gennaio 04, 2013

La questione sionista ed il Vicino Oriente. – Documentazione tratta dal quotidiano torinese “La Stampa”: Cronache dell’anno 1931.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. Il quotidiano “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dall’archivio storico de “La Stampa”


1931
1930   ↔ 1932
Anno inizio spoglio: 1921.
La Stampa: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891- 1892 - 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 -1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - 1944 - 1945 - 1946 - 1947 - 1948 - 1949 - 1950 - 1951 - 1952 - 1953 - 1954 - 1955 - 1956 - 1957 - 1958 - 1959 - 1960 - 1961 - 1962 - 1963 - 1964 - 1965 - 1966 - 1967 - 1968 - 1969 - 1970 - 1971 - 1972 - 1973 - 1974 - 1975 - 1976 - 1977 - 1978 - 1979 - 1980 - 1981 - 1982 - 1983 - 1984 - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1990 - 1991 - 1992 - 1993 - 1994 - 1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999 - 2000 - 2001 - 2002 - 2003 - 2004 - 2005 - 2006.

Sommario: 1. L’espansione ebraica in Asia Minore. –

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1931. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1931.




Cap. 1

Top c. 1 ↑ 3.8.1931 ↓ c.  3   ⤇ plus

L’espansione ebraica in Asia Minore

La Stampa,
Anno LXV, n. 183

lunedì, p.1-2
3 agosto 1931

LUGANO, agosto. – In seno al Sionismo sono sorti già da anni diversi partiti: quello dei Misrachi (ortodossi che fanno parte della opposizione e rimproverano al Sionismo di trascurare il culto della religione): il partito del sionisti generali ossia del Centro, (ha la maggioranza relativa); il partito dei lavoratori (cioè de| sindacalisti che numericamente vengono al secondo rango) ed il partito dei riformisti (la sua denominazione ufficiale è «revisionisti» e sono i sionisti intransigenti). Vi sono ancora alcuni gruppi minori. Nel recente Congresso è sorta una coalizione fra il Centro ed il partito dei lavoratori che domina in pieno l’attività del Congresso.
Per seguire e comprendere bene le lotte interne fra questi partiti, che alle volte assumono carattere aspro e magari violento, bisogna avere una mentalità ebrea e conoscere a fondo l’intima natura dei loro contrasti che di frequente, agli estranei sembrano incomprensibili. Già il loro linguaggio ha caratteristiche speciali, per il frequentissimo impiego di espressioni ebree il cui senso può essere compreso soltanto attraverso una pratica piuttosto lunga. Gli ebrei, quando si tratta di questioni interne sono molto chiusi, ed in genere non sono comunicativi e torna difficilissimo ottenere delle interviste dalle loro personalità in vista. Abbiamo seguito dal principio alla fine i tre Congressi dal 1927, 1930 e 1931 e ci siamo convinti che le questioni interne del Sionismo, anche le più importanti, interessano solo indirettamente gli estranei.
I rapporti col Governo britannico

Invece la politica estera del Sionismo assume una importanza sempre crescente. Il suo scopo finale è di creare una Sede Nazionale del popolo ebreo in Palestina che ne diventi la Patria ed il centro culturale e religioso. I riformisti vanno più in là e aspirano alla ricostruzione del Regno d’Israele. Anche nella sua formola più semplice e mite questo programma solleva questioni delicatissime.

Non si può contestare agli Ebrei il diritto storico di avere una sede nazionale in Palestina. Essi costituiscono un popolo con caratteristiche nazionali proprie, con una cultura e una civilizzazione sviluppatissime e più volte millenarie, un popolo che per mezzo delle sue colonne ha contribuito al progresso di non pochi paesi. La trasformazione di questo bel sogno in realtà oltre a costituire un atto di giustizia, dal punto di vista del progresso dell’Asia Minore, sarebbe un bene. La realizzazione delle aspirazioni dei Sionisti, anche se limitata alla formula confermata ancora all’ultima seduta del recente Congresso, che è la formula ufficiale e quindi la sola attendibile, e la più mite e si urterà a una tenace opposizione degli Arabi, essa solleva inoltre altre questioni che interessano particolarmente l’Italia.

La politica estera del Sionismo si svolge su due poli — il Governo inglese e la Società delle Nazioni. L’organizzazione sionista ha presso quest’ultima un proprio fiduciario: ciò significa che essa fa un serio assegnamento sull’appoggio della S.d.N. e la Segreteria di quest’ultima si fa sempre rappresentare a tutti i Congressi da un «osservatore» che ne segue accuratamente i lavori. Di questa collaborazione fra il Sionismo e Ginevra appare ben poco: eppure essa sussiste e molto probabilmente è fattiva. Indubbiamente i sionisti sarebbero ben lieti se il mandato sulla Palestina avesse da passare dall’Inghilterra alla S.d.N.

 I rapporti col Governo inglese sono continuamente sottoposti ad alternative. Sotto il regime conservatore il Governo della Gran Bretagna seguiva una politica ondeggiante e accoglieva alternativamente le aspirazioni degli Ebrei e quelle degli Arabi; però allora la politica  inglese permetteva ai primi di dare un notevole incremento alla loro colonizzazione della Palestina, ed essa avrebbe assunto uno sviluppo maggiore, qualora 1’organizzazione sionista avesse avuto a sua disposizione i capitali necessari. Sotto il regime laborista la situazione è cambiata profondamente: il Gabinetto di MacDonald aveva mandalo in Palestina alti funzionari animati da sentimenti ostili agli Ebrei ed i progromi dell’agosto 1929 in cui perirono 160 israeliti e andarono distrutte proprietà di gran valore, furono in parte la conseguenza di questa avversione. Non meno avversi agli Ebrei furono gli esponenti delle due principali Commissioni d’inchiesta presiedute dagli on. Shaw e Simpson. In seguito alle loro relazioni, il Ministero inglese delle Colonie pubblicò lo «Statement Passfield», ossia il «libro bianco» del 1930, le cui conclusioni, se fossero state accolte, avrebbero ostacolata e resa quasi impossibile l’immigrazione ebrea in Palestina. Seguì la reazione da parte degli Ebrei e di quella parte dell’opinione pubblica inglese che appoggia le aspirazioni dei sionisti. Qualche influenza fu pure esercitata anche dalla Commissione per i Mandati della Società delle Nazioni. Avvennero delle trattative clip durarono circa quattro mesi e che condussero alla emanazione di una lettera del febbraio 1931 del Primo Ministro MacDonald al presidente del sionismo, dott. Weizmann (il quale dopo la pubblicazione del «libro bianco» aveva rassegnato immediatamente le sue dimissioni). Quella lettera, costituente l’interpretazione legale del «libro bianco», ne annulla la maggior parte del contenuto. Restano però ancora in vigore alcuni dispositivi atti ad ostacolare considerevolmente la penetrazione sionista in Palestina. Attualmente la situazione degli Ebrei in Terra Santa è meno favorevole di quella che fosse sotto il regime conservatore.

 L’eclissi di Weizmann

Fin qui l’organizzazione sionista aveva tenuto verso il Governo inglese un atteggiamento, in complesso, deferente. Nei Congressi sionisti non mancavano le proteste e le lamentele per il modo con cui il Governo inglese eserciva il mandato sulla Palestina, però alla fine si aveva una dichiarazione ufficiale atta a soddisfare il Governo di Londra.

