentato era stato commesso da poliziotti britannici. Vi ho già raccontato come sono andate le cose; e passato il primo sdegno, quelli dell’Agenzia Ebraica e il loro giornale, il Palestine Post, e tutti gli ebrei con cui ho parlato hanno deplorato con vive parole l’assassinio dei piloti e le altre malefatte del gruppo Stern; «Danneggiano la nostra causa, — hanno detto; — ci mettono in cattiva luce presso gli americani». «Perché non cercate di fargli intendere ragione?» ho chiesto ad uno dell’Agenzia. «Che volete? Contro quei pazzi ci vorrebbe la forza; e non possiamo mica fare una guerra su tre fronti». «Su tre fronti?». «Si, contro gli arabi, contro i britannici, contro i terroristi». «Ma se ammettete di essere in guerra contro i britannici, siete alleati di quelli dello Stern che dicono che il loro principale nemico non è l’arabo ma il britanno». «No, — rispose seriamente il mio interlocutore; — noi siamo in guerra con gli inglesi perché ci attaccano; quelli dello Stern perché li attaccano». Davanti a questa sottigliezza talmudica ho dovuto tacere, mormorando fra me: tu non credevi che io loico fossi.

 Il gruppo prende nome da un certo studente universitario Stern, che aveva radunato intorno a sé giovani vigorosi e risoluti al tempo della cosiddetta ribellione degli arabi. (Anni 1935-1939; gli arabi chiedevano: 1) un governo proprio in Palestina; 2) la proibizione di ulteriori vendite di terra agli ebrei; 3) l’immediata sospensione dell’immigrazione ebraica; la ribellione terminò, come è noto, quando il governo britannico con il cosiddetto Libro Bianco del 1939 accettò i punti due e tre delle richieste arabe e dette vaghe promesse per il primo punto. È stato detto che l’atteggiamento britannico in Palestina dal 1919 al 1939 rappresentò i tentativi dei successivi governi di Londra d’imporre la politica conseguente alla dichiarazione Balfour ad una maggioranza araba che non ne voleva sapere; dal 1939 in poi, dopo la pubblicazione del Libro Stanco, rappresentò l’intenzione di sostituire questa politica con quella opposta, d’imporre la volontà della maggioranza araba ad una minoranza ebraica che non ne vuole sapere. Il lettore che terrà presente questa definizione non avrà bisogno di altri lumi per capire l’attuale stato delle cose). Poiché in quegli anni gli arabi attaccavano spesso le colonie ebraiche, s’erano costituiti gruppi di coloni e di cittadini per difenderle, con armi e munizioni segretamente raccolte; e di quelle formazioni la più nota e diffusa divenne la Haganah. Lo Stern rimproverava alla Haganah di tenersi sulla difensiva, di agire solo se provocata, di cercare un crisma di legalità presso l’Agenzia Ebraica e le stesse autorità inglesi; lui era per un’azione rapida, immediata, terrorista; sempre presente, sempre minacciosa.

 I «fascisti»

Un giorno Stern cadde in un’imboscata con la maggior parte dei suoi seguaci; lui fu ucciso, gli altri imprigionati; ma un bei giorno gli arrestati si ritrovarono misteriosamente liberi — fu detto che le stesse autorità britanniche ne avevano facilitato la fuga, — e decisero di sciogliere il gruppo. Dopo qualche anno si sparse la notizia che il gruppo era stato ricostituito «perché gli inglesi avevano manifestato chiaro il loro pensiero, di non volere più andarsene dalla Palestina»; e se ne ebbe clamorosa conferma con l’assassinio al Cairo, il novembre del 1944, di lord Moyne, ministro di stato britannico per il Medio Oriente; di cui si diceva che fosse assai più benevolmente disposto verso il Sionismo di tutti gii alti funzionari britannici nel Medio Oriente. Oggi il gruppo è composto, chi dice di trecento, chi di ottocento membri; sono studenti, laureati, tecnici in gran parte; ammiratori della Russia; ma, mi spiegano, non tanto della Russia patria del comunismo quanto della .Russia imperialista che ha una sua politica antibritannica e antiamericana, e dalla quale sperano un intervento decisivo in Palestina a favore dello stato ebraico.

L’altro gruppo terrorista, che si è fatto una grande celebrità con atti violenti anche fuori di Palestina, è l’Irgun Zvai Leumi, letteralmente “Organizzazione militare nazionale”, che non va confuso con lo Stern; anzi i seguaci dell’uno e dell’altro si odiano; per quanto definiti “fascisti” senza discriminazione da quelli dell’Agenzia e dai benpensanti, timorosi che il terrorismo finisca con il danneggiare la causa dello Sionismo, lo Stern è definito gruppo di estrema sinistra; e l’Irgun Zvai Leumi gruppo di estrema destra, organo dell’I.Z.L. (Isedel), partito revisionista, ossia di estremo nazionalismo. Sono da tre a cinquemila, quelli dell’Irgun; partiti da una posizione di terrorismo indiscriminato, oggi che sono stati superati da quelli dello Stern inclinano a maggiore moderazione; da qualche tempo se ne parla meno, sui giornali; adesso si dice che abbiano concluso un accordo con l’Haganah per una collaborazione. Potrebbero essere, dell’Haganah, le pattuglie di punta, le squadre di azione, composte di volontari audaci; mentre l’Haganah diventa ogni giorno più una specie di esercito regolare.

Servizio a coppie 

Anche l’Haganah è cambiata per strada; sorta al tempo della “ribellione”, come ho narrato, come una forza per la difesa delle colonie, è oggi la forza ufficiale dell’Agenzia ebraica, destinata all’integrità delle regioni ebraiche e delle colonie, alla difesa delle strade percorse dalle colonne viveri, ed anche ad azioni di rappresaglia e ad imprese offensive contro le squadre arabe; conta dai 70.000 agli 80.000 iscritti, diremo meglio arruolati. Infatti ogni tanto si leggono ai muri e sui giornali veri e propri richiami alle armi dei giovani ebrei; il Palestine Post del 1° marzo recava un appello del Centro Nazionale di Censimento (Jewish National Census Service) che chiama alle armi “tutti i volontari con cartoline rosse e verdi”; ed un altro del Centro Nazionale di Servizio Militare (Jewish National Service Centre) che invita a presentarsi per essere iscritti in liste di arruolamento (registration) “tutti gli uomini di Tel Aviv dai 26 ai 35 anni”. Regolari reparti di frontiera dell’Haganah ho veduto a Tiberiade verso la frontiera siriana; bei ragazzi alti, robusti, eleganti nella solita uniforme all’americana; senza quell’aria spaurita e triste degli abitanti cittadini, ma con un piglio franco, aperto, sereno; e benché di ognuno si riconoscesse l’origine, la patria lituana, polacca o tedesca o africana o balcanica dei genitori, tutti con un non so che di comune nell’espressione, nei gesti, nello sguardo. E una sera in una piccola trattoria di Gerusalemme vidi entrare alcuni ragazzi, maschi e femmine, che rientravano dall’essere stati di scorta ai convogli di viveri che vengono da Tel Aviv, e che sono quasi sempre attaccati da squadre arabe. Giovanissimi, i ragazzi con giubboni di cuoio, le ragazze con grossi farsetti e gonne fin sotto al ginocchio. Mi meravigliai di quelle sottane; le ragazze ebree hanno un debole per i pantaloni. «Non sa? — mi dissero. — Fanno servizio a coppie, un ragazzo e una ragazza su ogni autocarro. Quando gli arabi attaccano, sparano con i mitra, lanciano le bombe. Cessato l’attacco, la ragazza si siede e si mette a sferruzzare, con le bombe nel petto e i mitra sotto la sottana. Se gli inglesi fermano la colonna per cercare le armi, perché hanno l’ordine di sequestrarle, non trovano nulla. Sono educati, gli inglesi, e si sa che le donne non le perquisiscono».

Paolo Monelli

Cap. 2

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L’attacco su tre fronti sta per essere sferrato

Nuova Stampa Sera, ult. ed-
Anno II, Nr. 93, p.1
Mar-Mer, 27-28 Aprile 1948

Titoli: Guerra dichiarata in Palestina. L’attacco su tre fronti sta per essere sferrato. Abdullah di Transgiordania, che sarebbe stato riconosciuto “Re della Palestina meridionale” al comando degli eserciti arabi. Mentre i combattimenti infuriano, gli Ebrei preparano una conferenza per risparmiare al Paese sangue e distruzioni.
 
