luglio 14, 2006

Stati del mondo: 158. Siria

 154: Singapore ↔ 156: Slovacchia
a b c d e f g h i k l m n o p q r s t u v y z

• Confini: a N con la Turchia, a E e a SE con l’Iraq, a S con la Giordania, a SW con Israele, Cisgiordania e Libano e si affaccia a W al Mar Mediterraneo.
• Il territorio ha una superficie di 185.180 kmq e una popolazione di 17.920.844 abitanti censiti nel 2004 e di 19.880.000 stimati nel 2008 con una densità di 107 ab./kmq. La capitale Damasco conta 1.690.000 abitanti nel 2007, con l’agglomerato urbano si arriva a 2.467.000 ab. nel 2007.
• Il territorio è formato da una serie di tavolati desertici, interrotti da rilievi disposti in direzione SW-NE e culminanti nel Jabal ash-Shaykh (2814 m). I fiumi principali sono l’Eufrate e l’Oronte. Il clima è mediterraneo nella zona costiera, continentale con forti escursioni termiche all’interno.
• Membro di: Lega Araba, OCI, ONU.
- Central Bureau of Statistics.
- Utenti internet: 179,6 ogni 1000 abitanti, di cui 1,6 DSL nel 2009.


1. Parametri principali. – Indipendente dal 1946, la Siria è stata unita per tre anni (1958-1961) all’Egitto e allo Yemen, formando la Repubblica Araba Unita. In base alla Costituzione approvata con referendum il 12 marzo 1973, il Presidente della Repubblica viene eletto ogni 7 anni: il candidato è nominato dall’Assemblea del popolo e deve essere confermato da un referendum popolare; è titolare del potere esecutivo e nomina il governo. Il potere legislativo spetta all’Assemblea del popolo, formata da 250 membri eletti a suffragio universale: la metà dei seggi è riservata ai lavoratori; in ogni caso 167 seggi sono garantiti per legge al JWW, il Fronte nazionale patriottico che fa capo al partito Baath.

2. Note storiche. – Nel 1963 con un colpo di stato militare il potere fu assunto dal Baath (il partito nazionalista arabo di ispirazione socialista) e nel 1970, dopo la sconfitta della “guerra dei sei giorni” (e l’occupazione delle alture del Golan da parte di Israele), un nuovo colpo di stato del gruppo alawita interno al Baath portò al potere il gen. Hafiz al-Assad. Alla sua morte (10 giugno 2000) la carica di presidente della repubblica è passata al figlio Bashar. Nel 1976 la Siria è intervenuta militarmente nella guerra civile in Libano, imponendo al paese una sorta di protettorato (avallato nel 1991 da un trattato di cooperazione). In seguito alla risoluzione del Consiglio di siicurezza dell’ONU che ordinava il ritiro dal Libano delle truppe straniere (2 novembre 2004) e pressato dalle imponenti manifestazioni anti-siriane a Beiruth, il governo siriano nel marzo-aprile 2005 ha ritirato i suoi 14.000 soldati dal paese. La linea di confine sulle alture del Golan, tuttora occupate da Israele, è presidiata da una forza ONU di interposizione.

3. Economia. – Le produzioni principali sono quelle cerealicole, in particolare frumento e orzo, coltivati soprattutto nella pianura di al-Jazirah. La frutticultura è sviluppata nelle aree montuose e nella pianura costiera. Discreta è la produzione di tabacco. Altre coltivazioni di rilievo sono la vite, l’olivo, la barbabietola da zucchero, il cotone. Di un certo rilevo sono i giacimenti di petrolio, collegati da oleodotti alla raffineria di Homs e al porto di Tartus. Un altro oleodotto proveniente da Kirkuk (Iraq) è diretto alla raffineria di Horms, dove si biforca nei tronchi Homs-Banias e Homs-Tripoli (Libano). Nella parte meridionale del paese passa l’oleodotto Al Qatif-Saifa. Altre risorse sono l’asfalto naturale, il salgemma, il gas naturale. La produzione di energia elettrica si avvale in buona misura delle centrali idroelettriche presso le dighe, fra cui quella di Tabqa, sull’Eufrate. Oltre a quella di Homs, un’altra raffineria di petrolio è in funzione a Banias. L’industria chimica è presente con fabbriche di acido solforico e fertilizzanti azotati; quella siderurgica con impianti di ghisa e acciaio. La coltura del cotone ha favorito l’industria tessile. Il comparto conciario è in gran parte tradizionale. Tra le industrie alimentari sono rilevanti quelle dell’olio, della farina e dello zucchero. Altre industrie sono quelle del cemento, dei trattori, della carta, dei tappeti. I principali partner commerciali della Siria sono Italia, Francia, Arabia Saudita, Russia, Cina e Ucraina.