L’ultimo Congresso era chiamato a pronunciarsi sulla questione se il Sionismo possa mantenere inalterata la sua condotta verso l’Inghilterra, oppure se non sia il caso di passare ad una politica di opposizione. Dopo interminabili discussioni, a volte animatissime, si finì col votare un ordine del giorno che in sostanza mantiene inalterata la politica estera dell’organizzazione sionista. Però, il Presidente dr. Weizmann, considerato come l’esponente e l’autore principale della politica anglofila, seguita fin qui non fu più confermato in carica, ma venne sostituito dal dr. Nahum Sokolow, l’oratore lirico del Sionismo e amico personale del dr. Weizmann, del quale condivide pienamente le opinioni e le vedute politiche. Il dr. Weizmann, nelle sedute successive fu fatto segno a calorose ovazioni e a grandi manifestazioni di simpatia da parte della quasi totalità dei sionisti. E allora perché non fu rieletto? La non rielezione costituisce una protesta contro l’Inghilterra e specialmente contro il Governo laborista perché nel dr. Weizmann non confermato si volle colpire più che il capo del Sionismo il grande amico e sostenitore dell’Inghilterra.

L’immigrazione ebrea in Palestina sarà dunque proseguita, non ostante l’aumento degli ostacoli suscitati dalla politica adottata dal Governo laborista. Molto si è parlato e si parla tutt’ora della colonizzazione agricola della Palestina per opera dell’organizzazione sionista. Prevaleva in Europa la convinzione che gli Ebrei non avessero i requisiti voluti per realizzare con successo la colonizzazione agricola. Le esperienze fatte fin qui hanno smentito hanno smentito questo preconcetto: gli Ebrei hanno creato in Terra Santa parecchie colonie agricole veramente importanti e prospere e che hanno prospettive assai rassicuranti per il loro avvenire.

La colonizzazione industriale

Invece poco si parla della colonizzazione industriale e dell’artigianato ebreo, mentre essa acquista una importanza sempre crescente e presto potrà superare quella della colonizzazione agricola, se pure non l’ha già superata. Attualmente, si 170.000 Ebrei residenti in Palestina almeno 30.000 vivono direttamente e altri 10.000 indirettamente dell’industria. Nello spazio di pochi anni sono sorte numerose piccole e medie fabbriche di articoli assai variati e dalla piccola si sta passando alla grande industria. L’impianto di una centrale elettrica è quasi interamente terminato: esso è quasi ritardato dalla dalla rottura di una diga del bacino di accumulamento; questo impianto favorirà il sorgere di altre modeste industrie. Sono pressoché terminati i lavori per l’estrazione della potassa dal Mar Morto.

Qui tocchiamo un punto che interessa particolarmente l’Italia e la sua esportazione in Asia Minore.

Gli Arabi avevano boicottato e per lungo tempo gli articoli fabbricati dagli industriali ebrei in Palestina; eppure quelle fabbriche, sorte da qualche anno soltanto, hanno potuto sostenere benissimo quella lotta, perché poterono smerciare i loro prodotti in Siria ed in altri paesi limitrofi. La nascente industria ebrea in Palestina possiede già una forza considerevole di espansione, forza che sarebbe ancor maggiore se la attività industriale non fosse intralciata continuamente, oltre che dall’alto costo delle vita e quindi dai salari elevati, dai continui conflitti del lavoro, da scioperi e serrate. Da qualche tempo il costo della vita ribassa ed anche i salari diminuiscono. Vi sono degli industriali che, esasperati dei continui scioperi, hanno trasferito le loro officine in Siria. Si constata così l’inizio di una espansione industriale ebrea nell’Asia Minore. Data la straordinaria tenacia innata degli Ebrei e la loro competenza in affari, è da prevedere che questa espansione industriale avrà il suo corso. Sarà consigliabile di seguire attentamente questa attività industriale incipiente, non già per cercare di intralciarla, che sarebbe ingiusto e vano, ma per saper adattare l’esportazione italiana ed i nostri interessi nazionali alle nuove condizioni.

EMILIO COLOMBI


La questione sionista ed il Vicino Oriente. – Documentazione tratta dal quotidiano torinese “La Stampa”: Cronache dell’anno 1932.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. Il quotidiano “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dall’archivio storico de “La Stampa”


1932
1931   ↔ 1933
Anno inizio spoglio: 1921.
La Stampa: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891- 1892 - 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 -1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - 1944 - 1945 - 1946 - 1947 - 1948 - 1949 - 1950 - 1951 - 1952 - 1953 - 1954 - 1955 - 1956 - 1957 - 1958 - 1959 - 1960 - 1961 - 1962 - 1963 - 1964 - 1965 - 1966 - 1967 - 1968 - 1969 - 1970 - 1971 - 1972 - 1973 - 1974 - 1975 - 1976 - 1977 - 1978 - 1979 - 1980 - 1981 - 1982 - 1983 - 1984 - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1990 - 1991 - 1992 - 1993 - 1994 - 1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999 - 2000 - 2001 - 2002 - 2003 - 2004 - 2005 - 2006.


Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1932. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1932.





Cap. 1

Top c. 1 ↑ 31-3.1-4.1932 ↓ c.  3   ⤇ plus

Gli ebrei della Palestina contro il Governo inglese?

La Stampa della Sera,
giovedì. venerdì, p. 1
31 marzo-1 aprile 1932 

Gerusalemme, 31 sera. – L’Alto Commissario inglese ha informato l’Esecutivo per la Palestina dell’Agenzia israelita che egli intende creare il Consiglio legislativo previsto nel Libro Bianco di lord Passifield del 1930, poiché la sezione maomettana della popolazione ha chiesto che esso sia messo in vigore. L’Agenzia israelita ha immediatamente informato l’Alto Commissario che la creazione del Consiglio legislativo nelle circostanze presenti, non può essere accettato dalla popolazione ebrea. Il progetto di lord Passifield, tuttavia aveva previsto che si dava facoltà all’Alto Commissario, nel caso che una parte della popolazione non volesse cooperare alla formazione del Consiglio, di nominare personalmente i membri, ciò che si crede verrà effettuato.



Cap. 2

Top c. 1 ↑ 21.4.1932 ↓ c.  3   ⤇ plus

Nuovo mondo in Palestina

La Stampa,
21 aprile 1932, p. 5

Titoli: Panorami economici. Nuovo mondo in Palestina.

GIAFFA, aprile. –  Da quando, nel 1917, Lord Balfour espresse la propria simpatia per le aspirazioni ebraico-sioniste, e promise il suo aiuto per favorire l’idea lanciata in quei difficili momenti, che il popolo ebraico avesse la propria sede nazionale in Palestina, molto si è fatto, anche se di questo mondo nuovo noi abbiamo avuto rare notizie.

In verità il problema ebraico non esiste per l’Italia, e perciò la cosa per noi ha un relativo interesse, all’infuori del suo particolare carattere nazionale e politico, e dei riflessi che un simile movimento può avere in un punto delicato del Mediterraneo, posto a cavallo fra l’Europa e l’Asia, là dove il passaggio attraverso l’Egitto si presenta, per le necessità dell’Inghilterra, ogni giorno più problematico.

Ricorderemo che la faccenda del riconoscimento prima, e della realizzazione poi, della sede nazionale degli ebrei, non si fermò all’interessamento di Balfour, ma nel febbraio 1919 i rappresentanti sionistici comparvero alla Conferenza della pace a Parigi, dove ebbero luogo delle sedute presiedute da Pichon e dallo stesso Balfour, alle quali parteciparono Clemenceau, Sonnino, Miller, Lansing e White.

L’anno dopo Sokolow pubblicò due volumi: Storia del sionismo 1900-1918, per fissare i progressi della aspirazione del popolo ebraico, e il 20 aprile 1920 le dichiarazioni di Balfour ottennero la sanzione delle Potenze, tanto è vero che la fissazione del mandato inglese in Palestina avrebbe come finalità di erigere per gli ebrei la sede nazionale nella antica Giudea. Fu per questo che la Palestina ebbe, dopo 20 secoli un «procuratore» che non era Ponzio Pilato, ma Sir Herbert Samuel, alto commissario inglese, ed ebreo, per tener a battesimo il nuovo regno di Israele.