Gerusalemme, martedì sera. –

Mentre gli Inglesi stanno rapidamente ritirando le loro truppe e sgomberando i campi dove queste si erano negli ultimi mesi raccolte, la guerriglia si è tramutata in vera e propria guerra che va estendendosi di ora in ora a tutta la Palestina. E la svolta ufficiale è stata segnata dalla dichiarazione dell’inizio delle ostilità belliche contro il sionismo fatta da re Abdullah di Transgiordania, le cui truppe hanno già occupato Gerico, 8 chilometri oltre il confine.

Re Abdullah — che secondo l’Agenzia Ebraica è già stato solennemente proclamato «Re della Palestina meridionale» assumerebbe personalmente il comando delle truppe unite di Transgiordania, Libano e Siria che marcerebbero assieme a quelle dell’Iraq e a reparti dell’esercito egiziano. La campagna verrà sferrata su tre fronti prima della fine del mese in corso, Re Abdullah di Transgiordania le cui truppe sono entrate in Palestina, seguendo così in grande stile alle operazioni preliminari in corso da questa notte. La grave decisione è stata presa al termine di una riunione segreta tenuta dalla Lega Araba, per conto della quale Abdul Azzam Pascià ha reso pubblica la seguente dichiarazione: «Il Sionismo ha sfidato gli Arabi e questi hanno accettato la sfida. Noi faremo tutto quanto è nelle nostre possibilità per sconfiggere gli Ebrei e restituire la Palestina agli Arabi».

Questo mentre l’artiglieria pesante del Re di Transgiordania apriva il fuoco su Acri e contro le posizioni tenute dalla Haganah a Caifa. Acri è stata investita da terra, da tutti i lati, da truppe ebraiche che si sono impadronite delle alture circostanti e hanno iniziato contro l’abitato un violento fuoco di mortai. Dal mare, velieri e motobarche hanno completato l’investimento col tamburamento di cannoncini. Un contingente di paracadutisti inglesi che si trovava nella zona chiedeva alle unità ebraiche di passare. Al rifiuto opposto gli inglesi aprivano il fuoco con le loro armi automatiche e passavano con tale protezione attraverso un varco creato in un settore ebraico.

A Giaffa da dodici ore sono in corso combattimenti di strada. Le forze dell’Haganah avanzano dalla Posta Centrale, sopraffacendo tutte le linee di difesa arabe. Violente esplosioni si sono verificate nei pressi della King George Avenue, la principale via della città. Le ultime informazioni dicono che i combattimenti stanno prendendo uno sviluppo eccezionale e che reparti della Legione araba di Transgiordania sono riusciti a penetrare nell’abitato prima che Giaffa venisse investita dagli ebrei.

Anche presso Tel Aviv e in molte altre località i combattimenti infuriano. In una nota trasmessa all’Alto Commissario britannico per la Palestina, Sir Alan Gunnlngham, che a sua volta l’ha inoltrata al Governo di Londra, re Abdullah di Transgiordania ha chiesto che agli arabi venga concessa la sovranità sulla Palestina, dopo che la Gran Bretagna avrà deposto il mandato su di essa. Inoltre Abdullah ha chiesto il controllo su Gerusalemme, Nazareth e Bethlemme in quanto luoghi santi per arabi, cristiani e mussulmani. Nella nota si precisa che agli ebrei verrà concesso un focolare nazionale.

A sua volta l’Agenzia ebraica, venuta a conoscenza della nota in questione, ha inviato un telegramma a re Abdullah nel quale si afferma che la pace in Palestina non potrà essere raggiunta con le minacce e le intimidazioni, ma unicamente con la tolleranza e la comprensione reciproca e propone una conferenza alla quale dovranno partecipare entrambe le parti, senza però la presenza degli estremisti «I quali mirano unicamente alle distruzioni ed agli spargimenti di sangue».

A Gerusalemme una violenta esplosione nei magazzini Silberstein, a quattro isolati di distanza dalla sede del consolato degli Stati Uniti, ha causato danni gravissimi all’edificio. Il console d’Italia a Gerusalemme avrebbe chiesto urgentemente al nostro Governo d’inviare una compagnia di marinai per proteggere il consolato. Si crede che la richiesta di protezione possa esser accolta.

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Cap. 3

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Truppe della Lega Araba cominciano ad affluire in Palestina

La Stampa,
Anno IV, Nr. 9, p. 1
Mercoledì, 28 Aprile 1948

Titoli: Truppe della Lega Araba cominciano ad affluire in Palestina. Gli ebrei uniscono le loro forze. Si attende una vasta azione su Gerusalemme.  Battaglia a Giaffa e a S. Giovanni d’Acri.

Londra, 27 aprile. – 

Una colonna di circa 10 mila uomini della Legione araba, in pieno assetto di guerra, è entrata in Palestina dalla Transgiordania per rinforzare il distaccamento accampato presso Gerico. Pare che l’obiettivo delle forze arabe sia Gerusalemme. La città santa è intanto premuta dalle forze ebraiche, che attaccano accanitamente i capisaldi della periferia. Un’offensiva araba è prevista lungo le rive del lago di Tiberiade, tra la città omonima e Nazareth. Nelle regioni settentrionali della Palestina, forze irachene e siriane sarebbero in procinto di iniziare azioni simultanee per una avanzata su Haifa. Dal Cairo sono partiti stamani treni carichi di truppa per ignota destinazione. In tutti i paesi arabi fervono preparativi di guerra e gli stati maggiori discutono piani comuni. Comandante in capo di tutti gli eserciti arabi è stato nominato Dwgi el Kaukgi.

Anche gli ebrei si organizzano e, dopo il dissidio sorto tra l’Irgun e l’Haganah a proposito dell’attacco a Giaffa, oggi il consiglio sionista ha ratificato la fusione delle due organizzazioni. Tutta la popolazione ebraica palestinese di ambo i sessi, dai 17 ai 25 anni, è stata mobilitata; nel bando, è previsto il richiamo di altri contingenti fino al trentacinquesimo anno di età. I capi militari starebbero preparando un’azione per far saltare il ponte di Allenby, sul Giordano, principale mezzo di collegamento fra la Transgiordania e la Palestina.

I combattimenti a S. Giovanni d’Acri ed a Giaffa sono continuati oggi con maggior accanimento dalle due parti, ma gli arabi oppongono, nei due centri, un’accanita resistenza. Elementi d’assalto sionisti sono riusciti a penetrare in due quartieri di Giaffa, superando la seconda linea difensiva. La popolazione araba continua l’esodo dalla città contesa a bordo di automezzi britannici, dirigendosi verso il Libano, ove sono già giunti oltre duemila profughi in condizioni miserevoli. A S. Giovanni d’Acri, una compagnia di paracadutisti inglesi, «diavoli rossi», che aveva chiesto invano alle forze ebraiche via libera, si è aperto un passaggio con l’uso delle armi.

Tutta la Palestina vive ormai in stato d’allarme e tutti si preoccupano di procurarsi scorte di viveri. L’autorità costituita non è più in grado di mantenere le comunicazioni e lo stesso ordine pubblico nei centri urbani è alla mercé dei più forti. A Tel Aviv un gruppo di ebrei armati, appartenenti probabilmente alla banda Btern, ha svaligiato la sede della Barklay’s Bank, impadronendosi di oltre 250 mila sterline.

La situazione in Terra Santa è seguita con particolare interesse a Londra. Re Abdallah, della Transgiordania, ha fatto pervenire al governo britannico, tramite l’alto commissario Cunningham, una richiesta perché venga concessa agli arabi la sovranità sulla Palestina alla prossima scadenza del mandato inglese. Nella nota egli precisa che agli ebrei verrebbe concesso un «focolare nazionale».

 Il capo dell’agenzia ebraica Moshe Ihertok ha dichiarato a sua volta oggi a Lake Success che appena si ritireranno le truppe inglesi i sionisti proclameranno lo stato ebraico di Palestina. Gli ambienti diplomatici londinesi mantengono il massimo riserbo sulle eventuali decisioni ed ignorano «ufficialmente» la dichiarazione di guerra di Abdallah al Sionismo. Si ritiene tuttavia che l’intervento delle forze transgiordane in Palestina potrebbe determinare una crisi nelle relazioni fra la Gran Bretagna con i paesi arabi. I commentatori governativi ripetono che non sarebbe giustificato per l’Inghilterra l'inizio di operazioni militari sia contro gli arabi che contro gli ebrei, tenendo conto che il mandato in Palestina scade tra pochi giorni.