Torna al Sommario.

4. Difesa. – Alle forze armate si aggiunge una forza paramilitare (Gendarmeria) di circa 8.000 effettivi. Il personale militare ammonta a 297.600 unità nel 2007, distribuiti per il 74% nell’esercito, il 10% nell’aviazione e il 3% nella marina. Le spese militari assorbono il 4,4% del PIL.

5. Giustizia. – La pena di morte è in vigore. È questo l’abituale parametro fornito dal Calendario per caratterizzare il sistema giudiziario, ma quella di morte è di per sé soltanto una pena e non dice gran sull’intrinseco sistema giudiziario, che dovrebbe avere ben altri parametri: efficacia della giustizia e ottenuta da cittadini, sua rapidità, suoi costi o gratuità.

6. Popolazione. - I gruppi etnici sono costituiti per 86,2% da arabi, per il 7,3% da curdi, per il 2,7% da armeni, e da altri per il 3,8%. La lingua ufficiale è l’arabo, ma si parla anche aramaico, armeno, circasso, curdo. La religione è formata per il 74% da musulmani sunniti, da sciiti per il 12%, da cristiani per il 5,5%, da drusi per il 3%, da altri per il 5,5%.

Torna al Sommario.


7. Stavano lavorando in un cantiere. – Sono morti per le armi liberatrici degli Usa il 26 di ottobre 2008 otto operai che lavoravano per costruire una casa. Sono anche morti dei bambini, quei bambini che tanto ci commuovono e tanto più vengono ammazzati, effetto secondario trascurabile. Le foto che qui si possono vedere in successione e fintantoché resteranno disponibili sono più eloquenti di qualsiasi testo. Da notare la solita successione: gli Stati Uniti che dicono di aver ammazzato dei terroristi, poco curandosi di aver violato il territorio sovrano di un altro stato con cui non sono formalmente in guerra. Dopo l’11 settembre per aver subito un attentato di cui restano oscuri gli autori ed i motivi, il governo Usa si è sentito nel suo pieno diritto di invadere qualsiasi parte del mondo ritenga utile. Ma si usa ancora indicare Hitler ed il nazismo come paradigma di ogni nefandezza. La Francia chiede chiarimenti, affettando una dignità che non possiede. Gli stati arabi protestano energicamente, ma più di tanto non possono fare. Incredibile ma vero, in nuovo governo fantoccio iracheno si dice soddisfatto. È da chiedersi se mai esprimerebbe la stessa soddisfazione se appunto non fosse un fantoccio: abbiamo esportato la democrazia che volevamo imporre a tutti i costi a chi ne era orbato. Qualche speranza viene dalla Russia che esprime preoccupazione e fa sapere di non aver gradito. Tutto ciò accade a pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane. Significherà qualcosa? Comandano i militari chiunque sia il presidente? È un colpo di coda di Bush? C’entra la Israel lobby? È una continuazione della strategia che vuole assoggettare tutto il Medio Oriente?

8. Dichiarazione del ministro degli esteri siriano. – Comprensibilmente, si legge su Repubblica che «Ma la reazione più dura è venuta dal ministro degli Esteri Walid al Mouallim che, in visita a Londra, ha parlato di “una aggressione terrorista”, inducendo il Foreign Office ad annullare la sua conferenza stampa assieme al collega britannico David Miliband, “perché non sarebbe stata appropriata”». La diplomazia ha le sue regole e le sue forme, ma le vittime hanno meno il senso della forma ed il dolore dei familiari non è contenibile.


9. Visto da Maurizio Blondet. – Riporto qui per intero un’analisi di Maurizio Blondet che mi è stata appena segnalata per posta. Sarà per me oggetto di riflessione ed ulteriori sviluppi e linee di ricerca:
Maurizio Blondet, 28 ottobre 2008_



Parlavano arabo alcuni dei commandos americani che hanno compiuto l’incursione in Siria, ammazzando otto persone e cammelli, per eliminare un «terrorista di Al Qaeda». Il che significa che gli incursori erano quasi certamente israeliani. Israeliana è del resto la tattica, e israeliana è la «dottrina» che vi è riaffermata: non riconoscere la legittimità di alcuno Stato, violarne il territorio come fosse di nessuno, ammazzare innocenti a caso. Se, beninteso, quello Stato è debole e non può difendersi.