D’altra parte, oltre le parole, Rothschild diede qualche centinaio di milioni ed altri grandi finanzieri, compreso Hirsch, fecero il restò. La migrazione ebraica in Palestina, iniziata timidamente nel 1905, raggiunse una sensibile corrente nel 1918. D’allora continuò a crescere in modo tale da provocare la reazione degli arabi, di cui si parla proprio in questi giorni, mentre l’Inghilterra rinforza le sue truppe d’occupazione.

 Ad ogni modo la nuova Sion rivive. In meno di dieci anni di fronte a 600.000 musulmani, e 70.000 cristiani, si sono qui trasferiti circa 80.000 ebrei. La realtà ha distrutto molti dubbi, e intorno ai nuovi nuclei, che vanno impossessandosi della vita economica del paese, la battaglia non può servire che a rafforzarli. Questa almeno è la nostra convinzione. Coloro i quali credevano che l’ebreo non si sarebbe attaccato alla terra, dimenticavano che l’ebrèo non vive solo nel ghetto e del commercio. Dimenticavano intere zone agricole della Galizia, dell’Ucraina, dell’Ungheria, della Polonia, che hanno dato il massimo contingente alla migrazione. L’elemento artigiano, commerciale, professionale si è creato la sua città: Tel-Aviv, che oggi è un sobborgo di Giaffa con 25.000 abitanti, ma domani sarà indubbiamente Giaffa sobborgo di Tel-Aviv.

In aprile si aprirà qui la grande Fiera del Levante, dopo aver accolto nel mese di marzo 15.000 ginnasti per le Olimpiadi ebraiche. Il nome di Fiera del Levante è stato preso naturalmente a Bari, ed ecco la ragione di un comunicato del nostro Governo per il quale in Italia non si può adoperare la dicitura Fiera del Levante se non per quella di Bari, togliendo così ogni ragione di equivoco, ed evitando che si possa fare in Italia della pubblicità ad una Fiera, la quale si affaccia con dei propositi di concorrenza, rivolgendosi allo stesso ambiente e con gli stessi scopi.

Non è il caso di descrivere la nuova città. Basta pensare che è nata dopo la guerra e che rappresenta tutta una vita nuova. Vi trionfa il razionalismo in architettura, per quanto piegato a qualche influenza orientale, vi ricorda una città tedesca nella tecnica degli impianti; la spiaggia è estesa come quella di Ostenda, il movimento è intenso ovunque in ogni ora del giorno. Banche, istituti di educazione, teatri e cinematografi completano l’ambiente, che non ha uguali da Alessandretta a Suez. Dappertutto le scritte sono in ebraico, la lingua che si parla è la lingua del Vangelo.

Qui fu il centro di tutta l’attività della Palestina Land developpement Company, sorta nel 1908, ma che ha cominciato dopo la guerra a funzionare sul serio. Ora gli uffici sono a Gerusalemme. Certo si è che la nuova Società fece dimenticare la Colonisation Association di Rothschild sorta nel 1900, ed alla quale si devono due o tre colonie agricole sorte con contadini della Galizia, spiritualmente inerti. Ma questo non si può dire del nuovo mondo. Qui l’emigrante non cambia la patria e non la perde, ma la ritrova. Tutto il movimento è pieno di fervore, di passione, e per questo si assiste ad un miracolo che non è dato di vedere in nessuna altra parte del mondo. La giovane generazione ebraica sembra che abbia mandato qui gli spiriti più pronti e più forti, i quali sono messi in moto da una idea: ricostruire il regno di Sion.

Nell’interno le colonie non sono meno ambientate del centro cittadino. Da Rehobot a Ness-ziona, da Bet-alfa a Huldah, dove le colonie ebraiche hanno scavato prima una trincea per difendersi dagli arabi, e poi hanno eretto i nuovi villaggi, lo spirito è vivo, alacre, quasi mistico. Taluna di queste colonie ha carattere comunista, ma forse è la miglior maniera di resistere e di vincere, dove tutto è da fare dal niente. Ci assicurava un funzionario che la «comunità» è la forza naturale di colonizzazione. Qui si ritrovano il farm americano e la casa ebraica che si vede in Russia; c’è in qualche sito un particolare che vi ricorda Vilna o Varsavia, Odessa o Kovno, ma vi sono anche villaggi modernissimi creati da un geniale architetto — Riccardo Kaufmann, nato a Francoforte sul Meno — il quale ha la direzione edilizia dell’Ufficio sionistico di Gerusalemme, dove si trovano anche le altre direzioni: emigrazione, commercio e industria, agricoltura, finanza.

Così queste colonie appaiono un poco lituane, un poco californiane, o addirittura razionaliste, ma certamente modelli d’ordine e di disciplina, centri magnifici di produzione. Basterebbe al viaggiatore frettoloso, per farsi un’idea, fermarsi nel viaggio da Giaffa a Gerusalemme alle fonti di Ain Dilb, magnifica tenuta in mezzo alle colline rocciose della Giudea, dove si produce tutta la verdura che si consuma a Gerusalemme. Ma anche i nuovi sobborghi della città santa sono stati studiati dall’Ufficio sionistico, con viali, pareti, ville, alberghi, ed alla trasformazione della preesistente zona abbandonata, lavorarono studenti e professori polacchi, felici di creare con le loro mani, la fortuna della antica terra madre.

Dal lato industriale si è fatto meno, ma non si poteva fare di più. Un tedesco, Rutenberg, che pero è stato sotto Kerensky, governatore di Pietrogrado, ha studiato, ed attuato un impianto idro-elettrico per 16 milioni di chilovattora e 40 metri di salto tra il lago di Tiberiade e la Valle di Iezzerl. L’impianto è già in pieno sfruttamento per l’irrigazione, non completamente per la forza motrice, in quanto lo sfruttamento deve avvenire con lo sviluppo delle lavorazioni industriali. L’acqua del Giordano è stata così profanata per un battesimo di vita moderna che deve redimere la Palestina dal peccato dell’inerzia, come del resto le acque del Mar Morto sono già sfruttate per la produzione di sali potassici. Queste imprese non sono connesse né coi fondi nazionali, cioè dell’Esecutivo giudaico (una specie di Amministrazione più che Governo, ma che potrebbe essere il nucleo del Governo futuro), né dipendono dalle altre iniziative di carattere statale. Finanzieri inglesi hanno raccolto l’iniziativa e l’hanno portata a compimento.

Il Governo inglese invece, ha provveduto alle ferrovie ed alle strade. Al piccolo tronco da Giaffa a Gerusalemme, si è aggiunta tutta la rete che va da Suez a Beruti in Siria, con la diramazione per Bagdad. Le strade sono magnifiche e completamente asfaltate. Il soffio della civiltà ha trasformato ciò che i venti del deserto avevano devastato. C’è il senso di una vita nuova con le caratteristiche di tenacia, di volontà di fede che gli ebrei sanno avere, anche quando non parlano. Invece della nuova Palestina essi parlano in tutto il mondo, perché il loro sogno secolare ha avuto principio.

Nel creare la nuova vita della Palestina gli ebrei sono stati spinti dai ricordi di carattere nazionale e religioso che dovevano in un primo tempo creare spontaneamente la ragione organica della formazione delle loro attività. Certo, però, che mentre questa vita si allarga, e lo sviluppo non è più esclusivamente agricolo, ma anche commerciale e industriale, nell’interno della Palestina, la costa resta completamente aperta per delle ragioni che si riferiscono non tanto alle necessità ambientali, quanto a quelle diverse dei Paesi mandatari.