Molte preoccupazioni desta però l’atteggiamento di Abdallah, specie una sua allusione ad un probabile appello alla Russia ed ai paesi satelliti. Il ministro degli Esteri Bevin ha sollecitato l’invio di relazioni particolareggiate dai funzionari britannici in Palestina e dal ministro inglese in Transgiordania, per rendersi esatto conto della situazione. Anche la presa di posizione egiziana interessa da vicino il Foreign Office, ma ancora nessun commento è stato fatto alla notizia che il governo del Cairo ha vietata la navigazione nelle acque territoriali egiziane per una fascia costiera di circa 20 miglia. Il provvedimento è interpretato come un passo preliminare verso il blocco della costa palestinese tenuta dagli ebrei.

Dispaccida. New York parlano del crescente allarme americano per il taglio dei condotti di petrolio dell’Iraq che sboccano ad Haifa. Quasi tutto il prodotto era stato prenotato per essere distribuito in Europa, secondo il Piano Marshall. Anche il Dipartimento di Stato segue con vivo interesse lo svolgersi della situazione in Palestina.


Cap. 4

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Tel Aviv bombardata all’alba da “Spitfires”

Nuova Stampa Sera,
Anno II, Nr. 108, p. 1
Sabato-Domenica, 15-16 Maggio 1948

 Titoli: Tel Aviv bombardata all’alba da “Spitfires”. Stava parlando alla radio il primo ministro dello Stato d’Israele e i boati delle esplosioni sono stati uditi a Gerusalemme come a Nuova York. Poi la trasmittente ha taciuto. Primi scontri in terra fra le forze nemiche, mentre dall’Egitto sta per scatenarsi l’offensiva di una divisione corazzata. La corvetta “Baionetta,, a Caifa e Giaffa, per prendere a bordo i nostri connazionali.

Gerusalemme, sabato sera.

«Gerusalemme è degli ebrei!». Con questo grido fu iniziata ieri la cerimonia di proclamazione del nuovo Stato d’Israele. Undici minuti dopo la proclamazione gli Stati Uniti riconoscevano il nuovo Stato, seguiti a qualche ora dal Guatemala e più tardi dalla Russia. Nello stesso tempo le forze transgiordane e quelle egiziane procedevano al loro ammassamento e i rispettivi comandi militari emanavano gli ordini per l’invasione della Palestina e la guerra contro gli ebrei.

Avevano così inizio i primi scontri in Terrasanta. L’Haganah occupava posizioni chiave a nord di Acri e attorno a Caifa, e nella stessa Gerusalemme fra cui l’ospedale governativo, la sede della Barelay Bank e l’ospedale italiano. Combattimenti si ingaggiavano e sono tuttora in corso alla periferia del monastero francese di Latrun dove gli arabi si sono trincerati. In questo momento i monaci francesi stanno cercando di fare raggiungere una tregua per risparmiare l’edificio da sicura distruzione. A sud di Gerusalemme gli arabi hanno invece occupato Kfar Etzion.

Ma la notizia più grave si diffondeva stamane. Il primo ministro dello Stato d’Israele, Ben Gurion, stava parlando alla radio di Tel Aviv e rivolgeva un appello alla cooperazione fra arabi ed ebrei per la pace, il progresso e il benessere dei due popoli, chiedendo l’aiuto delle «persone dabbene di tutto il mondo», quando d’improvviso la trasmissione si interrompeva. Furono uditi dei boati e poi una voce annunciare «Tel Aviv è bombardata da apparecchi nemici». Poi l’emittente ebraica ha taciuto.

Più tardi si è appreso che sei «Spitfires» avevano bombardato il porto ebraico di Tel Aviv. Si sa che gli apparecchi sono stati fatti segno al fuoco di armi normali, in mancanza di artiglieria contraerea. Ogni aereoplano ha lasciato cadere due bombe. La nazionalità degli Spitfires è fino a questo momento sconosciuta. Gli apparecchi portavano sulle ali un distintivo circolare grigio e nero. Le bombe sono state sganciate in picchiata. L’attacco è stato diretto particolarmente contro il porto e l’aerodromo.

Alle 11 Tel Aviv è stata sorvolata da apparecchi egiziani, che hanno lanciato manifestini scritti in ebraico, in arabo e in inglese. I manifestini dicono: Desistete da una resistenza che sarebbe inutile. In nome della pace, invitiamo tutti gli abitanti ad arrendersi e a issare bandiera bianca. Le armi, le munizioni e ogni altro materiale bellico devono essere consegnati nello stato in cui si trovano. Se la resa non avverrà, sarete trattati da aggressori».

L’intimazione è stata respinta, non solo, ma dovunque l’Haganah è passata all'offensiva. La radio dello Stato d’Israele ha così annunciato a mezzogiorno l’occupazione di San Giovanni d’Acri, aggiungendo che le forze israelitiche controllano già virtualmente tutta la Galilea occidentale. Anche qui a Gerusalemme l’Haganah ha agito con decisione e abbondanza di mezzi. Alle 12,30 l’intera città era nelle mani degli ebrei.

Dai centri arabi le notizie arrivano confuse. Si guarda con ansia all’azione dell’esercito egiziano. Tutto l’Egitto ha assunto l’aspetto di un Paese in guerra. Al Cairo sono stati arrestati stamane seicento ebrei e molti stranieri sospetti che con autocarri sono stati immediatamente avviati ai campi di concentramento predisposti in questi giorni. Molti sperano che in caso di necessità, la Turchia, la Persia e il Pakistan intervengano a fianco dei popoli arabi in lotta contro il sionismo.

Dal Cairo notizie non ancora confermate annunciano che diecimila soldati egiziani e una divisione corazzata stanno ultimando i loro preparativi d’attacco alla frontiera meridionale della Palestina. Re Faruk ha diretto un proclama alle truppe egiziane avanzanti in Palestina nel quale sottolinea «la missione di gloria affidata alle forze armate dell’Egitto» e conclude con queste parole: «Dio è con noi e per volontà di Dio la vittoria sarà nostra!». Da Roma è giunta, attraverso fonti diplomatiche, la notizia che la corvetta italiana «Baionetta» è salpata questa mattina per Caifa e Giaffa dove prenderà a bordo gli italiani che desiderano lasciare la Palestina.

Il bombardamento udito in America.

New York, sabato sera.
La «Columbia Broadsasting System» annuncia che mentre si udivano le parole di Ben Gurion: «In questo momento bombardano Tel Aviv» era possibile sentire i boati delle esplosioni.

Uno «Spitfire» abbattuto a Tel Aviv.

Tel Aviv, sabato sera.
L’Haganah ha annunciato ufficialmente che stamani è stato abbattuto uno «Spitfire» nemico nella regione di Tel Aviv. Sembra che il pilota, un egiziano, sia stato catturato. L’aereo è stato fatto precipitare nella seconda incursione compiuta nella mattinata su Tel Aviv, a tre ore di distanza dalla prima. Gli aerei hanno sganciato bombe ed hanno mitragliato vari obiettivi.

Si prega a Bagdad per la vittoria araba.

Cairo, sabato sera.
Nelle moschee di Bagdad vengono elevate preghiere per il successo delle armi arabe. In città la vita sembra continuare normalmente: nei bazar e nei piccoli centri caffè sulle sponde del Tigri gli arabi svolgono la loro solita attività e non si vedono soldati né automezzi militari. I prezzi però hanno cominciato ad aumentare e fra la popolazione si manifesta la convinzione che la lotta sarà dura e forse lunga, sebbene tutti manifestino la certezza della vittoria finale.

In festa gli ebrei questa notte a New York.

New York, sabato sera.
L’annuncio del riconoscimento del nuovo stato d’Israele da parte del governo di Washington è stato accolto con gioia profonda da tutti gli ebrei degli Stati Uniti. Centinaia di giovani israeliti hanno inscenato manifestazioni entusiastiche nella «Times Square» dove hanno trascorso quasi tutta la notte cantando ed agitando bandiere.

Alzabandiera a Roma all’«Agenzia ebraica».

Roma, sabato sera.
Questa notte numerosi israeliti si sono riuniti nella sede della delegazione dell’«Agenzia ebraica» in Italia, in via Reno n. 2, per la cerimonia dell’alzabandiera, primo atto solenne nell’istante della proclamazione dello Stato ebraico.