La Siria è notoriamente debole. Perciò Israele dell’anno scorso ne ha penetrato lo spazio aereo con bombardieri che hanno distrutto una presunta ma improbabile installazione nucleare. Perciò gli assassini professionali giudei vanno e vengono liberamente sul suo territorio, ammazzando figure di rilievo - le ultime il generale Mohammed Suleiman e un capo Hezbollah, Imad Mughniyeh. La Siria non può che protestare, e subire gli affronti. E’ come Gaza, come la Cisgiordania: un poligono di tiro talmudico, a bersagli mobili e sanguinanti. Albegherà almeno in Occidente la coscienza che il mondo è sotto il tallone di due Stati-canaglia armatissimi, la superpotenza e lo staterello che la controlla? Macchè. «Il comune denominatore di queste operazioni è che nessuno prende più sul serio la Siria, date le ripetute violazioni della sua sovranità», scrive Amos Harel sull’israeliano Haaretz (1). Già. Questa logica talmudica porta ad una conclusione inevitabile: che l’Iran ha ragione, che uno Stato - nel nuovo ordine mondiale talmudico - deve dotarsi di bombe atomiche e missili per lanciarle, se vuol essere preso sul serio.


Non è nemmeno il caso di ricordare che la Carta dell’ONU condanna come crimine «l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato»; questa norma non si applica più, nel nuovo regno della violenza assoluta. Il nuovo principio era scritto nel «National Security Strategy of the United States of America», emanato nel 2002 dalla Casa Bianca, e stilato dai talmudici allievi di Leo Strauss, detti neocon, ispirati dalla ormai lunga pratica israeliana. In quel documento, gli USA annunciavano che avrebbero colpito «preventivamente» qualunque Stato che a loro giudizio fosse «minaccioso per la sicurezza nazionale», violandone l’integrità, uccidendone gli abitanti e i capi, usando il suo territorio come meglio gli pareva.

Questo, come fu notato, «liquida l’ordine internazionale che ha governato il mondo fin dal trattato di Westfalia del 1648». Grande e disperata soluzione trovata dallo Jus Publicum Aeropaeum per far finire la condizione di guerra perpetua, il trattato riconobbe - e creò - il principio della sovranità e della legalità. Ogni Stato, debole o forte, piccolo o grande, era una persona giuridica legittima, quindi capace di legarsi con trattati, aventi forza legale. E in base a Westfalia che, per esempio, dal 1648, gli Stati firmano trattati e convenzioni per umanizzare la guerra, che vietano la guerra preventiva, l’uso di armi massacratici di civili in modo particolarmente inumano; la guerra stessa diventa un atto giuridico, che si conclude con un atto giuridico, il trattato di pace.

Ovviamente gli Stati Uniti Talmudici non hanno mai accettato questa norma di civiltà elementare. Le tribù indiane, il regime tedesco, quello giapponese, non furono considerati nemici legittimi, ma criminali da impiccare, dopo averli costretti alla resa incondizionata a forza di massacri. La resa condizionata, contrattata, implica riconoscere l’altra controparte come legittima; ma per l’America è legittima solo l’America, e Israele. Ovviamente, ciò porta alla guerra totale, alla guerra senza limiti, da concludere solo con l’annientamento fisico del nemico, auspicabilmente il genocidio. Gli USA sprofondano, ma ancora vogliono mostrare che non riconoscono alcuno Stato come legittimo. Varcano lo spazio pakistano coi loro droni e i loro commandos, per uccidere, dal vicino Afghanistan occupato; l’incursione contro la Siria è venuta dall’Iraq occupato. Gli attacchi non vengono nemmeno rivendicati nè ammessi ufficialmente, a dimostrare che gli USA si comportano ormai come pirati, come delinquenti comuni di livello globale.

Ovviamente, non si può pretendere che delinquenti proni ad atti di pirateria sviluppino qualche capacità strategica. Gli strateghi americani, i generali coi galloni, sono così mediocri che, dopo sette e cinque anni di occupazione, non riescono a contenere la guerra all’interno dell’Iraq nè dell’Afghanistan; devono per forza riversare fuori il loro disordine, in Pakistan, in Siria, dovunque sono certi che la loro forza è preponderante e possono usarla senza limiti legali. Anche questo, l’hanno letto sul Talmud. La Siria ospita come può due milioni di profughi iracheni: gli USA glieli hanno gettati là come spazzatura umana, fuori dal loro disordine iracheno; altra spazzatura, fra cui i cristiani, sono stati gettati in Giordania. In più, entrano nella casa altrui, che hanno riempito di rifiuti umani, per ammazzare bersagli selezionati - e tutti i rifiuti umani che si trovano lì vicino.