Da Suez fino ad Alessandretta la costa della Palestina e della Siria non aveva porti: si trattava di rade completamente aperte. La Francia, ancora prima della guerra, ha ottenuto la concessione e la costruzione del porto di Beruti e relativa ferrovia fino a Damasco. Questo porto è oggi completo e funziona ottimamente, soprattutto per i lavori fatti in questi ultimi anni, dopo l’abbandono di ogni progetto per il porto di Tripoli.

L’Inghilterra, tra Caifa e Giaffa, ha preferito, per ragioni politiche e militari, Caifa, il cui porto si va completando abbastanza rapidamente. Giaffa, che costituiva il vero porto della Palestina con alle spalle a 50 chilometri Gerusalemme, che non è più una città semplicemente di vita religiosa, ha perduto ogni possibilità di avere il suo porto, dato che le ragioni militari e politiche dell’Inghilterra sono prevalse sulle stesse ragioni economico-sociali del Paese soggetto al mandato.

Aggiungeremo che mentre in Siria esiste un Governo locale, il quale può far sentire le sue ragioni, anche se non vengono poi accettate, in Palestina non si sa bene chi possa esprimere le ragioni o i desiderii del Paese in quanto arabi ed ebrei lottano ogni giorno più sordamente tra di loro per escludere ogni ragione e occasione di influenza della parte avversa. Se l’afflusso ebraico ha avuto un arresto, le ragioni bisogna trovarle nella situazione creatasi in Paese, della quale un sintomo abbastanza grave sono stati i moti di due anni or sono.

Gli arabi hanno visto dapprima con sorpresa, e poi con dispetto, come il brullo e deserto terreno da loro ceduto, sia diventato meravigliosamente fruttuoso nelle mani degli ebrei, e dato che in questo Paese la proprietà non è quasi mai convalidata da titoli effettivi, mentre lo stato della giustizia è caotico, è facile immaginare come la reazione abbia dato luogo a conflitti sempre più gravi ed a vere battaglie con morti e feriti.

Ecco perché l’Autorità inglese è intervenuta a rallentare l’afflusso dei nuovi coloni, pur lasciando agli ebrei la soddisfazione di poter consigliare, attraverso il loro Esecutivo, ciò che ritengono più utile per i loro interessi. Il Governo inglese ci tiene a far sapere che vuole giustizia per tutti, compresi gli arabi, o può darsi che il Commissario tenga nella sua bella casa quella catinella che servì a suo tempo al procuratore della Giudea, a Ponzio Pilato, per risolvere un grosso problema di ordine religioso e sociale.

Ad ogni modo la sua guardia è costituita da sikhs indiani e da tiratori australiani, e il Paese è corso da camions armati. Alla giustizia non deve mancare la forza. È un vecchio metodo inglese di governare, che gli inglesi hanno creduto opportuno di adottare anche nei Paesi soggetti a mandato. I francesi — del resto —fanno altrettanto in Siria.

 ALFREDO GIARRATANA




Cap. 3

Top c. 1 ↑ 21.4.1932 ↓ c.  3   ⤇ plus

Funerali sul Monte degli Ulivi

La Stampa,
21 aprile 1932, p. 5

Gerusalemme, 20 notte. - (M.) Tra le numerose credenze che accompagnano ovunque gli ebrei nel loro eterno errare fra i paesi della Diaspora, una si riallaccia in maniera diretta colla sepoltura dei morti sui fianchi dell’Oliveto. I seguaci della Torah ritengono, infatti, che coloro i quali hanno il privilegio di dormire il sonno dei giusti sulla Montagna Santa di Gerusalemme, saranno i primi a balzare dalle loro tombe, vestiti di luce, appena le trombe del Giudizio finale squilleranno nella gola sottostante della Valle di Giosafat.

Sorretti dalla fede in questa leggenda, i ricchi Israeliti che muoiono in esilio, lontano dai Colli di Sion, hanno cura di far trasportare i loro resti mortali a Gerusalemme per attendervi, ai primi posti, l’appello di Javeh nel gran giorno della Risurrezione. Così si vedono, di tanto in tanto, funerali di ebrei d’Europa e d’America salire l’erta del Monte degli Ulivi in cerca di una zolla benedetta per dormirvi in pace il sonno della morte. Di questi cortei se ne ebbero diversi di questi giorni, in occasione del grande affluire di turisti israeliti d’Occidente alla Fiera di Tel Aviv.

Coloro che non possono permettersi il lusso di farsi seppellire sull’Oliveto, vi suppliscono, in parte, procurandosi un pugno di terra della Montagna Santa, di cui si serviranno poi nella loro tomba, come di origliere, e che dovendo alla fine del mondo ritornare al suo posto primitivo a Gerusalemme, farà loro da guida per condurli più in fretta, da qualsiasi latitudine del globo, al concentramento generale del popolo eletto nella Valle di Giosafat per ricevervi il premio di tutte le opere buone compiute in vita.


Cap. 4

Top c. 1 ↑ 16.11.1932 ↓ c.  3   ⤇ plus

Il rapporto sulla Palestina

La Stampa,
16 novembre 1932, p. 7

Titoli: La Commissione dei Mandati. Il rapporto sulla Palestina.

Ginevra, 15 notte.

La Commissione dei Mandati, che è in sessione da diversi giorni, ha esaminato nel corso della sua ultima seduti seduta il rapporto annuale dell’Inghilterra in merito alla Palestina. L’Alto Commissario britannico in Palestina ha fornito al riguardo interessanti informazioni circa i rapporti che intercorrono in quel territorio fra gli arabi e gli ebrei, partiucolarmente in vista della collaborazione dell’amministrazione del paese fra questi due elementi della popolazione, e circa la situazione ad Altaba, alla frontiera dell’Hegiaz con Transgiordania, dove — come si ricorderà ha avuto luogo recentemente un tentativo di rivolta contro il Re Ibn Saud.

La Commissione dei Mandati ha inoltre ripreso in esame la questione del progetto di unione fra i territori del Kenia e dell’Uganda, colonie inglesi con il mandato del Tanganika. Nulla è trapelato che possa consentire di dire in via definitiva quale sarà l’atteggiamento che la Commissione assumerà di fronte ai progetti sottoposti al sue esame.

Sembra tuttavia che le discussioni finora svoltesi abbiano posto in rilievo la necessità di procedere in tale delicata e complessa questione con estrema prudenza. L’idea che anima la Commissione dei Mandati in questo problema sembra essere quella che la Potenza mandataria non debba approfittare in nessun modo della sua situazione per assorbire il territorio mandatario nel complesso delle sue colonie, dato che ciò contrasterebbe con le disposizioni fondamentali del Mandato.

 G. T.

La questione sionista ed il Vicino Oriente. – Documentazione tratta dal quotidiano torinese “La Stampa”: Cronache dell’anno 1933.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. Il quotidiano “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dall’archivio storico de “La Stampa”


1933
1932   ↔ 1934
Anno inizio spoglio: 1921.
La Stampa: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891- 1892 - 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 -1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - 1944 - 1945 - 1946 - 1947 - 1948 - 1949 - 1950 - 1951 - 1952 - 1953 - 1954 - 1955 - 1956 - 1957 - 1958 - 1959 - 1960 - 1961 - 1962 - 1963 - 1964 - 1965 - 1966 - 1967 - 1968 - 1969 - 1970 - 1971 - 1972 - 1973 - 1974 - 1975 - 1976 - 1977 - 1978 - 1979 - 1980 - 1981 - 1982 - 1983 - 1984 - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1990 - 1991 - 1992 - 1993 - 1994 - 1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999 - 2000 - 2001 - 2002 - 2003 - 2004 - 2005 - 2006.

Sommario: 1. L’Ebreo Errante s’è arrestato? – 2. Fantastica odissea di un ex-Combattente. – 3. I nuovi Maccabei. –

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1933. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1933.




