novembre 23, 2009

Crepe all’interno del fronte ideologico sionista

Esiste un personaggio così autorevole che i «Corretti Informatori» non possono insolentire come fanno ordinariamente con ebrei “rinnegati”, ad esempio Richard Goldstone, che pare si professi perfino sionista. In effetti, vi è da credere che il suo rapporto proprio per questo sia stato alquanto edulcorato. I “crimini” sono probabilmente molto più gravi di quelli riportati. Co Arrigo Levi non si può usare lo stesso tono. Arrigo Levi è un Altissimo Consulente del Presidente della Repubblica. Non aggiungo altro. Da un po’ di tempo perfino un Arrigo Levi deve essersi accorto che è stata superato la misura. Da qui una serie di “risposte”, insolitamente non offensive, al Consulente presidenziale. Questa di David Cassuto, già vice sindaco di Gerusalemme, rimprovera sostanzialmene ai palestinesi di non volersi arrendere, di non volersi accordare, avendo subito ripetute sconfitte non già dal 1948 ad oggi, ma direi dal 1882. La colpa sarebbe poi tutta nostra, ora Arrigo incluso, per il fatto che non riusciamo a convincere i palestinesi ad arrendersi, cioè a sparire non solo dalla carta geografica e dalla geografia umana, ma anche dalla nostra memoria. Ecco un esempio di superiore moralità che si pretende pure da noi tutti! (segue)

novembre 13, 2009

La fine dell’impunità israeliana

Raccogliamo in questo post una serie di links e riflessioni su un concetto che ci sta particolarmente a cuore e ci offende nella nostra sensibilità: la pretesa da parte di Israele di commettere ogni sorta di crimine e malefatte e di accusare al tempo stesso di “antisemitismo” quanti ravvisano nella sua prassi la violazione dei più elementari principi di giustizia e di umanità. Vi sarebbe da capire non l’impunità i sé, ma i fondamenti su cui si basa, le reti di complicità, i meccanismi di condizionamento che consentono tanta impunità. Il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe assai lontano. Vi è tutta un’ideologia che si è formata dal 1945 ad oggi e che consiste di convergenze diverse fra loro, ma unite in una posizione comune di demonizzazione maniacale di tutto il mondo precedente il 1945. Non siamo certo dei nostalgici, ma riteniamo che la nostra mente non debba avere ostacoli o tabù nella sua possibilità di ripensare tutto il passato storico, che in quanto tale si sottrae alle contingenze della politica e diventa cultura, spirito.

1. C. C. Caprino: «La diplomazia israeliana sotto scacco». – È un limpido articolo per il quale speriamo vivamente che anche il suo autore non debba attirarsi i fulmini della Nuova Inquisizione che emette sentenze di “antisemitismo”. Se saremo più numerosi, allora varrà il principio “mal comune mezzo gaudio”.

2. Richiesta anglo-francese di una commissione indipendente. – Il rapporto Goldstone apre delle breccie nella pretesa di far sorvolare gli alleati su qualunque cosa gli israeliani facciano, magari in nome della loro “sicurezza”.

novembre 07, 2009

Lo «Stato Unico di Palestina» come unica ipotesi realistica.


Mi attengo all’idea enunciata da Ilan Pappe secondo cui è improprio e fuorviante parlare di “conflitto” israelo-palestinese nella misura in cui il termine conflitto evoca una dualità. Si è in realtà di un processo coloniale di conquista e pulizia etnica degli indigeni analogo a quanto era già avvenuto in America dopo lo sbarco di Colombo. Questo processo di occupazione coloniale è databile a partire dal 1882, ma è chiaramente ormai anacronistico. Ad esserne colpite non sono soltanto pochi milioni di palestinesi, ma un mondo musulmano di un miliardo e quattrocento milioni di persone. Non è possibile. Dopo “Piombo Fuso” e l’indecente continuazione degli insediamenti coloniali si rivela in tutta la sua pretestuosità. Il documento che segue mi appare interessante. Lo riporto per averlo a portato di mano per ulteriori riflessioni.
Comunicato del Forum Palestina
Fonte


La dichiarazione dello scorso 5 novembre con cui Saeb Erekat, il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha definito come fallita la soluzione dei “due popoli per due Stati” e come inevitabile l’alternativa dello “Stato unico”, segna in sé un passaggio significativo.


Arriva da un’istituzione in difficoltà, che ha al suo vertice un presidente in crisi di popolarità e di credibilità agli occhi del suo popolo, Abu Mazen, che dopo aver assecondato negli anni il percorso inaugurato dagli Accordi di Oslo e basato sulla “pace in cambio di terra”, non ha fatto che favorire l’indebolimento della lotta palestinese sul terreno politico e la progressiva espansione delle colonie senza ottenere in cambio alcuna pace. E’ un messaggio rivolto all’esterno, agli USA di Obama, piuttosto che alle organizzazioni politiche e della società civile che l’ANP vuole rappresentare, e in quanto tale esercita una pressione non pienamente maturata a livello collettivo. Ma pone senz’altro le basi affinché finalmente l’unica soluzione possibile per una pace che sia anche giusta sia inserita nell’agenda politica palestinese come terreno di lotta e di negoziato credibile.