Cap. 5

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Primo giorno di guerra in Palestina

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 108, p. 1
domenica, 16 maggio 1948

Titoli: Gli Arabi contro lo Stato d’Israele. Primo giorno di guerra in Palestina. Quattro incursioni su Tel Aviv. Popolazione di una colonia ebraica massacrata. Intrighi e interessi.
I fatti della Palestina rientrano nel quadro del dissolvimento dell’impero britannico. La Terra Santa, non colonia inglese, né dominio, era solo sottoposta a mandato; tuttavia il capitolo della storia d’Inghilterra in cui si parla di abbandono di territori sui quali aveva sventolato l’Union Jack si è incominciato a scriverlo appena dopo l’ultima guerra, quando l’esausto vecchio e grande impero, ha dovuto rinunciare alla difesa a tutti i costi delle antiche posizioni, cedendo lo scettro mondiale agli Stati Uniti. Dall’India si è ritirato l’anno scorso dopo circa due secoli e mezzo, e ieri si è ritirato dalla Palestina, dopo ventisette anni.

Stragi e lutti non ancora finiti successero in India al tramonto della dominazione britannica e in Palestina abbiamo guerra dichiarata fra ebrei e arabi: ci rattrista l’averlo profetizzato già nel dicembre e più tristi saremo se, non sopravvenendo una tregua o un accordo, il conflitto avesse per gli ebrei, oggi in preda a un meraviglioso entusiasmo, l’esito da noi temuto. Ma il conflitto non sarà facile limitarlo agli arabi e agli ebrei della regione, giacché Paesi arabi confinanti sono intervenuti e altri forse interverranno. C’è nello sfondo una rete di intrighi, di gelosie, di interessi che ostacola terribilmente la soluzione. Se re Faruk fa gli auguri al comandante delle sue truppe destinate ad agire oltre la frontiera, questo ad esempio vuol dire che il sovrano egiziano tiene nel mondo arabo al posto di primus Inter pares.

Faruk, in certo senso, sta alle calcagna di re Abdallah di Transgiordania troppo ligio agli inglesi, che lui non ama:. Faruk non può permettere che la crisi palestinese si risolva ai suoi danni con un ingrandimento della Transgiordania, base militare britannica del Levante, ed entra in guerra per accaparrarsi il diritto di dire la sua il giorno dell'epilogo. Sbagliano quanti pensano che Abdallah, occupata che abbia la parte araba della Palestina, si arresterà rispettoso ai confini del novello Stato ebraico: gli arabi di tutto il Levante non vogliono che con una passeggiata militare egli ingrandisca il suo reame, bensì si aspettano la libertà della Palestina intera.

II Muftì di Gerusalemme sta a Damasco assieme a Fauzi Kaugi, e alla corte di Ibn Saud gode di asilo quel Rashid el Gailani che nel 1941 osò scatenare nell’Irak una sommossa anti-inglese: e contro l’Inghilterra l’Irak ha osato ribellarsi di nuovo tre mesi addietro, rovesciando il Governo che aveva sottoscritto un trattato il quale riportava il Paese alle condizioni di sette anni fa. Abdallah di Transgiordania queste cose le conosce molto bene.

Le conosce oramai molto bene la stessa Inghilterra. Perciò oggi esita a imitare il gesto americano del sollecito riconoscimento de facto dello Stato di Israele. Il Presidente degli Stati Uniti non ha, purtroppo, trattato il problema palestinese colla fermezza che caratterizza altre sue azioni: un giorno l’ha preoccupato il voto degli influenti elettori ebraici in America e all’indomani si è tirato indietro a motivo degli interessi petroliferi americani del vicino Oriente; un giorno ha intimato all’Inghilterra di lasciare subito immigrare in Palestina centomila ebrei e quando l’Inghilterra ha deciso di cavarsi fuori dagli impicci restituendo il mandato alle Nazioni Unite, ha approvato un programma di spartizione che poi lo ha reso perplesso. Non si è voluto schierare né contro gli arabi né contro gli ebrei.

Per ultimo l’ha impaurito la visione dell’intervento russo in Palestina che senza dubbio sarebbe stato inevitabile se il Consiglio di sicurezza dell’U.N.O. avesse deciso un’azione collettiva di polizia: sarebbero passati i russi per i Dardanelli o per la Persia? E si sarebbero poi ritirati al termine del compito comune? Chi ponga mente alla politica svolta da Washington in Turchia, in Persia e in tutto il bacino del Mediterrano, riconoscerà che quel tipo di azione collettiva era impossibile. Ma ciò non vieta alla Russia di approfittare ugualmente della confusione palestinese, dato che forti gruppi ebraici, spinti dalla disperazione, volgono lo sguardo verso Mosca che non è per nulla propensa, ne siamo convinti, a compromettersi né per gli ebrei né per gli arabi. Tale e quale come l’America.

Oggi noi escludiamo che la guerra — una piccola guerra, ma sanguinosa e dolorosa lo stesso — possa essere soffocata sul nascere: occorreranno tempo, sacrifici e pazienza, né crediamo che dal conflitto possa scaturire un consolidamento della posizione degli Stati occidentali nel Levante. Altre tendenze ispirano le azioni dei popoli orientali, dal Mediterraneo al Mar Giallo e al Pacifico, e così quelle degli arabi dal Mediterraneo all’Atlantico. E il meglio è forse che ad un accordo in Palestina gli ebrei e gli arabi arrivino da soli, potendo interferenze straniere provocare maggiori sciagure.

 Italo Zingarelli


Cap. 6

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Una lotta aspra

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 108, p. 1
domenica, 16 maggio 1948

Titoli: Una lotta aspra. L’offensiva araba si delinea su tre direttrici. I sionisti decisi a battersi fino all’estremo.

(Nostro servizio particolare)
Tel Aviv, 15 maggio.

Lo Stato di Israele ha un giorno di vita. E un giorno di vita ha pure la «guerra» vera e propria. L’Haganah ha cessato di esistere, sotto tale nome, e si è trasformata in «esercito di Israele». La formazione ebraica ha quindi perso il carattere di «corpo di polizia» per acquistare quello di reparto combattente, agli ordini del nuovo governo.

Dopo l’entusiasmo e l’ottimismo di questa notte nella nuova capitale, è subentrato un sentimento di serietà e gravità. Gli ebrei sono perfettamente coscienti della situazione, e sanno che le forze arabe sono decise a tutto. Anche i primi successi ebraici contro posizioni locali arabe, sembra facciano parte di un piano prestabilito da parte dell’alto comando arabo. Infatti le formazioni della legione araba, allo scadere dell’ora zero, si sono tutte ritirate su isole di resistenza tenendo impegnate saldamente le forze ebraiche partite con decisione all’attacco. Lo scopo di questa manovra sembra chiaro: legare gli ebrei ad una guerra di posizione, per dar tempo agli eserciti di invasione, che urgono da tutte le frontiere, di coglierli alle spalle.

Le direttrici di marcia sono per il momento tre: dal Libano, dove colonne corazzate hanno investito il caposaldo di Dan, dalla Transgiordania che ha visto l’occupazione di Gerico, e dal sud, da parte egiziana, di dove però non si registrano azioni di movimento. Gli ebrei hanno sferrato la offensiva contro le posizioni della Galilea occidentale, che dichiarano ormai in loro possesso, e sulla rotabile Tel Aviv-Gerusalemme, che deve essere mantenuta libera, per permettere il flusso dei rifornimenti alla Città Santa.

L’azione aerea su Tel Aviv ha permesso di registrare fino a questo momento quattro attacchi: il primo contro il porto e l’aerodromo, terminato con l’incendio di un capannone e di un apparecchio al suolo, il secondo e il terzo respinti dalla caccia israelita. Probabilmente il terzo era diretto contro le due navi ebraiche provenienti da Cipro e da Marsiglia con a bordo un migliaio di profughi. Il quarto è avvenuto nelle tarde ore del pomeriggio sulla città.

Gli attacchi però non sono riusciti. La caccia ebraica si è levata tempestivamente, respingendo con pronta azione gli aerei cacciabombardieri egiziani, i quali hanno rotto immediatamente il contatto. Un aereo è stato abbattuto, ed il pilota si è salvato col paracadute, venendo immediatamente fatto prigioniero. Era un ufficiale egiziano proveniente da un corso di addestramento seguito l’inverno scorso negli Stati Uniti.