Cap. 1

Top c. 1 ↑ 29.1.1933 ↓ c.  3   ⤇ plus

L’Ebreo Errante s’è arrestato?

La Stampa,
domenica, p. 3
29 gennaio 1933

Titoli: Palestina antica e nuova. L’Ebreo Errante s’è arrestato?

(Dal nostro inviato speciale).
Giaffa, gennaio.

Cos’è il Sionismo? Quando, oltre venti anni dopo la pubblicazione del famoso libro di Teodoro Herzl, Der Judenstaat, la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 fece battere il cuore di speranza e d’orgoglio a milioni d’ebrei sparsi pel mondo, e con l’armistizio e il mandato britannico l’immigrazione ebraica in Palestina diventò un fenomeno bizzarro e grandioso, corse per l’Europa un motto che si disse inventato dal sovrano d’una nazione certo non molto tenera per i figli di Israello: «Sionismo significa un ebreo che ne paga un altro perché quest’altro vada ad abitare in Gerusalemme». La barzelletta ebbe gran fortuna perché è strano come uno dei popoli meno allegri che mai siano comparsi sulla terra, da tempo immemorabile serva viceversa da bersaglio prediletto a tutti gli umoristi.

Dovette sorridere anche il vecchio barone Edmondo Rothschild, ch’era poi quello che pagava più di tutti, accontentandosi come Mosé di additar da lungi ai fratelli la Terra Promessa, con l’unica differenza che invece d’essere sul Monte Nebo in procinto di rendere l’anima a Dio se ne stava assai meno perigliosamente nei suoi palazzi oppure nei suoi uffici di Parigi. Nessuno, del resto, gli avrebbe chiesto di riattraversare il deserto a capo delle turbe, di far tremare le mura di Gerico con lo squillo delle trombe, e di varcare il Giordano per ricostruire la Città di Davide. Colassero semplicemente i suoi milioni, indispensabili ad acquistar dagli arabi i «paschi d’Engaddi e di Saron». E con i suoi quelli d’altri potenti, per quel superbo e formidabile spirito di solidarietà che oltre i mari, i monti, i deserti lega l’ebreo al suo correligionario.

Dopo quel capolavoro di furba indeterminatezza ch’era stata la dichiarazione Balfour: «Il Governo della Sua Maestà Britannica considera favorevolmente lo stabilirsi in Palestina d’un Focolare nazionale per il popolo ebraico, e compirà tutti i suoi sforzi per facilitare il realizzarsi di questo progetto, sempre restando inteso che nulla sarà fatto che possa portar pregiudizio ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, nè ai diritti e alla situazione politica di cui godono gli ebrei in tutti gli altri paesi»; dopo il riconoscimento della dichiarazione da parte della Francia e la ratifica a San Remo nel 1920 del Consiglio Supremo degli Alleati, ed infine la delega della Società delle Nazioni, nel 1922, del mandato palestinese all’Inghilterra (ed è commovente che tanti valentuomini si siano accordati per lasciar sospesa a mezz’aria — proprio come la pietra di Maometto sotto la volta della moschea di Omar — una concessione che non specificava nulla); non era evidentemente il caso che venisse un nuovo Giosuè ad impugnare le armi per la riconquista della Palestina.

Bastava adesso da un lato l’oro dei banchieri, dall’altro la miseria materiale e spirituale degli ebrei di Russia, di Polonia, in genere dell’Europa Orientale, e finalmente il lievito di un entusiasmo improvviso, di un orgoglio che si ridestava dopo tante umiliazioni secolari. Il motto di spirito di quel sovrano potè quindi circolare, e trovar credito.

Kéren Kayémeth

 Mentre l’Europa dunque sorrideva (è un vecchio vizio dell’Europa sorridere di ciò che matura oltre i suoi confini), e nelle cassettine di latta azzurra del Kéren Kayémeth le-Israèl (cioè l’istituzione, del 1901, per la creazione di un «patrimonio intangibile del popolo ebraico destinato esclusivamente all’acquisto di terreni in Palestina e in Siria», e da non confondersi perciò col Kéren Hajesòd, o Fondo di Ricostruzione, creato nel 1920 durante la prima Conferenza sionistica del dopo-guerra  a Londra, quale spina dorsale della finanza della sede nazionale ebraica, del «national Home» di Balfour) in questi caratteristici salvadanai appesi in ogni casa di sionista d’ogni parte del mondo piovevano più fitti e generosi gli oboli della speranza, in Palestina le statistiche segnavano cifre impressionanti.

Non sarà inopportuno ricordare – a titolo di semplice riferimento – che a metà del secolo XVIII esistevano in tutto il mondo tre milioni di ebrei; nel 1910 dodici; e che attualmente se ne hanno diciassette di cui undici in Europa, quattro e mezzo in America, 800.000 in Asia, 500.000 in Africa, 25.000 in Oceania (l’Italia ne conta 56.400). L’Ebreo errante è prolifico nelle sue soste, tolti quei bizzarri Samaritani di Nablus, ridotti ormai a circa centocinquanta, che per essere custodi del venerato Pentateuco da tremila anni e dei più antichi riti d’Israello, vivono isolati nella loro chiusura di casta già un tempo maledetta, e adagio si estinguono per mancanza di donne, disperatamente tesi dall’ossessione sessuale che una volta li fece trasalire di gioia per l’inaspettato arrivo d’una prostituta a Tel Aviv. Ma la prolificità non c’entra con la Palestina. Se gli ebrei di questa terra, che a metà del secolo scorso erano poco più di dodicimila, salivano nel 1922 a 83.794, nel 1926 a circa 158.000, per raggiungere nel 1931 il numero di 175.000 (su una popolazione totale di 1.035.154), ciò era dovuto semplicemente all’appello alla «national Home», alla grande illusione creata da Balfour. Dopo diciannove secoli che la nazione ebraica era politicamente morta, che sui ruderi fumanti del Tempio distrutto da Tito era stata gettata l’eredità di Davide, la diaspora trovava la sua rivendicazione. I settecento giovani trascinati in catene da Gerusalemme a Roma intorno al trionfo dell’Imperatore risorgevano dal tempo, e il decrepito Ahasvero, deposto il bastone, sedeva sulla petraia di Monte Scopus a contemplare la rovina lasciata dai padri dispersi.

La conquista della terra

Terrificante rovina: deserto, palude, malaria. Dov’era la terra di latte e di miele descritta dalla Bibbia? Potevano forse bastare le poche, e non molto ricche, più vecchie colonie – Richòn-le-Ziòn, Rehovòth, Mikvèh Israèl, Pétach-Tikàh, Zichròn Jeacòv e vie dicendo – e le altre più recenti che prima della guerra già sommavano a una cinquantina? Queste colonie nutrivano tutt’al più dodicimila agricoltori. Piovevano intanto le turbe chiamate dal miraggio della Terra Promessa, incitate dall’oro sionista. Erano gli affamati ed i perseguitati di Russia, di Polonia, dell’Europa Orientale; ma in mezzo a costoro facilmente si riconoscevano e si additavano i capi spirituali: ingegni pronti, voraci, inflessibili pur nella caratteristica adattabilità israelitica e nell’apparente remissiva mansuetudine (ne abbiamo conosciuti qui e li faremo parlare); gente dal gesto messianico, oppure accesa da un ardore filantropico, oppure ancora pervasa dall’antica cieca fede che la salvazione del mondo dipenda da Israele e che questo sia destinato a sopportare e a redimere tutti i peccati dell’umanità. Gente insomma della tempra di quei fanatici che al Congresso di Basilea del 1903, avendo l’Inghilterra proposto ad Herzl l’Uganda come sede di colonizzazione ebraica, e sembrando questi propenso a secondare l’offerta, erano scoppiati in pianto e in grida deliranti protestando che soltanto in Palestina poteva essere alzato il vessillo di Sion, e che all’infuori di Gerusalemme non esiste paese per gli ebrei.

Occorreva dunque innanzi a tutto conquistare la terra – questa grama terra che l’arabo non coltiva se non quanto gli basti per strapparne un pugno di farina da sostentarsi prima di stendersi sulla sua coperta di lana di cammello –, edificare la città, costruire la società. Impresa stupenda per quei capi che, lasciate le loro case, ed alcuni anche le loro ricchezze, anelavano su questo lembo d’Asia di misurarsi con l’ostacolo materiale, nel cimento fisico, quasi per provare a sè stessi che le braccia ebree, intorpidite da secoli di vita sedentaria e di esasperato intellettualismo, ancora potevano reggere la clava di Sansone.

Rise di nuovo l’Europa: «L’ebreo non sarà mai un agricoltore, e nemmeno un operaio», e creò volentieri un’atmosfera di agnosticismo e di dileggio. Dal canto loro i cattolici guardavano con una specie di ribrezzo questo ammassarsi di crocifissori in Terra Santa; e fra gli stessi ebrei, i liberali si mostravano ostili al movimento sostenendo che Sion non è che un simbolo e che la missione ebraica è di carattere soltanto universale; e gli ortodossi – quelli del Muro del Pianto – indignati dall’irreligiosità sionista – gridavano che tutto ciò era un forzar la mano di Dio, che il Messia aveva da giunger sull’asina bianca, povero e illuminato, e non già con  le macchine agricole inviate da Kèren Hajesòd. Dal canto suo l’Inghilterra pensava che che qualche israelita morto per malaria non contava proprio nulla, se intanto la Palestina si bonificava; e un po’ facendo l’occhiolino agli arabi furenti per codesti intrusi, un po’ favorendo il lavoro dei giudei, ondeggiando insomma accortamente fra la sua qualità di potenza musulmana e la promessa del famoso «Focolare», attendeva paziente il maturar delle spighe. Tanto denaro di meno per impinguare questo benedetto mandato.

«Qui si è sacrificato il fiore della nostra gioventù. Qui tutti noi abbiamo zappato, sarchiato, seminato. Qui ci siamo ritrovati fisicamente forti ed abbiamo imparato che tutto il dolore non è solo morale. Avevamo bisogno di soffrir fame, sete, freddo, noi che avevamo provato soltanto i tormenti dello spirito. Ci era indispensabile dormir sotto la tenda, col fucile a portata di mano, dopo aver dormito per secoli in letti soffici ed esserci guadagnati la nomea di poltroni. Per edificare Tel Aviv ciascuno di noi ha dimenticato le sue lauree, i suoi libri, le sue crisi intellettuali (ah, quanti ebrei conosco che avrebbero bisogno di tal aura!), e ha fatto il muratore, il falegname, il carpentiere, l’elettricista. Girando per le strade noi abbiamo la gioia della nostra creazione: noi, che da duemila anni avevamo i muscoli inerti. Vede quegli aranceti. quei boschi di eucalipti, quei campi di frumento? Quindici anni fa eran distese di sabbia. Vede quelle colline subito fuori della città? Quindici anni fa gli arabi ci vendevano il terreno a poche piastre il dunam. Oggi un dunam lo si paga anche dodici sterline.

 Il gesto di quest’ebreo, di questo polacco educato in Italia, che s’è laureato due volte ed ha fatto il muratore per conquistare la sua fetta di Sion, che passa dieci ore al giorno in studi filosofici e poi girando pei suoi aranceti tuffa le mani nel concime e ne aspira l’odore esclamando: «Questo è oro» –  rievoca il gesto di Jehova additante a Mosé la Terra Promessa.

Il fiore della nostra gioventù… Quanti son morti di malaria nella valle di Izreèl e di Acco? Quanti sono caduti dodici anni fa nella sommossa araba di Giaffa contro la popolazione ebraica e gli immigranti? Quante donne e quanti fanciulli son stati sgozzati ad Hebron e a Safed durante l’Alto Commissariato di Sir John Robert Chancellor? E le distruzioni di Pétach Tikwah, di Hedera, di Rechoròth? Ed i tragici torbidi di Gerusalemme? Gli arabi insorgevano contro la conquista della terra a suon di dollari e di sterline, e in mezzo al sangue si preparava la riscossa terriera musulmana. Non importa: quel gesto messianico sembra continui ad additare un Eden.

Verso l’ignoto

Siamo qui in faccia a questa costruzione tanto più prodigiosa in quanto è il frutto di una volontà quasi fanatica. Dai lerci sobborghi di Giaffa pullulante di arabi con le vesti a brandelli che vi assediano offrendo i loro inutili servigi, da queste strade fangose e ignobili dove il cammello ondeggia grottesco, saliremo domani a Tel Aviv, la città di sessantamila ebrei che laggiù accenna con le sue architetture modernissime. Qualcosa di ibrido, di impossibile, di assurdo, oseremmo dire di contro natura, è in codesto spettacolo che svela la sua origine intellettualistica, che sembra ridursi a un gigantesco dilettantismo. Eppure la realtà è palese: quelle bianche case razionaliste; questo mare di verde che mangia il deserto come un’onda.

Dicono qui: «Che per un’ora soltanto l’Inghilterra sospendesse il mandato, e non resterebbe un ebreo in Palestina». Può darsi. Ma non hanno costoro gi avuto il battesimo del sangue, e – qualcuno afferma – per il compiacente ritardo dell’intervento della forza pubblica?

Una stonatura enorme par scaturire da tanto chiuso, fanatico fervore; ma ciò non toglie che il fenomeno risulti impressionante. Si pensa alla fatalità di questo popolo che ha subìto tutti gli insulti, tutte le prove, che ha dato origine alla più alta religione, che di diaspora in diaspora ha migrato per mondo offrendo il simbolo stesso dell’irreparabile peregrinare, e che adesso si avvinghia qui, nell’incertezza del futuro, e vuol costruirsi se non altro una casa: una casa dove mandare i suoi figli il giorno che non abbiano più pane. Si pensa alla folle, superba illusione di una gente da secoli dispersa e che pure continua a credere di dover adempiere a una missione universale, e di potersi addossare la croce del genere umano. Un immenso panorama spirituale, fosco, triste, eppure affascinante ci si spalanca dinanzi; e ciò che affascina è appunto l’ignoto; è la tragica figura dell’Ebreo Errante che fermo lassù sul monte, ancora non sa se potrà arrestarsi, o se dovrà riprendere il cammino.

MARZIANO BERNARDI

Cap. 2

Top c. 1 ↑ 29.1.1933 ↓ c.  3   ⤇ plus

Fantastica odissea di un ex-Combattente

La Stampa,
domenica, p. 3
29 gennaio 1933

Gerusalemme, 28 notte. – (M.) Un ebreo di Tel Aviv è stato protagonista di una lunga vicenda che sa di romanzo sensazionale e che potrebbe servire ottimamente da trama di una pellicola cinematografica di carattere patetico. Sposatosi nel 1914, l’eroe di questa storia aveva avuto un figlio e poi, scoppiata la guerra, si era arruolato nell’armata tedesca, mentre sua moglie entrava come infermiera volontaria nella Croce Rossa.

Sbalestrati dagli avvenimenti, i due sposi finirono ben presto per perdersi di vista. Un giorno il povero marito ricevette la notizia che sua moglie era stata uccisa da una bomba aerea. Tentò allora di rintracciare suo figlio, ma tutte le sue ricerche riuscirono vane. Sfiduciato della vita, nel 1920 ritornava in Palestina, installandosi come operaio nella colonia di Zion-le-Richon. Qualche tempo dopo convolava a seconde nozze con una giovane di Rechobot da cui aveva un ragazzo al quale imponeva il medesimo nome già dato al frutto del suo primo amore. Ultimamente veniva colpito da una grave malattia per cui fu necessario il suo trasporto in un ospedale di Gerusalemme.

