luglio 14, 2006

Stati del mondo: 88. Israele.

16: Barbados ↔ 18: Belize
a b c d e f g h i k l m n o p r s t u v y z


• Confini: a N con il Libano, a NE con la Siria, a E con la Cisgiordania e la Giordania, a SW con l’Egitto e si affaccia a NW al Mediterraneo e a S al Golfo d’Aqaba.
• Il territorio ha una superficie di 20.700 kmq e una popolazione di 5.548.623 abitanti censiti nel 1995 e di 7.202.300 stimati nel 2008 con una densità di 348 ab./kmq. Gerusalemme, rivendicata dal governo come sua capitale, ma non riconosciuta come tale internazionalmente, conta 747.600 abitanti nel 2008. Tel Aviv-Giaffa, dove hanno sede le ambasciate estere, ha invece 390.100 ab.
• Il rilievo è costituito dagli altopiani di Galilea, Samaria e Giudea. Verso E il profondo solco, percorso dal fiume Giordano e in parte occupato dal Mar Morto, si abbassa a –395 m. Lungo il Mediterraneo si estendono le fertili pianure di Sharon e di Sefela. La parte meridionale è occupata dal deserto del Negev. Il clima è mediterraneo.
- Central Bureau of Statistics.

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1. Parametri principali. – Lo stato d’Israele è stato il 14 maggio 1948 sulla base di una controversa, discussa e discutibile risoluzione dell’appena costituito ONU del novembre 1947 che prevedeva la divisione della Palestina in due stati, uno arabo e uno ebraico. Il realtà la nascita di Israele come entità statutale fu resa possibile solo da un interesse contingente di Stalin in funzione antinglese. Il nuovo stato soffre ancor della sua nascita di un insanabile deficit di legittimità, assunta qui come scientificamente fondante ed esplicativa la distinzione dottrinale fra legalità e legittimità. Le ricostruzioni storiografiche correnti non si sottraggono agli schemi della guerra ideologica in atto che percorre tutto il cosiddetto Occidente ed Oriente. Neppure il Calendario Atlante De Agostini si sottrae a questi condizionamenti ideologici, riportando ad esempio Gerusalemme come capitale di Israele ed in tal modo operando una scelta di campo. Israele non ha costituzione scritta. In base alle leggi fondamentali dello stato, il Presidente della Repubblica è eletto per 5 anni dall’Assemblea N Nazionale (Knesset) formata da 120 deputati eletti per 4 anni; il Primo ministro deve avere la fiducia del Parlamento. Il fatto che Israele non abbia una costituzione non è casuale e non corrisponde al sistema britannico, che neppure ha una costituzione scritta e consegnata ad un documento unico e solenne. L’assenza di una costituzione scritta nasconde la natura razziale del regime, presunto come “democratico”, e fondato su un apartheid ben più grave di quello sudafricana nella misura in cui tende non alla “separazione”, ma all’espulsione ed al genocidio etnico, politico e culturale della popolazione autoctona palestinese, alla quale si contesta perfino l’identità di popolo e di nazione in una logica di totale rifiuto e negazione.