Ci siamo confrontati più volte con attivisti, intellettuali ed esponenti politici palestinesi, ma anche israeliani antisionisti, in merito alla soluzione dello Stato Unico, sottolineando proprio come quella che appare come l’unica ipotesi realistica per la fine del colonialismo sionista non trovi ancora ufficialmente spazio nella piattaforma politica dei partiti palestinesi. Oggi in qualche modo il passo indietro dell’ANP obbliga a rivolgere l’attenzione alla possibilità di uno Stato che, senza coincidere con la “Grande Israele” auspicata dai fondatori dell’ideologia sionista, sia realmente democratico con pari diritti per tutti i suoi cittadini.


Da Oslo a Camp David e a Madrid, tutti gli accordi internazionali basati sulla soluzione dei due popoli per due Stati (mentre porzioni sempre più ampie di territorio palestinese venivano strappate dal Muro e dalle colonie) hanno sempre fatto da paravento all’obiettivo sionista di ampliare il territorio israeliano, di rendere sempre più puramente ebraico il carattere dello Stato di Israele, e di mantenere in piedi l’immagine di Stato democratico di fronte alla politica internazionale e all’opinione pubblica mondiale. Ormai la realtà dei fatti dimostra da tempo che è proprio mettendo in discussione i presupposti di Oslo, su cui fino ad oggi si sono fondati i cosiddetti “negoziati di pace” con il coinvolgimento delle potenze occidentali complici dell’occupazione, che la lotta per l’autodeterminazione palestinese potrà concretamente mettere in discussione i presupposti su cui si basano il sionismo e la sua strategia colonialista.


La dichiarazione di fallimento che arriva dal negoziatore palestinese e dai vertici dell’ANP spalanca una finestra sulla realtà e sulla possibilità di ridefinire su nuove basi gli obiettivi strategici della lotta di liberazione palestinese offrendo un’ulteriore occasione di riflessione anche al movimento di solidarietà internazionale che attraverso la campagna BDS si sta allargando producendo risultati concreti ed efficaci.


Assumere oggi la soluzione dello Stato Unico come ipotesi su cui dare battaglia politica significa contrastare apertamente la strategia sionista: è anche per questo motivo che nell’ultima delle 10 domande su cui studiosi, giornalisti e attivisti italiani, palestinesi e israeliani saranno chiamati a rispondere il 28 e 29 novembre a Roma, poniamo il seguente interrogativo: “Il progetto di uno Stato Unico per ebrei e palestinesi è da ritenersi una minaccia o una soluzione possibile per la pace in Medio Oriente?”. A nostro avviso è innanzitutto è la realtà che ci sta dando delle indicazioni e di queste occorrerà tenere necessariamente conto.

Il Forum Palestina


È dal sito di Forum Palestina ed è un suo documento. Io vedo due possibilità: a) la continuazione del processo genocidario; b) l’inevitabile convivenza di ebrei e palestinesi con vera e assoluta parità di diritti all’interno di uno stesso territorio. Tolta l’ipotesi fallimentare e non credibile dei due stati, non vedo altre soluzioni logiche al problema. La nessuna soluzione significa che procede nel tempo l’ipotesi a). Il tempo non è fermo. Il tempo procede fin dal 1882 per la realizione della prima ipotesi: quella genocidaria. Se si fosse trattato degli indiani d’America, sarebbe già giunta al suo compimento e si sarebbe parlato di “destino” dei palestinesi, come si è parlato di “destino” inevitabile degli indiani. Una nuova categoria irrompe sulla scena del pensiero politico: il destino!