Dopo essere stato per vari giorni tra la vita e la morte, egli poté finalmente considerarsi fuori pericolo grazie alle cure amorose di una meravigliosa infermiera. Si può immaginare il suo stupore quando, riacquistata la conoscenza, ravvisò nella buona donna che lo assisteva la sua prima moglie.La sua commozione fu così violenta che il povero ex-soldato svenne e ricadde ammalato. Ma appena rimessosi e uscito dall’ospedale, egli si affrettava a divorziare dalla sua seconda sposa per ritornare a convivere colla sua prima consorte e col suo primo figlio diventato ormai un giovanotto gagliardo.

Cap. 3

Top c. 1 ↑ 29.1.1933 ↓ c.  3   ⤇ plus

I nuovi Maccabei

La Stampa,
domenica, p. 3
29 gennaio 1933


Gerusalemme, 28 notte. (M.) – Da alcuni giorni si trova in Palestina Lord Melchett, grande patriota ebraico, il quale si consacra in maniera speciale al movimento sportivo della gioventù del suo popolo in ogni angolo della Diaspora. Il suo arrivo in Terrasanta non ha segnato che un’ultima tappa dopo il suo lungo viaggio attraverso i varii paesi dell’Europa orientale e meridionale. Nei principali centri della Palestina ha pronunciato discorsi infiammati davanti a grandi folle di ebrei, insistendo sulla necessità di un’organizzazione moderna dei giovani israeliti, a base di ginnastica, di disciplina morale e di sviluppo intellettuale. Giacché tocca alla nuova generazione rialzare il livello generale della vita del «popolo eletto», facendo tesoro dell’esperienza di tanti secoli di persecuzione, e attuando il vecchio programma di una educazione che si inspiri al «mens sana in corpore sano». I giovani ebrei, plasmati con simili criteri di pedagogia, devono diventare, nei sogni di Lord Melchett, una specie di nuove falangi dei Maccabei, pronte a osare ogni cosa per la causa della patria ritrovata tra i Colli di Sion, dopo venti secoli di esilio.

La questione sionista ed il Vicino Oriente. – Documentazione tratta dal quotidiano torinese “La Stampa”: Cronache dell’anno 1934.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. Il quotidiano “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dall’archivio storico de “La Stampa”


1934
1933   ↔ 1935
Anno inizio spoglio: 1921.
La Stampa: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891- 1892 - 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 -1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - 1944 - 1945 - 1946 - 1947 - 1948 - 1949 - 1950 - 1951 - 1952 - 1953 - 1954 - 1955 - 1956 - 1957 - 1958 - 1959 - 1960 - 1961 - 1962 - 1963 - 1964 - 1965 - 1966 - 1967 - 1968 - 1969 - 1970 - 1971 - 1972 - 1973 - 1974 - 1975 - 1976 - 1977 - 1978 - 1979 - 1980 - 1981 - 1982 - 1983 - 1984 - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1990 - 1991 - 1992 - 1993 - 1994 - 1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999 - 2000 - 2001 - 2002 - 2003 - 2004 - 2005 - 2006.

Sommario: 1. Arabi ed ebrei per il possesso della Palestina. –

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1934. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1934.




Cap. 1

Top c. 1 ↑ 1.2.1934 ↓ c.  3   ⤇ plus

Arabi ed ebrei per il possesso della Palestina

La Stampa,
giovedi, p. 5
1 febbraio 1935



(NOSTRO SERVIZIO PARTICOLARE) Gerusalemme, 31 notte. La Terrasanta ha corso il rischio di avventurarsi un’altra volta, in questi ultimi giorni, sul terreno di nuove convulsioni politiche. E tutti si aspettavano ormai di dover assistere, benché a cosi breve distanza, a una seconda edizione delle giornate di sangue che hanno funestato la cronaca palestinese verso la fine di ottobre e agli inizi di novembre del 1933. Invece, grazie alla remissività del Governo, che, rinunciando alla sua fiera intransigenza di quattro mesi fa, autorizzò l’organizzazione di pubblici cortei, purché questi fossero mantenuti entro i limiti di tempo e di luogo prestabiliti dalla Polizia, il pericolo di disordini dileguò completamente all’ultima ora. In tal modo, rimosso il carattere della loro primitiva illegalità, le grandiose dimostrazioni tenute dagli arabi durante le feste del Bairàm in segno di protesta contro l’immigrazione degli ebrei e contro la politica attuale degli Inglesi in Palestina, poterono svolgersi senza che ci fossero da registrare spiacevoli incidenti. Tutte le previsioni pessimistiche sono, quindi, state smentite dai fatti. Meglio così. Crepi pure l’astrologo e mentiscano sempre i suoi oroscopi quando sono in giuoco vite umane!

Accese degli arabi e degli ebrei

Mentre vanisce l’incubo che aveva tenuto in orgasmo tutta la Palestina Terrasanta da Dan a Bersabea sotto la minaccia  di nuove stragi, tornerà utile un ragguaglio organico dei moventi ideali che fanno da lievito alle endemiche insurrezioni degli autoctoni di Terrasanta contro gli inglesi a Gerusalemme.

 La Gran Bretagna è accusata, in linea preliminare, di non aver tenuto fede alle promesse fatte, durante la guerra, a Hussein, Sceriffo della Mecca, per guadagnarsi l’alleanza delle province arabe dell’Impero ottomano. 

Invece della sospirata autonomia fu regalata alla Palestina la dichiarazione di BaJfour, che autorizza gli ebrei a riprendere dalla Diaspora la via del ritorno verso le montagne di Giuda per tentarvi la creazione della loro Sede nazionale.

 I patrioti di Gerusalemme non cessano dal reclamare, l’adempimento dei patti firmati col vecchio capo Hascemita e continuano a protestare contro l’immigrazione sionista che ai loro occhi appare come il più grave flagello che incomba sul destino del loro popolo.

 Furon tentate tutte le vie: memorandi a Londra e a Ginevra, missioni politiche in Europa e in America, comizi e scioperi, giornali e opuscoli di propaganda. Tutto fu inutile.

Visto che ogni loro protesta restava sempre lettera morta, gli arabi palestinesi ritennero che l’unica via di scampo fosse oramai l’insurrezione contro la potenza mandataria. Ne seguirono cosi i moti di sangue dell’ottobre scorso.

 Nelle loro rivendicazioni, i capi degli indigeni si irrigidiscono su due punti fondamentali: la sospensione dell’immigrazione ebraica e la creazione di un Parlamento, con rappresentanza proporzionale delle varie comunità del paese.

Quanto al primo postulato è già stato dato, in questi ultimi mesi, almeno in maniera transitoria, una certa soddisfazione.

 Circa la seconda richiesta, invece, si arriverà tutt’al più a mettere sulla carta i preliminari di un’Assemblea legislativa, lasciando però aperta una porta alla Potenza mandataria per eventuali scappatoie il giorno in cui le esigenze degli autoctoni dovessero apparire eccessive sul terreno concreto della realtà.

 Volendo assorgere dalla cronaca alla genesi del disagio che funesta a intermittenza la vita pubblica della Palestina, si è costretti a riproporsi la angosciosa questione del Risorgimento d’Israele in Terrasanta.

 La dichiarazione di Balfour, che costituisce la vera Magna Charta del Sionismo politico del dopoguerra, implica la convivenza di due popoli sul medesimo suolo. Ora i primi tre lustri di questo esperimento non sembrano essere riusciti ancora a introdurre una atmosfera di pace tra i due coinquilini. Ciò spiega le divergenze di giudizio sull’avvenire della Palestina, che perdurano anche tra gli osservatori più spassionati.

 Chi ne va di mezzo nell’opinione pubblica è l’Inghilterra che fino a ieri era fatta bersaglio a palle di fuoco da parte degli arabi, mentre oggi, avendo permesso le ultime dimostrazioni degli indigeni, è aspramente presa a partito dalla stampa ebraica.

Ma l’Inghilterra che ama, per conto suo, la politica del divide et impera e che in Terrasanta si destreggia sempre dando un colpo ora al cerchio e ora alla botte, non si impressionerà gran che nemmeno davanti a questa nuova levata di scudi degli ebrei e continuerà imperterrita la sua strada, preoccupata soltanto dei suoi interessi imperiali, senza lasciarsi commuovere dagli inevitabili alti e bassi dell’aura popolare, e senza curarsi se gli osanna, piuttosto rari, o i crucifige, molto più frequenti vengono dagli arabi oppure dagli ebrei.

Capisaldi del binazionalismo

Il Falastin di Giaffa, occupandosi della questione in un lungo articolo redazionale, non esita ad affermare che durante l’ultima sua visita a Gerusalemme il Ministro britannico per le Colonie avrebbe discusso il problema col Governo locale in base ai seguenti punti fondamentali: 1) La Palestina verrebbe divisa in due regioni autonome, delle quali una sarebbe esclusivamente araba e l’altra soltanto ebraica. Le città sacre di gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret o di Hebro, per riguardo al loro carattere religioso, non sarebbero comprese in nessuno dei due preventivati distretti. Caifa fungerebbe nella medesima maniera da porto nazionale per entrambe le provincie. 2) Ogni regione avrebbe un governo proprio, indipendente che sarebbe soltanto arabo o soltanto ebraico, a stregua della sua popolazione. 3) Un funzionario inglese servirebbe come ufficiale di collegamento tra le due provincie e svolgerebbe una azione da mediatore tra le due razze semitiche 4) I due parlamenti regionali nominerebbero un Comitato Esecutivo incaricato di occuparsi delle questioni generali che riguardano tutto il paese. 5) In caso di divergenza tra i poteri dei due distretti e qualora l’intervento del rappresentante britannico riuscisse inefficace. si farebbe ricorso all’arbitrato del Re d’Inghilterra o a quello della Società delle Nazioni. 6) La regione araba, a cui sarebbe annessa anche la Transsgiordania, verrebbe denominata «Siria meridionale», mentre quella ebraica prenderebbe il nome di «Erez Israel».

Quantunque due organi minori, come il Moraat Alshark o il Dror, si facciano eco delle due opposte sponde semitiche, affermando che questo piano di federalismo è la migliore soluzione possibile per risolvere l’ingarbugliato problema politico della Palestina, tutti gli altri giornali, invece, sia arabi che ebrei, prendono apertamente posizione contro il progetto in questione. I primi, perché la sua accettazione significherebbe «il riconoscimento implicito del Mandato e della sede Nazionale Ebraica, che essi hanno sempre combattuto in quindici anni di lotta»; i secondi, perché esso implicherebbe «una limitazione allo sviluppo del movimento sionista in Palestina».

Questo sogno del binazionalismo in Terrasanta era già stato caldeggiato, alcuni anni or sono, da un gruppo di Israeliti di Gerusalemme, i quali insistevano sull’esempio della Confederazione Elvetica dove le varie stirpi hanno, nelle questioni di stato, una completa eguaglianza senza alcun riguardo a criteri di maggioranza o di minoranza numerica e dove anche le diverse lingue nazionali sono poste tutte sul medesimo piede, senza differenze di trattamento.

Il giudizio degli autoctoni però su questo problema è ancora quello descritto, alcuni anni fa, dal Falastin. Ai loro sguardi il binazionalismo appare come una utopia. È un miraggio capace di sedurre idealisti in buona fede, ma posto a contatto con il termine di paragone della realtà, sembra ancora destinato a frantumarsi contro un sogno dai colori d’ordo, che dilegua quando si aprono gli occhi alla luce del giorno.

M.

La questione sionista ed il Vicino Oriente. – Documentazione tratta dal quotidiano torinese “La Stampa”: Cronache dell’anno 1935.

Homepage Q. S.
Mentre valgono le considerazioni generali già fatte per le precedenti fonti documentarie, e cioè: Vedi Elenco Numerico, pare qui opportuno rilevare ogni volta la casualità e imparzialità con la quale le diverse fonti si aggiungono le une alle altre, animati da una pretesa di completezza, che sappiamo difficile da raggiungere. Il quotidiano “La Stampa”, fondato nel 1867, rende disponibile il suo archivio storico dal 1867 al 2006. Valgono i criteri generali enunciati in precedenza e adattati ogni volta alla specificità della nuova fonte. Assumendo come anno di partenza il 1921 seguiamo un metodo sincronico, raccordandolo con quello diacronico basato su alcuni anni di riferimento.

LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE
Home
tratta dall’archivio storico de “La Stampa”


1935
1934   ↔ 1936
Anno inizio spoglio: 1921.
La Stampa: 1882 - 1883 - 1884 - 1885 - 1886 - 1887 - 1888- 1889 - 1890 - 1891- 1892 - 1893 - 1894 - 1895 - 1896 - 1897 - 1898 - 1899 - 1900 - 1901 - 1902 - 1903 - 1904 - 1905 - 1906 - 1907 - 1908 - 1909 - 1910 - 1911 - 1912 - 1913 - 1914 - 1915 - 1916 -1917 - 1918 - 1919 - 1920 - 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940 - 1941 - 1942 - 1943 - 1944 - 1945 - 1946 - 1947 - 1948 - 1949 - 1950 - 1951 - 1952 - 1953 - 1954 - 1955 - 1956 - 1957 - 1958 - 1959 - 1960 - 1961 - 1962 - 1963 - 1964 - 1965 - 1966 - 1967 - 1968 - 1969 - 1970 - 1971 - 1972 - 1973 - 1974 - 1975 - 1976 - 1977 - 1978 - 1979 - 1980 - 1981 - 1982 - 1983 - 1984 - 1985 - 1986 - 1987 - 1988 - 1989 - 1990 - 1991 - 1992 - 1993 - 1994 - 1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999 - 2000 - 2001 - 2002 - 2003 - 2004 - 2005 - 2006.

Sommario: 1. Nuovi disordini in Palestina. – 2. Malcontento arabo per la situazione in Palestina. –

Indice Analitico: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z. –  Eventi del 1935. – Altre fonti giornalistiche, periodiche o archivistiche del 1935.




Cap. 1

Top c. 1 ↑ 22-23.11.1935 ↓ c.  3   ⤇ plus

Nuovi disordini in Palestina

La Stampa della Sera,
venerdì-sabato, p. 1
22-23  novembre 1935
Caifa, venerdì sera.

Si sono svolti ieri i funerali dei cinque banditi arabi uccisi dalla polizia. Malgrado il rigoroso servizio d’ordine, si sono verificati violenti scontri fra la popolazione araba e le autorità britanniche. Duemila persone hanno attaccato la centrale della polizia ferendo il soprintendente, un ufficiale e diversi agenti.


Cap. 1

Top c. 1 ↑ 30-31.12.1935 ↓ c.  3   ⤇ plus

Malcontento arabo per la situazione in Palestina

La Stampa della Sera,
lunedì-martedì, p.1
30-31 dicembre 1935

Gerusalemme, lunedì mattina. –

Hagi Amin El Hussein, Gran Mufti di Gerusalemme, ha annunciato ieri che l’annuale solennità araba non verrà celebrata e che egli indosserà gli abiti del lutto in seguito alla situazione creata dagli inglesi in Palestina con la legge sun Nuovo Consiglio legislativo la quale favorisce in modo palese gli ebrei.