I motivi dell’incursione in Siria - ostentata, in pieno giorno - lasciano perplessi gli analisti. La violenza su questa zona del confine iracheno era diminuita, le infiltrazioni di «terroristi stranieri» sono state meglio controllate dai siriani. Persino Stratfor, il sito militarista americano, definisce «bizzarro» il raid. Altri parlano di un ultimo regalo di Cheney a McCain, o dell’ultima dimostrazione del principio anti-Westfalia della morente amministrazione Bush. Tali dubbi sulle motivazioni indicano qualcosa di irrazionale, incomprensibile. Sotto il giovane Assad - che avrebbe preferito restare a fare il dentista a Londra - la Siria ha fatto di tutto per uscire dall’isolamento demonizzante in cui l’avevano chiuso i talmudici. S’è ritirata dal Libano. Ha fatto avances agli americani. Ha persino aperto un tavolo indiretto di normalizzazione dei rapporti con Israele, attraverso la Turchia.

Nelle ore dell’attacco, il ministro degli Esteri siriano era a Londra, per migliorare i rapporti. In ogni modo Damasco ha fatto capire di essere pronta ad allentare le relazioni con Teheran, in cambio, è ovvio, di qualche garanzia internazionale sulla propria esistenza. La risposta talmud-americana è sempre stata: colpire, umiliare la Siria. Ricacciarla nel ghetto degli Stati-canaglia, gravarla di sanzioni continuate, accusarla di «terrorismo», mentre subisce atti terroristici. Il motivo è che i neocon americani hanno, una volta per tutte, definito la Siria «un frutto maturo per il cambio di regime», e sperano di accelerare la maturazione; Damasco è sempre vista da Israele, e ancor più dai neocon zelanti per Israele, come un ostacolo agli interessi di Sion, per la sua stessa esistenza.

I parziali successi di Damasco sul piano internazionale devono avere invelenito gli ambienti attorno a Cheney. In luglio, il presidente Assad è stato invitato al vertice della UE a Parigi. Nicolas Sarkozy, come presidente europeo pro-tempore, ha compiuto sforzi notevoli per attrarre la Siria nell’orbita della ragionevolezza europea (di Westfalia, per quanto spettrale sia); Sarko non è certo anti-israeliano, anzi le sue aperture ad Assad hanno lo scopo di staccarlo dall’Iran e da Hezbollah, di fargli capire che gli interessi siriani e quelli iraniani non sono convergenti. Ma i neocon non vogliono la sicurezza di Israele; vogliono Israele in costante pericolo, perchè solo così il regno talmudico, con la scusa di difendersi, può attaccare ed espandersi nella guerra perpetua, rifiutando ogni trattato, fidando solo nella sua forza superiore.

Sicchè l’ipotesi più credibile a spiegare l’attacco americano sembra questa: un avvertimento all’Europa e a Sarkozy; che non osi fare una politica non approvata dagli USA. Che sia stato Cheney ad ordinare l’incursione gratuita, ancora una volta scavalcando la catena di comando del Pentagono (la catena di comando in USA è confusa fin dall’inizio, i generali e la truppa sono affiancati da mercenari a contratto e da commandos israeliani, che non obbediscono che ai loro capi o datori di lavoro: è così che si perdono le guerre), non c’è dubbio. Ci sono indizi precisi. Nel maggio 2007, Condoleezza Rice chiese al ministro degli Esteri siriano il permesso per due generali americani di visitare Damasco, onde «condividere l’intelligence» fra le due forze armate; la proposta fu bocciata dalla Casa Bianca, che si rifiutò di aderire alla ragionevole contro-richiesta di Assad, di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche.

«Non si parla coi terroristi», insomma: ci diano le informazioni riservate di cui abbiamo bisogno, ma sia ben chiaro che restano nostri nemici, da sterminare. Nel dicembre 2007, lo stesso generale Petraeus tentò di ottenere un colloquio con generali siriani a Damasco, perchè senza lo spionaggio siriano l’occupazione dell’Iraq ha un angolo cieco; ancora una volta, ebbe il divieto della Casa Bianca. «Sia il Dipartimento di Stato sia il Pentagono hanno cercato collaborazione con lo spionaggio siriano, e sono stati impallinati dall’ufficio del vice-presidente», dice Joshua Landis, docente ebreo alla Oklahoma University, specializzato in affari siriani (2).