novembre 06, 2009

Israele e ONU nei media a proposito del rapporto Goldstone

Da qualche giorno sto cercando di seguire le notizie sul dibattito a proposito del rapporto Goldstone che si è tenuto fino a ieri all’Assemblea generale dell’ONU. Naturalmente, è stata confermata la sostanza del rapporto e si è chiesto ai due soggetti, Hamas e Israele, di fornire entro tre mesi nuove inchieste credibili sui crimini commessi da entrambi le parti. Personalmente, non ritengo che Hamas abbia commesso crimini e che il lancio di risibili sigari Kassam sia un argomento di cui Israele si possa far forte per scansare una politica genocidaria vecchia di almeno un secolo. Ma non è questo ciò che mi preme sottolineare. Trovo che sia una prova della parzialità di buona parte della stampa a noi dispobile il fatto che si riporti in primo piano il punto di vista di Israele che condanna l’ONU. Non è Israele che si deve giustificare di fronte agli occhi del mondo di un’accusa pesantissima che il consesso di tutti gli stati del mondo, la somma assise dei popoli, le rivolge, ma è l’ONU, cioè i popoli del mondo – fatta eccezione per i soliti potenti “amici” – che si deve difendere dalle accuse e dai rimproveri di Israele. Una distorsione grottesca della dimensione oggettiva delle cose. Altra osservazione: come può l’ONU ormai essere invocato come principale fondamento giuridico della nascita dello stato di Israele? Non si può. E allora? Ritorniamo all’«Olocausto», di cui non si può parlare: ne so qualcosa per esperienza diretta. Questo evento è infatti l’unico ormai rimasto per giustificare una vera e propria conquista coloniale che ci riporta ai tempi dei padri pellegrini. Ma non siamo più a quei tempi. I palestinesi non sono gli indiani d’America, il cui genocidio può essere attuato in silenzio e con l’annichilimento della nostra coscienza. Giustamente, dicono gli intellettuali arabi: ma perché allora il vostro stato non ve lo siete fatto in una parte della Germania o in qualche regione d’Europa? I nodi dell’ideologia vengono al pettine. La debolezza degli argomenti è però inversamente proporzionale alla potenza mediatica di cui Israele dispone: piombo fuso in notevolissima quantità.

Si sente spesso dire che questo ultima risoluzione dell’ONU che si aggiunge alle oltre 70 che hanno già condannato Israele non è vincolante. Ma cosa significa? Se le decisioni dell’Assemblea ONU lo fossero, noi avremmo il governo mondiale. Esse hanno in ogni caso un alto valore politico che non può essere ignorate. Le decisioni che hanno meno valore politico sono quelle ottenute con la forza, le pressioni, il ricatto.

novembre 04, 2008

Lega araba: a. Il progetto Sarko

Ero scettico fin dall’inizio al progetto del presidente francese di unire i paesi del Mediterraneo in na formula già ambigua, distaccata dalla UE, e soprattutto senza sciogliere il nodo della guerra in Medio Oriente, dove lo stesso Sarko è su posizioni di parte, essendo noto il suo filosionismo. È addirittura circolata voce che sarebbe stato in Francia un agente del Mossad. Giunge adesso notizia del probabile fallimento del suo progetto. Così sembra di capire dalla notizia su L’Unione Sarda.

ottobre 29, 2008

Al Fatah: a. un ritratto del fondatore Arafat

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Questa scheda su uno dei soggetti attualmente operanti sul teatro mediorientale è dedicata ad Al Fatah, fondata nel 1957 da Arafat e poi confluita nell’Olp creata nel 1967.

1. Profilo di Arafat. – Le notizie che seguono su Arafat sono tratte da un profilo redatto da Antonello Sacchetti a due anni dalla morte, avvenuta il
ARAFAT DALLA A ALLA Z
Ritratto in pillole dello storico leader palestinese a due anni dalla sua scomparsa


Al Fatah: E’ il gruppo armato anti Israele fondato da Arafat nel 1957 in Kuwait. Al Fatah si mette subito in evidenza per le numerose operazioni terroristiche in territorio israeliano. Confluisce nell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel 1967, ma conserva comunque una sua identità, rimanendo sempre la fazione più strettamente legata al grande leader palestinese.

Barak, premier israeliano con cui Arafat è a un passo, nel 2000, dal concludere un accordo epocale. Umanamente i due non stabiliscono mai un grande rapporto. Arafat non si fida di lui, Barak è spiazzato dall’intransigenza di Arafat. Ma l’israeliano, poche settimane prima di essere sconfitto alle elezioni da Sharon, dirà del leader palestinese: “Così come non si scelgono i propri genitori, non si scelgono i propri vicini e i leader dei propri vicini. Yasser Arafat non rappresenta l'ideale di leader che Israele vorrebbe avere accanto. Ma è il leader riconosciuto dei palestinesi. Ed è con lui che dobbiamo provare a fare la pace. Non ci sono alternative.

Clinton Il presidente Usa che cerca di entrare nella storia con un trattato di pace per la Terra Santa. Tra lui e Arafat l’intesa sembra funzionare. Ma il traguardo rimarrà un miraggio. In seguito allo scoppio dell' Intifada di al-Aqsa, il 28 settembre 2000, Arafat si dice favorevole a impegnarsi in trattative di pace con il governo israeliano, ma tra il dicembre 2000 e il gennaio 2001 risponde con un secco no al piano di pace proposto dall'ormai presidente uscente Bill Clinton.

Damasco Rapporto poco sereno, quello tra Yasser e la Siria. Avere un nemico comune (Israele) non è servito ad Arafat a legare mai in pieno né con Assad padre né con suo figlio.

Egitto E’ il Paese in cui Arafat nasce il 24 agosto 1929. Secondo alcuni al Cairo, per altri a Gaza. Qualcuno azzarda addirittura Gerusalemme. Trascorre la sua infanzia al Cairo e a Gerusalemme, presso uno zio, dopo che la madre morì quando lui aveva quattro anni (il padre era invece un commerciante di successo). Proprio a Gerusalemme, in quegli anni sotto il mandato britannico, ha i primi contatti con il fenomeno dell'immigrazione ebraica in Palestina e con l'intensificarsi degli scontri tra ebrei e arabi.

Fiducia Arafat è senza dubbio stato più un grande condottiero che un abile statista. Se come uomo di lotta ha saputo accattivarsi le simpatie di numerosi governi occidentali, come presidente della Autorità nazionale palestinese ha deluso un po’ tutti per la corruzione del suo governo e per la sostanziale incapacità di controllare il movimento palestinese. Dal 2000 in poi, in molti lo hanno continuato a temere, ma quasi nessuno aveva più fiducia in lui.

Ginevra In una conferenza tenuta a Ginevra il 14 dicembre 1988, Arafat compie una svolta nel processo di pace affermando il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere e rinunciando al terrorismo.

Hamas Spina nel fianco di Arafat. L'ala oltranzista del movimento di liberazione palestinese conquista l'egemonia tra i giovani, in aperta contrapposizione con l'Olp di Arafat, colpevole di scendere a patti con gli odiati israeliani. Nell'autunno 2001 scatena una campagna di terrore nelle principali città israeliane con azioni kamikaze. Da allora conta molto di più di Al Fatah.

Ingegnere Arafat studia ingegneria civile all'università del Cairo dove, nel 1952, si unisce alla Fratellanza musulmana e alla Lega degli studenti palestinesi di cui diviene anche il presidente. Consegue il diploma di laurea nel 1956.

Kefiah Il copricapo arabo diventa popolare in tutto il mondo proprio grazie ad Arafat. Sono rarissime le sue foto a capo scoperto.

Libano E’ la sede dell’Olp per dodici anni, dal 1970 al 1982. Arafat vi arriva in fuga dalla Giordania e lo abbandona in fuga verso la Tunisia.

Mubarak: presidente dell'Egitto dal 1981. Filo occidentale, mediatore nella questione mediorientale, odiato dagli integralisti musulmani che hanno più volte tentato di ucciderlo. Con Arafat non ha mai legato in modo particolare.

Nobel Nel 1993, dopo gli incontri tenuti ad Oslo con il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, riconosce formalmente in una lettera indirizzata a quest'ultimo il diritto dello Stato di Israele ad esistere in pace e sicurezza e rinuncia all'uso del terrorismo e di altri atti di violenza. Riceve, l'anno seguente, insieme allo stesso Rabin e al ministro degli Affari esteri israeliano Shimon Peres, il premio nobel per la Pace.

Olp Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), organismo fondato nel 1964 con lo scopo di coordinare le forze di guerriglia antiisraeliana e di cui Arafat verrà nominato presidente nel 1969. Ad Arafat viene concesso nel 1974 di tenere un discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che con la risoluzione 3237, assegna all'Olp lo status di osservatore.

Oslo Rappresentanti di Israele e dell'Olp danno avvio ad un accordo a Oslo, Norvegia, il 20 agosto1993, che viene pubblicamente annunciato dalle due parti il 29 dello stesso mese. È previsto il reciproco riconoscimento dell'Olp e del governo israeliano e la fissazione di un periodo transitorio che si dovrebbe concludere, entro il 4 maggio 1999, con il passaggio di tutto il territorio della Cisgiordania e della striscia di Gaza alle autorità palestinesi. Rispettivamente il 9 e il 10 settembre, il leader dell'Olp Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin si scambiano lettere di mutuo riconoscimento. Nella sua lettera a Rabin, Arafat riconosce il diritto dello Stato di Israele ad esistere in pace e sicurezza e rinuncia all'uso del terrorismo e di altri atti di violenza. Nella sua lettera, Rabin riconosce l'Olp come il rappresentante del popolo palestinese. L'Olp e Israele siglano la Dichiarazione dei Principi sulla disposizione temporanea dell'autogoverno il 13 settembre a Washington, sotto gli auspici del presidente Bill Clinton. Ha luogo la storica stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. La Dichiarazione prevede un periodo di transizione di cinque anni e l'elezione di un'Autorità palestinese. Le negoziazioni su Gerusalemme, i profughi e gli insediamenti dovranno iniziare non oltre il terzo anno.

Presidente Arafat Il 15 novembre 1988, ad Algeri, proclama lo Stato di Palestina, di cui verrà eletto presidente l'anno seguente. Il 20 gennaio 1996, con l'88 per cento dei voti, viene eletto presidente dell'Autorità nazionale palestinese. Di fatto, muore presidente di uno Stato che non c’è.

Rabin Nel 1993, dopo gli incontri tenuti ad Oslo con il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, Arafat riconosce formalmente in una lettera indirizzata a quest'ultimo il diritto dello Stato di Israele ad esistere in pace e sicurezza e rinuncia all'uso del terrorismo e di altri atti di violenza. Rabin sarà ucciso nel 1995 da un estremista ebreo.

Settembre Nero Nel 1970, durante il cosiddetto Settembre nero, è costretto ad abbandonare, per volontà del re Hussein, la Giordania, paese in cui erano state stabilite le basi dell'Olp, e a ritirarsi nel sud del Libano.

Tunisi L’invasione israeliana del Libano meridionale nel 1982 costringe l’Olp a trasferirsi a Tunisi. Qui si costituisce il cosiddetto “gruppo di Tunisi”, formato dai fedelissimi di Arafat, accusati spesso di essere una sorta di “cupola” mafiosa all’interno dell’Autorità nazionale.

V Le dita in segno di vittoria sono uno dei gesti più ricorrenti. Arafat ha incarnato l’utopia di una vittoria impossibile.

Wojtyla Arafat ha sempre avuto un buon rapporto con Papa Giovanni Paolo II. Oltre alla sensibilità mostrata dal Vaticano per la causa palestinese, c’è da considerare che Suha, la moglie di Arafat, è una cristiana convertitasi all’Islam solo dopo il matrimonio.

Yassin Arafat prova a fermare Hamas arrestandone uno dei leader più famosi, lo sceicco tetraplegico Ahmed Yassin. Ma poi è costretto al dietrofront, perché Yassin è popolarissimo tra la gente di Gaza. Yassin muore ucciso dal Mossad, da shaid, da martire. La fine sempre cercata da Arafat.

Zero Dopo la morte di Arafat per la Palestina sembra davvero l’anno zero. Chi prenderà il posto di Yasser?

Antonello Sacchetti
12/11/2006

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ottobre 27, 2008

Iraq: un governo fantoccio

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Personalmente non mi sono mai fatto illusione sulle sorti dell’Iraq liberato. Sarebbe stato chiaramente uno stato fantoccio totalmente dipendente dagli Usa, fatta eccezione per tutto ciò che può essere irrilevante e di nessun interesse per i nuovi padroni. Essendo io all’antica, sono del pare che per gli iracheni sarebbe stato meglio vivere sotto Saddam che non ora sotto gli americani. Naturalmente, ci sono molti concittadini che ritengono sia stata un bene aver abbattuto il dittatore, quello stesso dittatore che faceva tanto comodo agli Usa quando combatteva l’Iran su commisione. Può darsi che simili cittadini formino la cosiddetta “opinione pubblica”, una massa di consenso che può essere facilmente manipolata e che si accorge della manipolazione subita solo quando soffre per qualche motivo che la tocchi sul piano strettamente personale. Il titolo di questo post che darà vita a riflessioni specifiche mi è venuto pensando alle reazioni irachene, o meglio del governo fantoccio iracheno, dopo l’incursione armata Usa in terrotorio siriano. La Siria ha un bel chiedere al governo iracheno un’inchiesta governativa. Il governo ha già risposto che è lieto e contento per l’assassinio a sangue freddo degli operai che lavorario in un cantiere a sette km dal confine.

1. Soddisfazione del governo iracheno per la strage in Siria. – È da chiedersi quali potranno essere gli sviluppi nelle relazioni fra il governo fantoccio iracheno, che non poteva apparire più servile e fantoccio, e la Siria. A parlare è stato il portavoce governativo iracheno Ali Debbagh, il quale ha detto che si è trattato di Una azione condotta contro “gruppi terroristici contrari all’Iraq”. Certamente, non possono dire ed ammettere di aver ucciso semplicemente degli operai al lavoro. Incomincerà adesso il solito balletto per l’accertamento della verità, di chi fossero i corpi dei morti, che intanto le famiglie piangono. La Russia ed il Libano hanno però fatto sapere che qualunque fosse il pretesto non era giustificabile la violazione della sovranità altrui, anche se ormai questi concetti non sembrano valere per gli stati minori. Farebbero bene ognuno di essi a dotarsi di atomica. Forse solo in questo modo possono sperare in un poco di rispetto.

Siria: un nuovo fronte di guerra.

Noi comuni cittadini cui giungono notizie come quelle dell’attacco Usa in Siria, dove sono stati uccisi otto civili, dobbiamo o disinteressarci alle notizie in quanto fatti lontani e fuori del nostro controllo oppure siamo colpiti da un senso di frustrazione. Forse il modo migliore per reagire è di acquisire al nostro sistea di conoscenze la lezione che ci offre la realtà dei fatti. Diamo perciò vita in questo nostro diverso blog ad un nuovo sistema di monitoraggio di ciò che succede giorno per giorno e che riusciamo a filtrare attraverso le manipolazioni mediatiche. Saper leggere la realtà disvelandola dai veli con cui si tenta di nasconderla falsificandola.

Versione 1.2
Status: 29.12.08
Sommario: 1. Stavano lavorando in un cantiere. – 2. Dichiarazione del ministro degli esteri siriano. – 3. Un’analisi di Maurizio Blondet. – 4.

1. Stavano lavorando in un cantiere. – Sono morti per le armi liberatrici degli Usa il 26 di ottobre 2008 otto operai che lavoravano per costruire una casa. Sono anche morti dei bambini, quei bambini che tanto ci commuovono e tanto più vengono ammazzati, effetto secondario trascurabile. Le foto che qui si possono vedere in successione e fintantoché resteranno disponibili sono più eloquenti di qualsiasi testo. Da notare la solita successione: gli Stati Uniti che dicono di aver ammazzato dei terroristi, poco curandosi di aver violato il territorio sovrano di un altro stato con cui non sono formalmente in guerra. Dopo l’11 settembre per aver subito un attentato di cui restano oscuri gli autori ed i motivi, il governo Usa si è sentito nel suo pieno diritto di invadere qualsiasi parte del mondo ritenga utile. Ma si usa ancora indicare Hitler ed il nazismo come paradigma di ogni nefandezza. La Francia chiede chiarimenti, affettando una dignità che non possiede. Gli stati arabi protestano energicamente, ma più di tanto non possono fare. Incredibile ma vero, in nuovo governo fantoccio iracheno si dice soddisfatto. È da chiedersi se mai esprimerebbe la stessa soddisfazione se appunto non fosse un fantoccio: abbiamo esportato la democrazia che volevamo imporre a tutti i costi a chi ne era orbato. Qualche speranza viene dalla Russia che esprime preoccupazione e fa sapere di non aver gradito. Tutto ciò accade a pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane. Significherà qualcosa? Comandano i militari chiunque sia il presidente? È un colpo di coda di Bush? C’entra la Israel lobby? È una continuazione della strategia che vuole assoggettare tutto il Medio Oriente?

2. Dichiarazione del ministro degli esteri siriano. – Comprensibilmente, si legge su Repubblica che «Ma la reazione più dura è venuta dal ministro degli Esteri Walid al Mouallim che, in visita a Londra, ha parlato di “una aggressione terrorista”, inducendo il Foreign Office ad annullare la sua conferenza stampa assieme al collega britannico David Miliband, “perché non sarebbe stata appropriata”». La diplomazia ha le sue regole e le sue forme, ma le vittime hanno meno il senso della forma ed il dolore dei familiari non è contenibile.

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3. Un’analisi di Maurizio Blondet. – Riporto qui per intero un’analisi di Maurizio Blondet che mi è stato appena segnalato per posta. Sarà per me oggetto di riflessione ed ulteriori sviluppi e linee di ricerca:
Maurizio Blondet 28 ottobre 2008

Parlavano arabo alcuni dei commandos americani che hanno compiuto l’incursione in Siria, ammazzando otto persone e cammelli, per eliminare un «terrorista di Al Qaeda». Il che significa che gli incursori erano quasi certamente israeliani. Israeliana è del resto la tattica, e israeliana è la «dottrina» che vi è riaffermata: non riconoscere la legittimità di alcuno Stato, violarne il territorio come fosse di nessuno, ammazzare innocenti a caso. Se, beninteso, quello Stato è debole e non può difendersi.

La Siria è notoriamente debole. Perciò Israele dell’anno scorso ne ha penetrato lo spazio aereo con bombardieri che hanno distrutto una presunta ma improbabile installazione nucleare. Perciò gli assassini professionali giudei vanno e vengono liberamente sul suo territorio, ammazzando figure di rilievo - le ultime il generale Mohammed Suleiman e un capo Hezbollah, Imad Mughniyeh. La Siria non può che protestare, e subire gli affronti. E’ come Gaza, come la Cisgiordania: un poligono di tiro talmudico, a bersagli mobili e sanguinanti. Albegherà almeno in Occidente la coscienza che il mondo è sotto il tallone di due Stati-canaglia armatissimi, la superpotenza e lo staterello che la controlla? Macchè. «Il comune denominatore di queste operazioni è che nessuno prende più sul serio la Siria, date le ripetute violazioni della sua sovranità», scrive Amos Harel sull’israeliano Haaretz (1). Già. Questa logica talmudica porta ad una conclusione inevitabile: che l’Iran ha ragione, che uno Stato - nel nuovo ordine mondiale talmudico - deve dotarsi di bombe atomiche e missili per lanciarle, se vuol essere preso sul serio.

Non è nemmeno il caso di ricordare che la Carta dell’ONU condanna come crimine «l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato»; questa norma non si applica più, nel nuovo regno della violenza assoluta. Il nuovo principio era scritto nel «National Security Strategy of the United States of America», emanato nel 2002 dalla Casa Bianca, e stilato dai talmudici allievi di Leo Strauss, detti neocon, ispirati dalla ormai lunga pratica israeliana. In quel documento, gli USA annunciavano che avrebbero colpito «preventivamente» qualunque Stato che a loro giudizio fosse «minaccioso per la sicurezza nazionale», violandone l’integrità, uccidendone gli abitanti e i capi, usando il suo territorio come meglio gli pareva.

Questo, come fu notato, «liquida l’ordine internazionale che ha governato il mondo fin dal trattato di Westfalia del 1648». Grande e disperata soluzione trovata dallo Jus Publicum Aeropaeum per far finire la condizione di guerra perpetua, il trattato riconobbe - e creò - il principio della sovranità e della legalità. Ogni Stato, debole o forte, piccolo o grande, era una persona giuridica legittima, quindi capace di legarsi con trattati, aventi forza legale. E in base a Westfalia che, per esempio, dal 1648, gli Stati firmano trattati e convenzioni per umanizzare la guerra, che vietano la guerra preventiva, l’uso di armi massacratici di civili in modo particolarmente inumano; la guerra stessa diventa un atto giuridico, che si conclude con un atto giuridico, il trattato di pace.

Ovviamente gli Stati Uniti Talmudici non hanno mai accettato questa norma di civiltà elementare. Le tribù indiane, il regime tedesco, quello giapponese, non furono considerati nemici legittimi, ma criminali da impiccare, dopo averli costretti alla resa incondizionata a forza di massacri. La resa condizionata, contrattata, implica riconoscere l’altra controparte come legittima; ma per l’America è legittima solo l’America, e Israele. Ovviamente, ciò porta alla guerra totale, alla guerra senza limiti, da concludere solo con l’annientamento fisico del nemico, auspicabilmente il genocidio. Gli USA sprofondano, ma ancora vogliono mostrare che non riconoscono alcuno Stato come legittimo. Varcano lo spazio pakistano coi loro droni e i loro commandos, per uccidere, dal vicino Afghanistan occupato; l’incursione contro la Siria è venuta dall’Iraq occupato. Gli attacchi non vengono nemmeno rivendicati nè ammessi ufficialmente, a dimostrare che gli USA si comportano ormai come pirati, come delinquenti comuni di livello globale.

Ovviamente, non si può pretendere che delinquenti proni ad atti di pirateria sviluppino qualche capacità strategica. Gli strateghi americani, i generali coi galloni, sono così mediocri che, dopo sette e cinque anni di occupazione, non riescono a contenere la guerra all’interno dell’Iraq nè dell’Afghanistan; devono per forza riversare fuori il loro disordine, in Pakistan, in Siria, dovunque sono certi che la loro forza è preponderante e possono usarla senza limiti legali. Anche questo, l’hanno letto sul Talmud. La Siria ospita come può due milioni di profughi iracheni: gli USA glieli hanno gettati là come spazzatura umana, fuori dal loro disordine iracheno; altra spazzatura, fra cui i cristiani, sono stati gettati in Giordania. In più, entrano nella casa altrui, che hanno riempito di rifiuti umani, per ammazzare bersagli selezionati - e tutti i rifiuti umani che si trovano lì vicino.

I motivi dell’incursione in Siria - ostentata, in pieno giorno - lasciano perplessi gli analisti. La violenza su questa zona del confine iracheno era diminuita, le infiltrazioni di «terroristi stranieri» sono state meglio controllate dai siriani. Persino Stratfor, il sito militarista americano, definisce «bizzarro» il raid. Altri parlano di un ultimo regalo di Cheney a McCain, o dell’ultima dimostrazione del principio anti-Westfalia della morente amministrazione Bush. Tali dubbi sulle motivazioni indicano qualcosa di irrazionale, incomprensibile. Sotto il giovane Assad - che avrebbe preferito restare a fare il dentista a Londra - la Siria ha fatto di tutto per uscire dall’isolamento demonizzante in cui l’avevano chiuso i talmudici. S’è ritirata dal Libano. Ha fatto avances agli americani. Ha persino aperto un tavolo indiretto di normalizzazione dei rapporti con Israele, attraverso la Turchia.