2. Note storiche. – La storia di Israele è essa stessa oggetto della più intensa guerra ideologica. Nella visione da noi qui seguita lo stato di Israele nasce da una concezione coloniale e razzista, il sionismo, maturata nella seconda metà del XIX secolo. Il primo insediamento sionista si ha nel 1882, dando inizio ad una guerra che si prolunga da oltre cento anni e di cui si è persa la memoria, ricostruendo gli eventi dall’ultima esile e simbolica resistenza palestinese (missili Kassam), di nessun significato militare e strategico. Il sistema giudiziario si basa formalmente sulla Common Law britannica, ma è in realtò fortemente condizionato dalla natura sionista dello stato. Infatti, come recita il Calendario, «la pena di morte per i crimini contro l’umanità e il popolo ebraico», dove il popole ebraico è significativamente distinto dall’umanità, dalla quale è poi esclusa la popolazione autoctona palestinese, il cui “destino” è quello di scomparire possibilmente in silenzio e senza lasciar traccia o memoria di sé. Ma neppure il Calendario può nascondere del tutto la realtà dell’occupazione coloniale e della pulizia etnica: «Ai primi tradizionali immigrati provenienti dall’Europa centro-orientale (ashkenaziti) e dall’Africa settentrionale (sefarditi), si è aggiunto dopo lo scioglimento dell’URSS oltre un milione di russi. Più di un quinto della popolazione è costituito da arabi rimasti in Israele dopo il 1948» (p. 677). Si noti l’uso del termine “arabo” anziché “palestinese”, secondo le indicazioni costantemente seguite dalla propaganda israeliana, che nega la nozione di palestinese in quanto riconducibile all’esistenza di un popolazione autoctona della Palestina, denominazione bimillenaria, e la sostituisce con quella di arabo, che rinvia al problema dei profughi. Si pretende infatti che i palestinesi non abbiano diritto ad un “ritorno” riconosciuto dall’ONU e che il loro problema debba essere risolto con l’assorbimento negli stati arabi limitrofi. Si tratta di una ideologia nella quale vengono investite risorse rilevantissime, con produzione di ampia pubblicistica “scientifica” alla Morris e grossolanamente propagandistica con una estesa rete di giornalisti prezzolati, il cui datore di lavoro non è in genere formalmente dichiarato, per non togliere parvenza di credibilità agli agit-prop stessi. || «Saremmo tentati di credere che il solo paese “occidentale” della regione che stia sotto una buona “stella” sia Israele. Tuttavia, dall’epoca della sua fondazione nel 1948, lo Stato ebraico vive in una situazione di guerra permanente con i suoi vicini arabi. Il “clima” sviluppatosi con l’Intifada nei Territori occupati rende la situazione più esplosiva che mai dal 1987. La reazione dei Palestinesi si spiega attraverso i soprusi - vessazioni, espulsioni, arresti, confisca delle terre, distruzioni d’abitazioni e massacri d’ogni genere - che quest’ultimi hanno subito in Cisgiordania e Gaza, nel Golan ed a Gerusalemme est, nel corso degli ultimi ventiquattro anni. All’interno dello Stato propriamente detto - ufficialmente democratico - il sistema politico israeliano è apertamente discriminante. Pratica una distinzione sistematica tra i cittadini nazionali ebrei ed i cittadini arabi autoctoni (con passaporto israeliano) o installati nel paese prima della guerra dei Sei giorni nel 1967 (16% della popolazione). La discriminazione è esercitata a tutti i livelli: politico, religioso, amministrativo, finanziario, sociale, educativo, culturale. Per non citare che un esempio, il 92% delle terre del paese appartengono allo Stato che le affitta esclusivamente ai soli israeliani di religione ebraica. Il rifiuto sistematico dei dirigenti israeliani di partecipare ad una Conferenza di pace con i Palestinesi, dimostra chiaramente che il clima di guerra perdurerà ancora per molto tempo in questa regione» (Mariantoni, 1991).

3. Economia. – Non si spiega nulla se non si tiene conto dei flussi continui di denaro che si sono riversati da oltre un secolo sul progetto sionista. Non servono qui i normali dati statistici. Sono tutti dati drogati da un flusso di trasferimenti a fondo perso. Indicativo il libro di Norman G. Finkelstein sull’«Industria dell’Olocausto», probabilmente la principale attività economica dello stato di Israele.

4. Difesa. – Il servizio militare prevede un sistema complesso di formazione permanente e di arruolamento di lunga durata nella riserva. È un sistema dettato dall’ideologia sionista e funzionale alla conquista coloniale del territorio con genocidio ed espulsione della popolazione autoctona. Il sistema si avvale della copertura della diaspora ebraica, largamente sionistizzata, e dell’appoggio statunitente nonché dal sistema degli Stati clienti della Superpotenza americana.

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7. Haaretz: Nel 2010 la segregazione tra ebrei e arabi in Israele è quasi assoluta. – Sotto il nome ingannevolmente ordinario di “Emendamento al disegno di legge sulle Associazioni Cooperative”, la Commissione per la Costituzione, la Legge e la Giustizia della Knesset la scorsa settimana ha messo a punto un progetto di legge destinato a scavalcare le precedenti sentenze della Corte di Giustizia. Se davvero questa legislazione sarà approvata dalla Knesset, non potremmo che descriverla come una legge di apartheid.

Dieci anni fa, la Corte Suprema ordinò alla città di Katzir di accettare la famiglia di Adel e Iman Kaadan, cittadini arabi di Israele, in quanto membri della comunità. Sette anni più tardi, il giudice emise una sentenza simile contro il paese di Rakefet in Galilea, il quale, come Katzir, è un villaggio ebraico. Ora, però, l’assemblea legislativa ha elaborato una vera e propria risposta “sionista” per i giudici: se essa diventerà legge, l’emendamento darà a dei comitati di accettazione all’interno dei comuni il potere di limitare esclusivamente a cittadini ebrei la possibilità di risiedere nelle loro città.

Usando un linguaggio neutro ed asettico, il disegno di legge consentirebbe a tali comitati nei piccoli borghi rurali di respingere le domande provenienti da famiglie che “sono incompatibili con il tessuto socio-culturale della comunità, e dove ci sono dei motivi per supporre che esse possano distruggere questo tessuto”.

In altre parole, se i comitati di ammissione in precedenza erano costretti ad usare un po’ di creatività per nascondere le motivazioni etnico-nazionali dietro al rifiuto nei confronti degli arabi, ora, come ha affermato Rabbi Akiva, “è tutto previsto, e la libertà di scelta è concessa” (Pirkei Avot 3). Gli arabi? Non qui. Siamo spiacenti, la legge è dalla nostra parte in questo caso.

Coloro che fingono innocenza, tra cui alcuni esponenti del centro del nostro panorama politico, diranno: “Il disegno di legge non è inteso per escludere gli arabi. Cosa c’è di sbagliato nel sostenere il diritto delle comunità a proteggere il loro stile di vita unico?”.

In effetti, cosa c’è di sbagliato in questo? Non c’è dubbio che i vegetariani di Moshav Amirim, in Galilea, hanno diritto a difendersi da un’invasione di carnivori, così come i praticanti della meditazione trascendentale a Hararit, nella regione di Misgav, devono poter meditare senza interruzioni, ma il carattere di queste comunità è assolutamente unico. Non è così per le decine di kehilati’im yeshuvim (letteralmente, “insediamenti comunitari”) in Israele, la cui principale caratteristica culturale è il fatto che i loro abitanti sono ebrei e sionisti – non proprio una popolazione sotto minaccia imminente, e il cui stile vita unico andrebbe protetto.

Già diversi mesi fa abbiamo potuto constatare quanto rapidamente questa nuova legge verrà messa in atto, quando alcuni paesi, anticipando l’azione della Knesset, in tutta fretta approvarono delle leggi che di fatto impedivano la presenza degli arabi. Nelle comunità di Yuvalim e Manof, nella zona di Misgav, coloro che fanno domanda di residenza sono ora tenuti a giurare fedeltà alla visione sionista, mentre in Mitzpe Aviv, un po’ più a sud, devono dichiarare di identificarsi con i valori del sionismo e con la definizione di Israele come stato ebraico e democratico.

Non è che le famiglie arabe facciano la fila per trasferirsi in queste comunità chiuse, le quali sono state istituite principalmente negli anni ‘70 e ‘80 da organizzazioni sioniste come l’Agenzia Ebraica ed il Fondo Nazionale Ebraico al fine di “giudaizzare” aree come il Negev e la Galilea. Nessuno si aspetta da queste cittadine che forniscano la risposta all’orrenda carenza di alloggi con cui la popolazione araba di Israele deve fare i conti. Nemmeno una sola nuova città è stata costruita per loro dal 1948, con l’eccezione di alcuni poveri insediamenti beduini del Negev. Allo stesso modo, il governo centrale non ha ritenuto opportuno aiutare o dare l’approvazione ai comuni arabi già esistenti per elaborare dei piani generali che permetterebbero loro di attuare un programma di crescita e sviluppo per soddisfare le esigenze di una popolazione in crescita e migliorare la loro modesta qualità della vita.

Non citiamo nemmeno cittadine come Nazareth Illit, Safed e Carmiel, dove sono stati emessi una serie di comunicati ufficiali – a volte da parte di alti funzionari comunali – con lo scopo di espellere gli arabi o impedirne l’integrazione al loro interno.

Nel 2010 la segregazione tra ebrei e arabi in Israele è quasi assoluta. Quelli di noi che vivono qui lo danno per scontato. Ma i visitatori stranieri non possono credere ai loro occhi: istruzione segregata, attività commerciali divise, luoghi di intrattenimento separati, lingue diverse, partiti politici diversi … e, naturalmente, alloggi separati. Per molti aspetti, questo è ciò che i membri di entrambi i gruppi vogliono, ma tale separazione contribuisce solo a una crescente reciproca alienazione tra ebrei e arabi.

Diversi tentativi coraggiosi – in particolare in città e regioni miste – sono stati intrapresi per cambiare la situazione, per ricucire le spaccature e promuovere l’integrazione. Essi vanno da sforzi per sviluppare contesti educativi misti, a iniziative imprenditoriali congiunte e ad altri interventi destinati a promuovere buone relazioni di vicinato sulla base delle pari opportunità. Fino ad ora, questi tentativi intervenivano su una situazione di segregazione de facto. Da oggi, però, la segregazione sarà de jure, per la vergogna di Israele.

Amnon Be’eri Sulitzeanu è co-direttore esecutivo dell’Abraham Fund Initiatives, un’organizzazione che promuove la coesistenza e l’uguaglianza fra i cittadini ebrei ed arabi di Israele.

8. Nuovi insediamenti a Gerusalemme est novembre 2010. – « Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Scontri fra studenti palestinesi e militari israeliani sono avvenuti questa mattina a Silwan, una delle zone calde della Cisgiordania, quando i soldati israeliani hanno eretto dei posti di blocco all’ingresso orientale della cittadina, impedendo agli studenti di raggiungere le loro scuole. Fonti palestinesi affermano che quando gli studenti hanno cercato di superare i posti di blocco, la polizia e le guardie di frontiera israeliane li hanno cacciati via. I ragazzi hanno cominciato a lanciare sassi, e la polizia li ha caricati per disperderli. La tensione è poi cresciuta a Silwan, quando degli agenti in borghese sono entrati nell’area e hanno arrestato cinque ragazzi per il lancio dei sassi, mentre altri quattro sono rimasti contusi mentre cercavano di respingere gli agenti... seguito in Asia News.it». Persino Frattini, ebreo e sionista, parla di “doccia fredda”. Gli Stati Uniti esprimono “profonda delusione”. Ma Netanyahu ha fatto sapere: “non faremo passi indietro”. Ed in negoziatore palestinese Saeb Erekat gli replica: «è determinato a distruggere ogni opera per la pace».

9. Il “dialogo mediterraneo” e la cupidigia sionista. – Diventa fin troppo elementare riconoscere nella lezione dei fatti il modo più sicure e certo per decostruire le presentazioni propagandistiche di atti politici spesso inconfessabili. È questa la vicenda dei giacimenti di gas scoperti nel Mediterraneo orientale, davanti alle coste di Gaza, sottoposta a blocco terrestre e marino da parte dello Stato “ebraico” di Israele. Un vero e proprio Lager, simile ad un film holliwodiana, dove i condannati venivano rinchiusi in una sorta di Gaza fantascientifica. Il fatto è da seguire.

10. Le “pubbliche relazioni” di Israele. – Era già noto da una rivelazione del Guardian di come Israele si accingesse ad ungere i media occidentali con un nuovo massiccio impiego di capitali. Vale il detto di Pasolini: so tutto ma non posso dimostrare nulla. In questo caso, escono alla luce conferme a ciò che in molti sapevamo. È da pensare però non soltanto a giornalisti, ma soprattutto a politici e ad uomini in posizioni chiave nelle istituzioni. In America, con l’AIPAC, il fenomeno è addirittura alla luce del sole: e se ne vantano pure! Qui da noi chi intasca soldi, non deve farlo sapere. E guai all’incauto che palesasse i suoi sospetti. Proprio per non cadere in trappole è tuttavia importante dare per assimilato il fenomeno. Con simili personaggi non si discute neppure: li si evita. “Punto e basta”, per usare un’espressione cara alla controparte.

11. I segreti dell’economia israeliana. – In un articolo di Gilad Atzmon vengono rivelate le vere radici dell’economia israeliana, la più prospera del mondo, a quanto si dice. Ma una prosperità fondata addirittura anche sul commercio di organi. Gli affari più sporchi del pianeta hanno in Israele il loro paese di elezione. Leggere per credere.

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