Sarkozy ha auto il coraggio di «chiedere spiegazioni» agli USA su questo attacco (del resto, in Siria è Total che ha il monopolio delle ricerche petrolifere), affiancato da Mosca; in ogni capitale europea, il colpo di coda di Cheney ha fatto un’impressione pessima, e in qualche modo ha ingrandito l’evidenza che i gli interessi europei sono più vicini a quelli russi che a quelli americani. Il colpo canagliesco può avere anche una motivazione interna. Zbigniew Brzezinski pare abbia incontrato Assad a febbraio, in una delegazione della Rand Corporation: e Zbig, capo ideologico di ciò che si può chiamare «imperialismo razionale», sarà anche uno dei consiglieri principali di Obama, se vince lui. Daniel Kurtzer, ebreo, ex ambasciatore USA in Israele sotto il primo quadriennio Bush, ha visitato la Siria in luglio, incontrando il ministro degli Esteri: e Kurtzer è destinato a diventare il principale consigliere di Obama nellle questioni israelo-palestinesi. Dunque l’attacco serve ad esprimere la rabbia neocon contro la nuova «soft diplomacy» che non li vedrà protagonisti, e ad imporre un fatto compiuto destabilizzante alla nuova amministrazione.

1) Simon Tisdall, «Syria: US goes it alone, again», Guardian, 27 ottobre 2008.
2) Patrick O’Connor, «US military forces attack Syrian village, killing eight», WSW, 28 ottobre 2008.
Ero arrivato alla stessa conclusione: che uno stato, anche quello di San Marino, deve dotarsi di arsenali nucleari, se vuol esser certo della sua sicurezza. Il diritto disarmato non offre più nessuna protezione.

10. I sionisti stanno armando i curdi anche in Siria? – È nota la funzione destabilizzante della comunità curda negli stati in cui risiedono: Turchia, Iraq e parrebbe anche Siria, dove costituirebbero il 10% della popolazione. Senza entrare in complicate problematiche proprie dei gruppi etnici, vale la vecchia massima hobbesiana dell’utilità nel fomentare la guerra civile all’interno di uno stato nemico o anche soltanto di uno stato confinante. Che Israele segua questa massima non pare vi siano dubbi. La situazione resta tuttavia confusa nel momento in cui scriviamo, cioì oggi 25 marzo 2011, e tocca aspettare lo sviluppo degli eventi per vedere dove vanno a parare. Se è vero che i “disordini” sono fomentati da Israele, il movente potrebbe essere la politica di buone relazione che la Siria ha avviato con la Turchia e l’Iran. Ma occorre aspettare per vedere e sapere. Così il Calendario Atlante De Agostini 2011: «Dopo aver ristabilito normali relazioni diplomatiche con il Libano, la Siria è molto attiva nei rapporti diplomatici con i paesi a lei vicini, in particolare intrattenendo buone relazioni con la Turchia e mantenendo un canale aperto con l’Iran. Il paese è periodicamente accusato da Israele di sostenere, anche militarmente, gli Hezbollah libanesi».

11. Un piano US-Israel per la destabilizzazione della Siria? – Dall’articolo ciò he si capisce è che esistono piano esterni per una destabilizzazione del regime siriano. Quali però potrebbero essere le conseguenze non è dato prevedere. Diventa sempre più forte il sospetto che in tutti i paesi arabi ora in rivolta vi siano tentativi più o meno avanzati di controllo e manipolazione dei processi di transizione in atto. Che i piani riescano esattamente per come siano stati concepiti è cosa che mi lascia personalmente scettico. Resta però indubbia l’esistenza di una regia esterna e di una manipolazione, certamente non per i “diritti umani” delle popolazione arabe.