Nelle ore dell’attacco, il ministro degli Esteri siriano era a Londra, per migliorare i rapporti. In ogni modo Damasco ha fatto capire di essere pronta ad allentare le relazioni con Teheran, in cambio, è ovvio, di qualche garanzia internazionale sulla propria esistenza. La risposta talmud-americana è sempre stata: colpire, umiliare la Siria. Ricacciarla nel ghetto degli Stati-canaglia, gravarla di sanzioni continuate, accusarla di «terrorismo», mentre subisce atti terroristici. Il motivo è che i neocon americani hanno, una volta per tutte, definito la Siria «un frutto maturo per il cambio di regime», e sperano di accelerare la maturazione; Damasco è sempre vista da Israele, e ancor più dai neocon zelanti per Israele, come un ostacolo agli interessi di Sion, per la sua stessa esistenza.

I parziali successi di Damasco sul piano internazionale devono avere invelenito gli ambienti attorno a Cheney. In luglio, il presidente Assad è stato invitato al vertice della UE a Parigi. Nicolas Sarkozy, come presidente europeo pro-tempore, ha compiuto sforzi notevoli per attrarre la Siria nell’orbita della ragionevolezza europea (di Westfalia, per quanto spettrale sia); Sarko non è certo anti-israeliano, anzi le sue aperture ad Assad hanno lo scopo di staccarlo dall’Iran e da Hezbollah, di fargli capire che gli interessi siriani e quelli iraniani non sono convergenti. Ma i neocon non vogliono la sicurezza di Israele; vogliono Israele in costante pericolo, perchè solo così il regno talmudico, con la scusa di difendersi, può attaccare ed espandersi nella guerra perpetua, rifiutando ogni trattato, fidando solo nella sua forza superiore.

Sicchè l’ipotesi più credibile a spiegare l’attacco americano sembra questa: un avvertimento all’Europa e a Sarkozy; che non osi fare una politica non approvata dagli USA. Che sia stato Cheney ad ordinare l’incursione gratuita, ancora una volta scavalcando la catena di comando del Pentagono (la catena di comando in USA è confusa fin dall’inizio, i generali e la truppa sono affiancati da mercenari a contratto e da commandos israeliani, che non obbediscono che ai loro capi o datori di lavoro: è così che si perdono le guerre), non c’è dubbio. Ci sono indizi precisi. Nel maggio 2007, Condoleezza Rice chiese al ministro degli Esteri siriano il permesso per due generali americani di visitare Damasco, onde «condividere l’intelligence» fra le due forze armate; la proposta fu bocciata dalla Casa Bianca, che si rifiutò di aderire alla ragionevole contro-richiesta di Assad, di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche.

«Non si parla coi terroristi», insomma: ci diano le informazioni riservate di cui abbiamo bisogno, ma sia ben chiaro che restano nostri nemici, da sterminare. Nel dicembre 2007, lo stesso generale Petraeus tentò di ottenere un colloquio con generali siriani a Damasco, perchè senza lo spionaggio siriano l’occupazione dell’Iraq ha un angolo cieco; ancora una volta, ebbe il divieto della Casa Bianca. «Sia il Dipartimento di Stato sia il Pentagono hanno cercato collaborazione con lo spionaggio siriano, e sono stati impallinati dall’ufficio del vice-presidente», dice Joshua Landis, docente ebreo alla Oklahoma University, specializzato in affari siriani (2).

Sarkozy ha auto il coraggio di «chiedere spiegazioni» agli USA su questo attacco (del resto, in Siria è Total che ha il monopolio delle ricerche petrolifere), affiancato da Mosca; in ogni capitale europea, il colpo di coda di Cheney ha fatto un’impressione pessima, e in qualche modo ha ingrandito l’evidenza che i gli interessi europei sono più vicini a quelli russi che a quelli americani. Il colpo canagliesco può avere anche una motivazione interna. Zbigniew Brzezinski pare abbia incontrato Assad a febbraio, in una delegazione della Rand Corporation: e Zbig, capo ideologico di ciò che si può chiamare «imperialismo razionale», sarà anche uno dei consiglieri principali di Obama, se vince lui. Daniel Kurtzer, ebreo, ex ambasciatore USA in Israele sotto il primo quadriennio Bush, ha visitato la Siria in luglio, incontrando il ministro degli Esteri: e Kurtzer è destinato a diventare il principale consigliere di Obama nellle questioni israelo-palestinesi. Dunque l’attacco serve ad esprimere la rabbia neocon contro la nuova «soft diplomacy» che non li vedrà protagonisti, e ad imporre un fatto compiuto destabilizzante alla nuova amministrazione.

1) Simon Tisdall, «Syria: US goes it alone, again», Guardian, 27 ottobre 2008.
2) Patrick O’Connor, «US military forces attack Syrian village, killing eight», WSW, 28 ottobre 2008.
Ero arrivato alla stessa conclusione: che uno stato, anche quello di San Marino, deve dotarsi di arsenali nucleari, se vuol esser certo della sua sicurezza. Il diritto disarmato non offre più nessuna protezione.