 Ma questo riferimento alla America, anche nel campo arabo, non ha sminuito la popolarità alla quale sono immediatamente assurti gli americani, dopo la dichiarazione di Truman, che ha riconosciuto lo Stato di Israele. Un portavoce del governo di Israele, interrogato in proposito allo svolgimento delle operazioni, affermava questa sera che la situazione, pur mantenendosi per il momento nettamente favorevole all’iniziativa sionista lascia adito a poche speranze. La disparità delle forze è troppo evidente. Tuttavia, ha aggiunto il portavoce, la decisione di proseguire è fermissima nell’animo di tutti. Anche se la vita ufficiale del nuovo Stato ebraico dovesse essere di breve durata, egli ha precisato, si tornerebbe alla lotta clandestina, in cui gli ebrei sono maestri, e si continuerebbe a combattere fino all’ultimo uomo e fino all’ultima cartuccia. Un fattore indiscutibilmente positivo anche nella probabilità di questa evenienza è rappresentato dall’apporto di forze nuove che giungono a migliaia da tutti i paesi europei. Oggi per la prima volta due navi sono entrate nel porto di Caifa ed una proveniva dall’Italia.

A Tel Aviv la situazione è calma. La città è rimasta oscurata nella notte, facendo vivo contrasto con la vicina Giaffa, illuminatissima. La linea di confine è guardata da reparti dell’esercito e della Irgun, che controllano la cosiddetta terra di nessuno, alla ricerca di mine. Ma oltre questa linea, come già prima, non si può circolare e chiunque viene sorpreso a oltrepassare la zona limite — dice un comunicato dell’esercito — verrà fatto segno a fuoco immediato senza preavviso. La intera popolazione della colonia ebraica di Kfar et Zion è stata massacrata dagli arabi.

In serata si è appreso che le truppe egiziane hanno occupato Gaza a 32 Km. oltre la frontiera palestinese. Dalle linee di combattimento dispacci dell’ultima ora rendono noto che da parte araba l’impiego di mezzi è eccezionalmente notevole e modernissimo. Si parla, e sono fatti sicuri, di rifornimenti aerei della migliore tecnica, alle colonne in marcia, e di truppe aerotrasportate, di reparti di guastatori. Guerra vera, quindi, e moderna, cioè micidiale.

Leo Turner 


Cap. 7

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Londra non riconosce il nuovo stato sionista

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 108, p. 1
domenica, 16 maggio 1948

Londra, 15 maggio. 

Sebbene non sia stata fatta finora alcuna dichiarazione ufficiale, si può ritenere per certo che per il momento il Governo britannico non riconoscerà lo Stato ebraico in Palestina. 



Cap. 8

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Truman abolirà l’embargo sulle armi?

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 108, p. 1
domenica, 16 maggio 1948

(Dal nostro corrispondente)
 Washington, 15 maggio.

L’attenzione del mondo è attratta dalla dichiarazione di Washington di riconoscere lo Stato di Israele. Regna in proposito una certa perplessità, in quanto questa mossa non era prevista. Il segretario della Casa Bianca, Charles Ross, ha tenuto a proposlto una conferenza stampa, precisando che le reazioni del paese erano per il momento pienamente favorevoli.

Dal canto suo il segretario di Stato Marshall ha dato disposizioni severissime ai funzionari del dipartimento di Stato, vietando loro, sotto minaccia di sanzioni immediate, di discutere con giornalisti la questione del riconoscimento del governo di Tel Aviv.

Un portavoce ha fatto sapere che il Presidente Truman starebbe considerando l’eventualità di intraprendere relazioni diplomatiche con il governo di Israele. Si è anche parlato di una reazione di Warren Austin,, che avrebbe dato le dimissioni dalla carica di capo della delegazione statunitense alle Nazioni Unite, voce non confermata negli ambienti ufficiali, perché non informato della decisione di Truman e quindi posto in una situazione di grande imbarazzo. Dalla Casa Bianca, infine giunge un’altra notizia secondo la quale il Presidente Truman starebbe studiando la proposta di togliere l’embargo agli invii di armi in Palestina.

 e. d. 



Cap. 9

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Esame a Mosca e negli S. U. delle possibilità di accordo

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 108, p. 1
domenica, 16 maggio 1948

Washington, 15 maggio.

Funzionari americani hanno cominciato ad esaminare le possibilità di pace che potrebbero derivare da eventuali conversazioni russo-americane e ciò nella speranza di mettere fine alla guerra fredda in atto, e si ritiene che altrettanto stiano facendo Stalin e i membri del Polit Bureau. È opinione generale che dopo il recente scambio di note fra Washington e Mosca la porta sia ancora aperta per la pace. Sembra pertanto probabile che, tra una o due settimane, partirà da una delle due capitali una nota per sondare quali possibilità di discussione esistano.

Cap. 10

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Un ministro d’Israele

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 134, p.3
giovedì, 17 giugno 1948
(Dal nostro inviato speciale)
TEL AVIV, giugno.

Tel Aviv venne fondata nel 1909 come un sobborgo ebraico di Giaffa; adesso Giaffa è un sobborgo arabo di Tel Aviv, ma la capitale non dispone di palazzi per i vari ministeri. È un fatto sorprendente se si tiene conto della rigorosa quanto occulta pianificazione che guida le mosse del sionismo. Né si deve pensare ad una furberia ebraica per non dar nell’occhio agli arabi e all’Inghilterra. Gli arabi quasi non si accorsero delle sessanta famiglie sbarcate sulla lista sabbiosa della costa e alloggiate in baracche di latta; gli inglesi pur seguendo attentamente quanto accadeva nel Medio Oriente non ritennero pericolosi, almeno pel momento, quei disperati pionieri. Gli ebrei nel giro di quarant’anni tirarono su una capitale di duecentocinquantamila abitanti, ma non i ministeri dello stato futuro. Oggi sono costretti ad improvvisarli. Il ministero degli esteri si trova, per esempio, in un villino in costruzione, alla periferia, tra molti altri fatti in serie e disseminati entro un bosco di pini. Vi lavorano manovali e falegnami, stuccatori ed elettricisti.

 Il ministro Moshe Shertok è un infaticabile parlatore: la fluidità delle sue otto lingue (ebraico, yiddisch, inglese, francese, tedesco, arabo, turco, spagnolo) non sopporta inopportune interruzioni. Egli riesce, parlando, a schematizzare su un blocchetto di carta piante e tracciati a commento di ciò che espone con cartesiana chiarezza. È un russo di Cherson, ove nacque cinquantanni fa; ma è turco come formazione universitaria e militare, essendosi laureato in diritto a Istanbul e avendo servito la Sublime Porta come ufficiale dell’esercito. Può anche considerarsi inglese come mentalità e studi economici, visto che ha preso la laurea in economia politica a Cambridge; ma il signor Shertok, se si tengono nel dovuto conto le relazioni da lui strette con le famiglie effendiali della Palestina, del Libano, della Transgiordania, si può considerare anche intimo del mondo arabo. Malgrado sembri incredibile, il ministro degli esteri d’Israele, è legato di gratitudine alla famiglia di uno dei più accaniti nemici degli ebrei, il re Feisal dell’Irak, nipote di Hussein effendi che protesse Shertok da bambino e ne curò l’educazione. A questi dati principali della complessa personalità del signor Shertok va aggiunto che stabilito il mandato inglese sopra la Palestina egli divenne sionista. Ma il giovane Shertok accettò il sionismo principalmente perché prometteva agli ebrei di farli vivere e non morire in Palestina. Entrò nella politica, divenne presto un notevole esponente del partito laburista ebraico. Oggi è il partito di Governo più numeroso; la sua sigla è MAPAI (Mifleghet Poatei Eretz Israel) ma la sezione alla quale appartennero i membri russi si chiamò Polè Zion. Al ritorno da Londra, dopo il conseguimento della laurea, Shertok entrò nella Agenzia Ebraica, come segretario del capo della sezione politica, un altro russo di nome Arleosorov. Avremo modo di chiarire quale rigorosa opposizione esercitino in seno all’Agenzia Ebraica le altre correnti politiche. Nel caso specifico del signor Arleosorov il partito revisionista, meglio noto come ZO (Zionist Organisation) non ne approvò la politica di compromesso. Per intenderci i revisionisti ebraici sono dei nazionalisti di estrema destra assai somiglianti ai nostri corradiniani di 40 anni fa. A costoro non repugnano certi metodi polemici. In breve: Arleosorov venne assassinato a Tel Aviv e Shertok gli succedette nel posto. Da questo momento in poi egli sarà l’esecutore della politica decisa a Washington e a Londra dai capi del sionismo mondiale. Siamo nell’anno 1933.

Le idee del signor Shertok, pel futuro immediato del suo paese sono queste che tento di riassumere. In primis: gli ebrei non hanno scelta; essi o saranno nazione riconosciuta o non saranno. Se il riconoscimento più o meno immediato da parte dell’Inghilterra e delle potenze mondiali non dovesse avvenire gli ebrei sarebbero destinati a perire. Ma è impossibile sopprimere dei popoli; Hitler stesso lo ha tentato senza riuscirvi, quindi gli ebrei la spunteranno. Inoltre: gli ebrei desiderano uno stato di parità con le nazioni arabe e con le altre nazioni. La questione di Gerusalemme è per gli ebrei di primaria importanza poiché la maggioranza della popolazione è israelitica. Tuttavia il governo di Tel Aviv accetta il progetto di internazionalizzazione dei Luoghi Santi, nella Città Vecchia; mentre la Città Nuova, può essere spartita con gli arabi. Infine: possibilità di creare una unione economica, sul tipo del Benelux, con gli stati arabi. Insomma il signor Shertok è un collaborazionista e crede di poter andare d’accordo con gli arabi allargando ai loro paesi il dinamismo, la potenza penetrante, la avanzatissima democrazia dello stato ebraico.

Non sono credibili, almeno per il momento, tali idilliache possibilità. L’Iniziativa ebraica e la modernità del suol metodi costituiscono agli occhi degli arabi un pericolo di cui lo sviluppo di Tel Aviv è la prova vivente. Allora? Gli ebrei sanno attendere, benché il Governo e il signor Shertok stesso si trovino sotto l’acuta sollecitazione di partiti d’opposizione che come quello revisionista, dispongono di argomenti polemici del tipo sperimentato dal signor Arleosorov, quindici anni fa. I revisionisti contano e contano molto, non soltanto pei loro metodi di terrore politico ma anche per l’influenza che cantano in seno all’Agenzia Ebraica. La loro lotta agli elementi moderati condusse all’eliminazione di Jabotinski, alla estromissione per un certo periodo dello stesso signor Chaim Weizmann, attuale presidente della repubblica. La lotta politica all’interno del paese, come si vede, è acuta. Se la Lega araba soffre delle rivalità tra i re che la compongono, lo stato d’Israele soffre di una lotta di tendenze in cui i «moderati», attuali detentori del potere, si devono giustificare continuamente davanti alla opinione pubblica. Certo: il partito Mapai, sul quale poggia il potere, è forte, numeroso, ricco di uomini eminenti come il presidente Ben Gurion, il ministro Shertok, il ministro delle finanze Kaplan, i ministri Breenbaum e Bernestein (che appartengono però alla frazione «sionisti generali»). Ma rischia di passare come un’accolta di traditori della patria nei confronti degli estremisti che pubblicano cartine geografiche in cui il futuro stato di Israele si espande su tutta le Siria e la Mesopotamia, raggiunge il golfo di Akaba e l’Egitto, e cancella dalla faccia della terra gli stati della Lega araba.

Lentamente, prudentemente, il Governo di Tel Aviv cerca di eliminare, in nome della unità delle forze armate, gli strumenti dell’opposizione, che sono le organizzazioni terroristiche. La «Irgun Zwei Leumi» e la banda Stern dovrebbero incorporarsi all’esercito d’Israele (Zawà Israel). Al fine di combattere i criminali annidati tra gli estremisti il governo ha nominato capo della polizia il brigadiere generale Yekorkel Sacharow animato — mi ha lui stesso detto — delle migliori e più energiche intenzioni.

Ma Sacharow non dispone di prigioni, per esempio. I coloni di Tel Aviv non ne costruirono e vennero adoperate quelle di Gerusalemme, adesso in mano degli arabi, e quelle di San Giovanni d’Acri, adesso piene. Sacharow ha richiesto al governo la disponibilità di un edificio adatto. Se ne sono gettate le fondamenta a dieci chilometri dalla città. Così, in questi giorni, a Tel Aviv, costruiscono i ministeri e le carceri: nasce lo Stato.
Giovanni Artieri



Cap. 11

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Felici e un po’ nostalgici gli ebrei italiani in Palestina

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 155, p. 3
Domenica, 11 Luglio 1948


Titoli: Felici e un po’ nostalgici gli ebrei italiani in Palestina. Riesce difficile imparare l’ebraico in età matura e il proprio dialetto non si dimentica. Le “quatro ciacole” di un ingegnere veneziano.

(Dal nostro inviato speciale)
Tel Aviv, 10 luglio. – In Palestina ho trovato anche degli ebrei italiani; pochi, disseminati nelle colonie agricole del sud, verso il deserto; nei luoghi più contesi e pericolosi. Un ingegner Fano di Venezia, settantenne, non seppe resistere all’attesa e partì dal suo Kibbutz di Ghivat Brenner incontro a noi. Effettivamente egli cercava il senatore Bastianetto di S. Dona di Piave, suo vecchio amico; forse anche un pretesto per parlar veneziano, per rifarsi la bocca, dopo anni e anni di ebraico. L’ebraico è il vero dramma degli ebrei. Per quanto semplificato da esperti grammatici, impararlo in età matura è torturante; figurarsi all’età dell’ing. Fano e per di più, gittandosi alle spalle il dialetto di Venezia. Corse a trovarci, perciò, e si mise a scambiar «quatro ciacole» con il senatore Bastianetto.

S’era mosso alle 3 del mattino, aspettando al margine della strada un autocarro di fortuna; aveva raggiunto Tel Aviv e di qui, di tappa in tappa, il suo amico. Nè il viaggio, faticoso alle sue vecchie ossa, gli pesava, poiché si trattava di parlare, parlare, parlare. Il tempo concessogli trascorse forse troppo presto ed egli lo disse col rammarico di un militare obbligato ad una remota guarnigione.

Lo rividi qualche tempo dopo a Ghivat Brenner, viaggiando verso il deserto meridionale. Ghivat Brenner si trova in prima linea; è percorso da trincee, interrotte da osservatori anti-aerei, da postazioni di mitragliatrici. È una colonia di quelle come ho raccontato altre volte, in cui pochi ebrei hanno fermato la invasione araba. L’edificio principale è dedicato ad un pioniere italiano del sionismo, Enzo Chajm Sereni, calatosi col paracadute sulla linea gotica, preso dai tedeschi e fucilato a Dakau. La forte e intelligente Ada Sereni Ascarelli, ha perpetuato il ricordo del marito, creando la casa della cultura di Givat Brenner, con una biblioteca di 30 mila volumi in sei lingue.

L’ing. Fano ci mostrò la biblioteca e le opere e anche una rara collezione di giornali ebraici usciti in Italia dal 1848 al 1934; poi dalla terrazza della casa Sereni, volle commentare il panorama formato dalle fattorie, dalle macchie verde metallico degli agrumeti e dai filari di cipressi; dalle stalle modello, dai dormitori, dalla casa dei bambini, dalla fabbrica delle marmellate, dalle officine per gli attrezzi agricoli e cosi via. Ma il suo dito un po’ distorto per l’età e l’uso della matita da disegno, cercava piuttosto altre sagome e profili, entro l’orizzonte; forse il campanile, forse la cupola della Basilica, bassa e lieve come una mongolfiera pronta a salire, forse la Salute a, laggiù, Burano e Murano. Non so; a me parve così, mentre seguivo con gli occhi il vasto paese chiazzato di prati troppo nuovi, distesi ad asciugare sulle fulgide dune.

La collettività agricola

Ci recammo poi ancora più a sud, correndo sovra piste nella sabbia, nel deserto di Neger, caldo e dorato come la crosta del pane. Vi trovammo la colonia di Yavne, con la sede dell’accademia di studi superiori talmudici costruita in memoria del rabbino Giovanni Ben Zakkai, dai membri di questa rara collettività agricola di operai osservanti e tradizionalisti. Entrammo nei recinti della fattoria come a casa nostra e ci salutarono senza sorpresa. Li erano gli altri italiani: il prof. Ito Artom di Torino, pronipote del segretario particolare di Camillo Cavour, la signora Silvia Malvano, sua moglie, nipote del Malvano segretario generale al ministero degli esteri prima di Salvatore Contarini; il prof. Bernardo Eckert di Gorizia, ex ordinario di letteratura italiana al liceo di Milano e la moglie, una bella e cortese donna di Livorno; un dottor Della Torre pur esso livornese. Alla medesima comunità (ma è ora assente) appartiene il prof. Umberto Cassuto, ex ordinarlo di lingua semitica all’Università di Roma, adesso cattedratico di Bibbia a quella di Gerusalemme. La figliola del Cassuto, Hanna, venne trucidata col prof. Enzo Bonaventura nella rappresaglia araba per l’eccidio di Deyr Yassin. Forse mi resta nella penna qualche altro nome; ma i nomi non contavano. Tutti si chiamavano Italia e gli altri ebrei del Kibbutz guardavano sorpresi la repentina metamorfosi di quel gruppetto di ebrei italiani, all’udire una lingua piena di vocali che essi non capivano. La signora Eckert, volle mostrarci la sua casa, che era poi la solita stanzetta nella baracca prefabbricata, concessa dalla collettività di Kibbutzim alle coppie di sposi. Ci dette da bere acqua dal vicino pozzo artesiano mista a sugo d’arancia e parlammo di Livorno. Artom e Eckert, tutti e due giovani, tutti e due ferventi sionisti, mi confermarono di essere felici, di avere trovato in quella loro vita cosi invidiabilmente morale, sorretta dal principio del bene della collettività, il luogo geometrico di ogni intima aspirazione dell’anima e della intelligenza. Artom, farmacologo, si occupa di concimi chimici e di coltivazioni; Eckert, letterato, di pollicultura e di bestie da stalla. Le due galline ebraiche dànno 200 uova all’anno, mentre quelle arabe solo 50; le sue vacche, cinque mila litri di latte che è una bella cifra anche per una bestia italiana. Artom a queste statistiche volle aggiungere che i terreni di Yavne, concimati da lui, dànno 20 quintali di grano per ettaro, laddove gli arabi 7 anni fa ne raccolsero al massimo un sei quintali. Si aggiunga alle soddisfazioni del lavoro campestre, la fiorita di studi spirituali, alla quale i pii contadini partecipano, dedicando il riposo del sabbato alla meditazione in comune del Talmud e della Mishna. Di questo diremo e d’altro; ma io vedevo nello scaffale della stanzina di Eckert molte edizioni illustrate dei capolavori dell’arte italiana e sulle pareti, piccole stampe del paesaggio nostro.

Si parla di spaghetti

Pranzammo alla mensa collettiva in una grande sala di legno, dominata da non so qual sentenza del profeta Isaia. Tutti gli italiani del Kibbutz vollero sedere alla nostra tavola e ci pigiammo sulle panche mentre la signora Eckert ci serviva.

Come accade tra italiani, si parlò molto di spaghetti, di caciucco alla livornese, di vino del Chianti; ma io mi accorsi che anche questo poteva suscitare qualche delicata amarezza in quei rari ospiti e mi astenni dall’alimentare la conversazione, cennando agli amici di fare altrettanto. Ma non fu facile. Poco dopo, gli «italiani» si assentarono, ognuno correndo a scrivere lettere e biglietti da consegnarci per la spedizione in Italia e, infine, ci salutarono ripetendoci: «Addio, addio» tutti stretti attorno come si fa soltanto in Italia, ove si rischia sempre di perdere una mano in uno sportello per stringere un’altra del partente, ancora una volta: un’ultima volta.

Giovanni Artieri

Cap. 12

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Qui non è Gerusalemme

La Nuova Stampa,
Anno IV, Nr. 177, p. 3
domenica, 8 agosto 1948
Titoli: La voce del salmista. Qui non è Gerusalemme. Anche i più moderni e scettici, anche gli atei non possono rinunciare al possesso della Città Santa.
 (Dal nostro inviato speciale)
 Gerusalemme, agosto.

Arrivato a Gerusalemme il viaggiatore apre la Bibbia e legge al Salmo 122, versetti primo e secondo: «Io mi sono rallegrato di ciò che mi è stato detto: andiamo alla casa del Signore — O Gerusalemme, i nostri piedi sono fermi nelle tue porte». Perplesso, il viaggiatore può chiedersi se l’appassionata apostrofe del Salmista valga per questa Gerusalemme nuova, biancheggiante ed estranea, costruita come Haifa o Tel Aviv in cemento armato e stile razionale con i danari di sir Mosè di Montefiore, del barone di Rothschild e del Fondo Nazionale Ebraico. Certamente no, non vale. La Città Santa non è questa. I centomila ebrei che l’abitano non hanno ancora smesso di recitare la preghiera secolare: «L’anno prossimo a Gerusalemme». La pertinace formola descrive, evidentemente, tutta la insoddisfazione ebraica di possedere soltanto la Città esterna, ove tutto è troppo nuovo ed estraneo alla Bibbia.

Il punto dolente

Il punto dolente della questione di Palestina è qui; ed è un errore ritenerlo più politico che religioso. È un fatto a prima vista sorprendente: occorre arrivare a Gerusalemme per rendersene conto. La Città nuova con la sua crescita, la sua attività e importanza internazionale, la sua popolazione in continuo aumento conta poco per gli ebrei. Abbiamo già visto questo popolo della moderna Israele svolgere in Palestina una sua vita più aggiornata; l’abbiamo visto intento a sperimentare nelle colonie agricole persino nuovi tipi di associazione umana, in cui la proprietà è abolita, si pratica una forma di libera scelta in amore e la Bibbia viene considerata soltanto come un testo di storia.

Ebbene questo stesso popolo si batte accanitamente contro il mondo intero per l’acquisto esclusivo di Gerusalemme. Così a Gerusalemme la guerra tra arabi ed ebrei assume il suo vero aspetto di intolleranza religiosa. Si è indotto a credere che la controversia tutta intera sia fondata sulle superstiti pietre del Muro del Pianto. La guerra ebraica si capisce insomma, assai meno a Gerusalemme che nel Negev, ove si trovano importanti terreni petroliferi, o nell’alta Galilea ove la disputa riguarda il controllo delle sorgenti del Giordano. Malgrado tutto, gli ebrei più scettici e ammodernati, i più convinti di ateismo non sanno rinunciare al possesso della Città Santa. Essi si rendono conto che non vale la pena di battersi per la capitale di queste cupe colline di Giudea dove la terra è secca, l’acqua rara, non esistono fiumi e sin dall’antichità era schivata dalle grandi correnti del traffico. Tuttavia essi vogliono questo paese aspro e infelice, aperto adesso come ai tempi biblici agli attacchi degli eredi arabi dei Madianiti e degli Ismaeliti. E con la Giudea vogliono la Città Vecchia. È strano, ma è così.
Nella giovine Gerusalemme il sionismo concentrò tutte le sue forze religiose, dottrinarie ed economiche; ma la città Vecchia, la città araba non venne assorbita; chiusi entro le mura di Solimano gli arabi resistettero al dinamismo ebraico. Per chi conosce i luoghi e le condizioni complicate della coesistenza di Gerusalemme nuova con quella vecchia, non è difficile capire come per un certo periodo di tempo gli ebrei si siano trovati intrappolati. Resistettero, ma tagliati fuori dalle comunicazioni con Tel Aviv, avvertirono tra un foglietto e l’altro del calendario la minaccia della fame. Gli ebrei non riuscirono a sbloccare la strada a Latrun e a Bab el Uad, nelle più aspre gole della Giudea. Intervenne la prima tregua e poi la seconda: il pericolo della fame si allontanò dalla Gerusalemme esterna. Due volte al giorno sotto la bandiera azzurra delle Nazioni Unite un convoglio di autocarri reca i soccorsi da Tel Aviv.

È un viaggio di sessantacinque chilometri nel quale si sperimentano alcune clausole del diritto internazionale che dovrebbe reggere la futura confederazione degli stati del mondo. La sovranità dei due paesi in guerra coesiste con una ancora pallida ma effettiva autorità supernazionale, rappresentata dagli ufficiali mandati qui dalle Nazioni Unite. Mi spiegherò con un esempio. Io chiesi di andare a Gerusalemme con un convoglio: di viveri, giustificando questo mio desiderio come segue: «Ho fatto un voto, dissi, desidero scioglierlo visitando il Santo Sepolcro». L’ufficiale americano addetto alla Commissione di tregua sorrise e rispose: «Io non posso autorizzarvi a partire da Tel Aviv né ad entrare in Gerusalemme nuova: quest’è un affare riguardante l’esercito ebraico. Né, tanto meno, posso autorizzarvi ad entrare in Gerusalemme vecchia, occupata dalla Legione Araba. Vi posso permettere, però, di occupare un posto nella colonna di autocarri che batte la bandiera delle Nazioni Unite. In altri termini vi “regalo” la strada tra Tel Aviv e Gerusalemme». Io accettai la strada e potetti apprezzare durante il viaggio l’importanza del dono. Non dico che la bandiera delle Nazioni Unite valga in Palestina a evitare «errori» o «equivoci» pei quali si possono ancora, alla sua ombra, pigliare cannonate o fucilate arabe o ebraiche. Tuttavia almeno per quanto concerne Gerusalemme le Nazioni Unite hanno stabilito la loro autorità abbastanza saldamente.

Preghiera antica

A Bab el Uad, sorpassata Latrun, incontrammo il posto di controllo misto. Soldati e ufficiali arabi stavano insieme con soldati e ufficiali ebrei, con ufficiali delle Nazioni Unite americani, belgi e francesi. Chiacchieravano tra loro fumando e ridendo, arabi, ebrei, americani. Era insomma uno strano spettacolo quella frontiera di guerra ove i belligeranti, i mediatori e gli estranei, come me, potevano fraternizzare e sentirsi, stranamente, cittadini del mondo. La guerra si sarebbe cercata invano. Ma appena qui, dentro Gerusalemme nuova, essa ricompare imperiosa. Per le strade le macerie recenti, i non distrutti sbarramenti. Le strade sono piene di giovani e di vecchi ebrei: vestono il caffettano o la redingote, mostrano non senza orgoglio le «peothz», quelle treccine sulle tempie, segno dello studioso amore alla Legge e ai Sacri Testi. Sono quelli che ancora si salutano con la formola secolare «L’anno prossimo a Gerusalemme». Uno di questi mi ha detto, appunto, di non ritenere valida la lettura del Salmo 122, qui, in Gerusalemme nuova. Noi, egli ha detto, lo leggeremo e lo canteremo solennemente quando potremo varcare le mura di Solimano il Magnifico e ritenerci davvero «Là dove salgono le tribù del Signore, alla Testimonianza di Israele, per celebrare il nome del Signore». Qui, insomma, non è Gerusalemme.
 Giovanni Artieri

Cap. 13

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Drammatica atmosfera sull’assemblea della Nazioni

La Nuova Stampa, ult. ed.
Anno II, Nr. 214, p. 1
Sabato-Domenica, 18-19 Settembre 1948


Titoli: L’assassinio di Bernadotte riporterà la guerra in Palestina? - Drammatica atmosfera sull’assemblea delle Nazioni. Il Consiglio di Sicurezza affronta l’esame delle sanzioni da applicare in Terra Santa - Minacciose dichiarazioni della Banda Stern.

Parigi, sabato sera. –

La notizia dell’assassinio dei conte Bernadotte, giunta ieri a Parigi verso sera, ha provocato viva impressione e dolore negli ambienti politici internazionali, e fra i delegati che cominciano ad affluire in questa capitale per la sessione dell’O.N.U. La bandiera delle Nazioni Unite venne messa immediatamente a mezz’asta in segno di lutto, e sir Alexander Cadogan, presidente di turno, ha convocato per le 15 di oggi il Consiglio di Sicurezza.

I giornali francesi pubblicano brevi elogi dell’estinto, condannando unanimemente il gesto dell’assassino.  «È un delitto contro la pace», scrivono quasi tutti. È anche un brutto segno: la prima seduta solenne dell’assemblea delle Nazioni Unite, prevista per il 21, si aprirà sotto il segno del sangue. Il conte Folke Bernadotte con la moglie.

Il gesto terroristico premeditato da mesi

Le salme del Mediatore e del col. Selot trasportate a Rodi

Gerusalemme, sabato sera.

Nel lutto e nella paura, la Palestina prepara solenni onoranze funebri al Mediatore caduto, vittima del fanatismo nazionale. Il Comando dell’ONU ha annunziato che la salma del conte Bernadotte verrà trasportata dall’ospedale di Gerusalemme a Rodi con un aereo speciale della Croce Rossa. Viaggerà nello stesso convoglio la salma del colonnello francese Serot, aiutante del Mediatore, ucciso con lui nell’attacco terroristico.

Il capo di Stato Maggiore delle Nazioni Unite, capitano A. Momm della Marina statunitense, ha ordinato che tutte le bandiere dell’Organizzazione in Palestina vengano calate a mezz’asta. Il cordoglio ed il fermento, sono ugualmente vivi in tutti gli ambienti arabi ed ebrei, dove il fanatismo non fa velo al retto giudizio ed al senso di umanità. In particolare il governo di Tel Aviv intende dimostrare che la responsabilità del crimine è interamente e soltanto dei terroristi, i quali sembrano appartenere alla Stern Gang, contraria al sionismo moderato dello stesso governo.

Minacce e attentati

Appena avuta notizia della decisione di Shertok, un portavoce della Banda Stern si diceva soddisfatto dell’assassinio, pur soggiungendo di non essere certo che esso sia opera di membri dell’Organizzazione. È assai difficile, tuttavia che il crimine possa essere imputabile ad altre associazioni terroristiche. Le autorità d’Israele hanno preso misure destinate a permettere la identificazione e l’arresto degli assassini. Per ragioni di sicurezza, non verranno forniti chiarimenti prima di ventiquattro ore.

La polizia, frattanto, ha compiuto perquisizioni nelle abitazioni dei dirigenti più noti del «gruppo Stern». Questi però sono tutti scomparsi e, a quanto sembra, hanno deciso di ritornare alla vita clandestina. In merito all’attentato, si è saputo soltanto che la jeep dei terroristi era dipinta in bianco con i distintivi dell’ONU e che la macchina del principe svedese è stata colpita con 10 proiettili di mitra. Lo sceicco Abu Ghosh, il ventottenne capo delle formazioni arabe poste sotto il comando della sionista «Banda Stern», ha tenuto oggi una con conferenza stampa. 

«Abbiamo già iniziato la nostra campagna di terrore e di sabotaggio — ha detto — e questo non è che il principio. Membri arabi del gruppo sono sparsi in tutta la Palestina e nelle capitali arabe». Lo sceicco ha aggiunto che gli uomini delle sue formazioni hanno l’ordine di «uccidere gli inglesi, dovunque e comunque li incontrino». Abu Ghosh ha indicato Giubb Pascià, comandante la Legione araba di Transgiordania.

Il Mediatore era da mesi sotto la costante minaccia della Stern, quantunque la sua automobile sia stata colpita ancora ieri, sulla via di Gerusalemme, da colpi di franchi tiratori arabi. La radio ebraica di Haifa, per contro, aveva avvertito che l’aereo bianco del conte sarebbe stato attaccato ieri all’atterraggio nell’aeroporto di Kolundia. Qui l’attentato non ci fu, ma due ore dopo veniva condotto ad esecuzione il delitto lungamente premeditato.

Il corrispondente del New York Times da Parigi, G. L. [?], ha rivelato in un dispaccioal suo giornale che due membri della banda Stern gli avevano manifestato fin dallo scorso luglio a Tel Aviv il loro intento di assassinare il conte Bernadotte. A parte l’aspetto umano del crimine, particolarmente feroce perché diretto contro un provato missionario della pace, l’uccisione del Mediatore moltiplica improvvisamente i pericoli della situazione palestinese.

Le sanzioni dell’art. 7

Se la stampa internazionale è unanime nel condannare l’atto delittuoso, e lo sdegno dei giornali inglesi è quasi simile a quello manifestato per l’uccisione di Gandhi, il Daily Telegraph interpreta le preoccupazioni dei circoli politici quando scrive: «La morte del Mediatore in un momento come l’attuale deve essere considerata un disastro di portata internazionale».

A Parigi, un alto funzionario delle Nazioni Unite ha dichiarato che il Consiglio di Sicurezza non può ora evitare di prendere seriamente in esame un deciso intervento in Palestina con un’azione militare collettiva. Lo impongono sia la personalità dell’ucciso, sia i rischi connessi con la situazione, sia il prestigio dell’organizzazione mondiale. Pur non nascondendosi le difficoltà di una decisione e la possibilità di un disaccordo molto vivace anglo-russo, nei circoli competenti dell’ONU si dà come sicuro che, per risolvere il problema palestinese, verrà oggi preso in considerazione l'impiego, in base all'art. 7 delaa Carta di S. Francisco, di una azione militare collettiva.

Il Consiglio di Sicurezza si riunisce oggi in sessione straordinaria alle 15 a Palazzo Chaillot e non potrà fare a meno di discutere le sanzioni previste dall’articolo comprendenti l’adozione di sanzioni economiche, l’instaurazione di un blocco, la rottura delle relazioni diplomatiche e finalmente un’azione militare vera e propria.