12. – I veri obiettivi della guerra contro la Siria. –Estratto: «Iraq, Libia, Siria e Iran sono legati alla lotta di Washington per preservare i petrodollari. Ricordiamo alcuni fatti quasi dimenticati. All’inizio del 2011, il presidente siriano Bashar al-Assad annunciava l’avvio della collaborazione con Russia e Cina, secondo cui tutte le transazioni sul petrolio dovevano essere condotte in rubli e yuan. Nel marzo 2011 iniziarono i tumulti anti-governativi volti a rovesciare il regime esistente, e il 15 novembre fu imposto un embargo sulle esportazioni di petrolio siriano. Il 1 giugno 2012 fu imposto l’embargo sulle esportazioni di petrolio iraniano, che Teheran aveva cominciato a vendere in euro e rial, con particolare attenzione allo scambio interno. La situazione diventava sempre più tesa per i padroni della Fed. Nei primi mesi del 2013 la quota del dollaro nelle transazioni internazionali scese sotto l’importante soglia psicologica del 50%.  Questo fu un grave segnale per i padroni della FED. Altri Paesi possono anche finire sulla “lista delle esecuzioni” di Washington. Si tratta dei Paesi che commerciano in: a) baratto; b) compensazione; c) oro, d) monete nazionali. Per esempio, l’India e la Cina comprano petrolio dall’Iran con l’oro. Washington non è in grado di costringere l’India e la Cina ad abbandonare questo tipo di commercio, ma spera di avere la meglio sull’Iran. Inoltre è molto spiacevole per Washington che Mosca punti sempre più sul rublo per commerciare con i Paesi vicini. La Russia ricorre sempre più spesso a contratti con la Cina in rubli e yuan. Pechino effettua transazioni in yuan anche con i Paesi dell’Europa occidentale. Non è forse un motivo per Washington per considerare la Russia e la Cina suoi grandi avversari? Così lo Zio Sam cerca di farsi strada verso i confini della Russia attraverso la Siria e l’Iran, non solo per motivi geopolitici, ma anche per motivi puramente finanziari. Tutti coloro che minano lo standard dei petrodollari devono essere puniti! E solo quando la lotta di Washington per preservare il sistema dei petrodollari sarà senza speranza, attuerà il “piano B”, anche noto come “terza guerra mondiale”. E il detonatore di questa guerra è nella regione del Medio Oriente, più precisamente in Siria e in Iran».

13. I postumi degli accordi Sie-Picot. -  In una intervista il giornalista Thierry Meyssan spiega come Gran Bretagna e Francia continuino ancora la politica degli accordi segreti con i quali alla vigilia della prima guerra mondiale avevano inteso spartirsi il Medio Oriente. Estratto: "Paralizzati dal loro declino, gli Stati Uniti avevano affidato a Regno Unito e Francia la ricolonizzazione di Libia e Siria. Entrambi gli Stati avevano stipulato il Trattato di Lancaster House, nel novembre 2010, quindi prima della primavera araba, per condividere la loro “proiezione di potenza”, vale a dire le loro forze coloniali. Dovevano attaccare insieme e dividersi  la torta in base alle loro ex-aree di influenza: la Libia agli inglesi, la Siria ai francesi. Riguardo la Libia, il Regno Unito ha organizzato la rivolta di Bengasi, non sul modello rivoluzionario, ma su quello separatista, consegnando agli insorti la vecchia bandiera di re Idris, vale a dire quella della dominazione inglese. Riguardo la Siria, la Francia ha organizzato l’Esercito libero siriano, consegnandogli la bandiera del mandato francese (1920-1946). Come in altri casi, è sufficiente vedere le bandiere per sapere che non sono un movimento rivoluzionario, ma gli ascari degli ex occupanti. Tuttavia, se il Regno Unito ha potuto occupare la Libia, è perché la NATO è intervenuta a distruggerne la resistenza, totalizzando 160000 morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa. Mentre in Siria, i tre veti contrari di Russia e Cina hanno scoraggiato la NATO dall’intervenire. Così la Francia s’è immersa nel sangue per niente. In tale questione strategica, si aggiungono personalità di peso, come il ministro degli Esteri Laurent Fabius e in particolare il Capo dello Stato Maggiore il Presidente della Repubblica, generale Benoit Puga. Il primo è un ultra-sionista, mentre il secondo è un lefebvriano cattolico, essi condividono la stessa ideologia colonialista. La Francia non ha alcun interesse nel cercare di conquistare la Siria, ma alcune grandi imprese hanno interesse nel far pagare la conquista al contribuente francese, a loro privato profitto. Inoltre, Regno Unito e Francia sono i grandi perdenti della guerra in Siria, non gli Stati Uniti, perché essi condivideranno la regione con la Russia sulle macerie del trattato Sykes-Picot del 1916, con il quale Regno Unito e Francia controllavano la regione.".

14. Storia della Siria dal 1991 in poi. - 

Nessun commento: