luglio 14, 2006

Stati del mondo: 54. Egitto

53: Ecuador ↔ 55: El Salvador
a b c d e f g h i k l m n o p r s t u v y z


• Confini: a NE con Israele, a S con il Sudan, a W con la Libia: è bagnato a N dal Mar Mediterraneo e a E dal Mar Rosso.
• Il territorio ha una superficie di 1.001.449 kmq e una popolazione di 72.798.031 abitanti censiti nel 2006 e di 75.700.000 stimati nel 2008 con una densità di 76 ab./kmq. La capitale Il Cairo conta 6.758.581 abitanti nel 20076 con l’agglomerato urbano la Grande Cairo arriva a 11.894.000 ab. nel 2007. Ingenti sono i flussi migratori, diretti soprattutto verso i paesi petroliferi arabi e verso l’Europa. I copti rappresentano la comunità cristiana più numerosa del mondo arabo.
• L’area coltivata e abitata coincide con la valle del Nilo, di cui l’Egitto comprende il tratto a N della seconda cateratta: la valle e la zona del delta coprono una parte esigua del territorio, per il resto desertico. L’estremo lembo orientale è costituito dalla penisola del Sinai tra i golfi di Suez e l£Aqaba. Il clima è desertico con temperature elevate.
• Membro di: EBRD, Lega Araba, OCI, ONU, UA, WTO, Associato UE.
- State Information Service.

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53: Ecuador ↔ 55: El Salvador
a b c d e f g h i k l m n o p r s t u v y z
Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. – 7. Il trattato di pace con Israele. - 8. In vista delle elezioni del 2011. – 9. I confini con Israele e l’immigrazione clandestina. - 10. I timori dei sionisti nostrani come chiave di lettura degli eventi post-tunisini. – 11. Burattini e burattinai. – 12. Gli analisti della “pulizia etnica”. – 13. Una cronaca egiziana di Robert Fisk. – 14. «Ma quale rivoluzione d’Egitto?». Un’analisi di Alberto B. Mariantoni. – 15. L’Egitto sull’orlo del bagno di sangue. – 16. Il movimento del 6 aprile... 2008. – 17. Le squadre israeliane della morte. – 18. Il problema del Sinai. – 19. I Fratelli Musulmani e l’isteria che suscitano. - 20. Il sionista smentito dai fatti. – 21. Il punto di vista di Ilan Pappe. – 22. I limiti della spontaneità e il golpe militare. –

1. Parametri principali. – L’Egitto è una repubblica. In base alla costituzione dell’11 novembre 1971, più volte modificata (da ultimo il 26 marzo 2007), l’Egitto è una “Repubblica araba con un sistema democratico socialista”. Il presidente, che è anche titolare del potere esecutivo, è eletto a suffragio diretto tra più candidati di diversi partiti; ha un mandato di 6 anni ed è rieleggibile. Il parlamento è bicamerale: l’Assemblea del Popolo è formata attualmente da 454 membri, di cui 10 nominati dal presidente e 176 eletti con mandato di 5 anni (almeno il 50% dei deputati deve essere costituito da contadini e operai); il Consiglio consultivo è formato da 264 mmembri, di cui 176 elettivi, rinnovati per metà ogni 3 anni, con mandato di 6 anni. Attualmente, dopo la deposizione di Mubarak, è in carica un governo di transizione diretta dai militari. Tutto il mondo è con il fiato sospeso e diventa un azzardo fare previsioni sugli sbocchi finali. È alto il sospetto che i servizi segreti statunitensi e israeliani siano al massimo della loro operatività.

2. Note storiche. – Ex protettorato britannico, l’Egitto divenne una monarchia formalmente indipendente il 18 febbraio 1922. Il 18 giugno 1953 fu proclamata la Repubblica e nel 1954 il potere fu assunto dal col. Gamal Abd el.Nasser; questi, nel 1956, annunciò la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez, provocando l’intervento armato di Francia, regno Unito e Israele. Le truppe israeliane occuparono la Striscia di Gaza (già parte della Palestina e in amministrazione all’Egitto dal 1948-49) e la penisola del Sinai. La decisa azione dell’ONU, con l’accordo di USA e URSS, costrinse Israele a ritirarsi. Nel 1967 un nuovo conflitto con Israele si concluse con la sconfitta dell’Egitto e l’occupazione israeliana del Sinai e di Gaza. Nello sforzo di liberare il Sinai, nel 1973 l’Egitto riaprì le ostilità con la “guerra del Kippur”, ma senza risultato. Nel settembre 1978 il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano M. Begin firmarono gli accordi di pace di Camp David con i quali l’Egitto recuperò il Sinai ma non Gaza (passata successivamente all’Amministrazione palestinese). Dopo l’assassinio di Sadat (1981) da parte di un gruppo estremista islamico, divenne presidente Hosni Mubarak, in seguito sempre rieletto con una maggioranza plebiscitaria. || «In Egitto, le cose non vanno affatto meglio. E questo nonostante l’immagine di marca apparentemente bonaria ed il suo allineamento sulla politica occidentale in occasione del conflitto del Golfo. Il regime egiziano resta una dittatura politico-militare sostenuta e manipolata da un “iceberg” d’affaristi e di speculatori autoctoni legati alla finanza internazionale ed alla politica di Washington. L’uomo di paglia dell’Egitto, il Presidente Mubarak, è soprannominato “la vache qui rit” ... Per quest’ex generale d’aviazione non è affatto una disquisizione accademica dire che “vola” molto, molto basso! Il potere, in Egitto, è monopolizzato dal NPD, il Partito nazionale democratico, che ha ridotto il Parlamento al ruolo di semplice comparsa. Dieci anni dopo l’assassinio di Sadat nel 1981, le “leggi speciali” decretate all’epoca sono state prorogate sine die il 18 maggio 1991... Questa eccezionalità della legislazione permette al Rais egiziano di far arrestare i “pericolosi rivoluzionari” ed i “terroristi islamici”. In realtà, la maggior parte di questi prigionieri non sono che dei semplici cittadini, esasperati e scontenti del regime. L’amico americano, il Presidente George Bush, ha dato una boccata d’ossigeno al suo omologo egiziano, annullando i debiti militari del paese che erano calcolati in miliardi di dollari, per “servizio reso”, in concomitanza con la guerra del Golfo! Quest’intervento finanziario non è che un momentaneo palliativo all’inevitabile disastro economico che grava sul paese, ma permette a Mubarak di evitare la rivolta popolare che potrebbe prodursi in Egitto come nel 1977» (Mariantoni, 1991)

3. Economia. – Sono fondamentali per l’economia del paese i finanziamenti internazionali (da USA e Banca Mondiale) e le rimesse degli emigrati. L’agricoltura in Egitto è condizionata dall’irrigazione. I terreni coltivati sono limitati all’area del delta e alla valle del Nilo. Potendo ottenere anche tre raccolti l’anno, le colture sono distinte con nomi speciali secondo la stagione: scitui quelle invernali, che danno frumento, fagioli, orzo, fave, cipolle, lino; sefi quelle estive, che danno cotone, riso, mais, canna, arachidi, sesamo; nili quelle autunnali, che danno riso e mais. L’allevamento non basta a soddisfare la domanda interna. Si pratica la pesca delle spugne. Dal Mar Rosso si ricavano coralli e madreperla. Le principali rosrse del settore secondario sono costituite da idrocarburi: petrolio e gas naturale, distribuiti da un sistema di oleodotti. I partner commerciali principale dell’Egitto sono gli USA e l’Italia. La bilancia commerciale è largamente deficitaria.

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4. Difesa. – Sono attivi due corpi paramilitari: le forze di sicurezza centrali con 232.000 uomini e la Guardia nazionale con 60.000 uomini. Il personale militare conta 468.500 unità nel 2007. Le spese militari sono pari al 2,75 del PIL nel 2006 e le forze armate sono distribuite per il 73% nell’esercito, per il 4% nella marina e per il 23% nell’aviazione.

5. Giustizia. – Il sistema giudiziario combina elementi della Common Law britannica , dei codici napoleonici e della legge coranica.

6. Popolazione. – Ingenti sono i flussi migratori, diretti soprattutto verso i paesi petroliferi arabi (Arabia Saudita, Libia e Iraq) e verso l’Europa. I copti rappresentano la comunità cristiana più numerosa del mondo arabo, ma sono cristiani sui generis e i media fanno molta confusione al riguardo. La crescita annua è stata del 2% nel quinquennio 2002-2007 e del 18,9‰ l’incremento naturale del 2007. L’arabo è la lingua ufficiale, ma si parla francese e inglese. I gruppi etnici sono costituiti per il 99,6% da egiziani, cioè la quasi totalità della popolazione, che è musulmana sunnita. Tribù di beduini si trovano nel deserto del Sinai. Esse denunciano il governo centrale di essere discriminati. Una larghissima parte della popolazione egiziana è sotto la soglia di povertà. Gli aiuti americani favoriscono ristrettissime minoranze ed accrescono il divario sociale. La pace di Camp David ha costretto il paese ad accettare le imposizioni del FMI che hanno aggravato le condizioni delle fasce più deboli della popolazione.

7. Il trattato di pace con Israele. – Andando al link del titolo si accede ad un «Foglio» della propaganda israeliana in Italia con un testo di un giornalista specializzato nella materia. Nella storia dell’Egitto moderno il trattato di “pace” con Israele, una pace comprata in denaro contante dagli USA, è un momento vergognoso che suscita un senso di pena fra i cultori di storia contemporanea. Non per nulla:
«…Fra Gerusalemme e il Cairo vige uno storico trattato di pace e i Fratelli musulmani vogliono recidere ogni accordo politico ed economico con lo stato ebraico» (Fonte). Una eventualità quest’ultima che il propagandista sionista teme come la morte. L’immagine della civiltà occidentale è tutta consegnata alle gambe delle ballerine, vero salto verso la “modernità” e l’emancipazione.
Sono innumerevoli i ricatti ed i condizionamenti che l’Egitto subisce ancora oggi come conseguenza di quella “pace”. Nel prossimo anno si dovrebbero svolgere le elezioni presidenziali, che ove non siano truccate potrebbero segnare il passaggio di poteri da Mubarak a ElBaradei, su cui si appuntano speranze di cambiamento in politica interna ed in politica estera. Gli auspici di Israele e dei suoi propagandisti vanno tutti nell’auspicio di una continuità della linea servile di Mubarak verso Israele. Se anche l’Egitto cambiasse atteggiamente come lo ha cambiato la Turchia, veramente sarebbero radicalmente cambiati gli scenari mediorientali. Naturalmente, le elezioni non sono quelli che materialmente in alcune giornate si svolgeranno l’anno prossimo, ma in un certo senso sono già iniziate a seconda delle posizioni che ogni forza politica va assumendo. Esiste anche un Occhio che dall’estero vigila su ciò che avviene e si dice nelle piazze egiziane. || In questi giorni di febbraio 2011 mentre in Egitto ferve la rivolta popolare leggo da una testata sionista come il vero problema di cui si deve preoccupare Sulemain è il Sinai, che Israele potrebbe nuovamente occupare. Il cosiddetto trattato di pace di Camp David prevedeva che il Sinai, pur tornato sotto la sovranità egiziana, dovesse essere smilitarizzato. A convenienza di chi? Non sono uno stratega, ma sembrerebbe a convenienza di Israele, a cui Suleiman si rivolge per avere il permesso di dislocare su territorio egiziano 800 uomini, da mobilitare contro patrioti egiziani e a tutto vantaggio di Israele.

8. In vista delle elezione del 2011. – I pochi dati che si ricavano dall’intervista sono impressionanti. Attualmente, il sistema è precusivo verso i candidati indipendenti. Per candidarsi occorre avere un proprio partito da almeno quattro anni e questo a sua volta deve essere approvato da un comitato che è controllato dal partito al potere. El Baradei possibile candidato spiega perché l’Egitto è una “bomba ad orologeria”:
«Se si continua a reprimere la gente con la legge di emergenza, col carcere, negando diritti fondamentali come quello di riunirsi, prima o poi ci sarà una rivolta. Nessuno è felice. Il 42% degli egiziani vive con un dollaro al giorno, il 30% non sa leggere e scrivere, la disoccupazione è dilagante, la corruzione ovunque… Per la maggioranza la priorità sono i bisogni primari, non c’è speranza per il futuro. E se hai i soldi, vivi isolato in zone residenziali ma non puoi comprare l’aria pulita o una burocrazia funzionante. Nessuno sente di poter controllare il proprio destino. Voglio far capire al regime che è meglio cambiare in modo pacifico».
Ma sono questi i paesi che Israele vuole come modello per tutto il Medioriente. Il commento dei sionisti di IC è esemplare del modo israeliano di vedere le cose. Con i dati che leggiamo appena sopra non è difficile comprendere come in politica estera l’Egitto sia praticamente in ginocchio davanti a USA e Israele. Una massa enorme di popolazione non può opporre nessuna resistenza di fronte a pochi migliaia di soldati armati di tutto punto con la più moderna tecnologia militare: è il rapporto fra Israele e l’Egitto. È anche evidente che una politica realistica deve tener conto del concreto rapporto di forze.

9. I confini con Israele e l’immigrazione clandestina. – È di questi giorni la notizia di un nuovo immenso muro lungo il confine fra Israele ed Egitto. La propaganda dice di temere l’immigrazione clandestina, ma il problema è alquanto drammatico ed investe la natura stessa dello stato di Israele, a carattere “etnocratico”. I clandestini che per disperazione tentano di entrare in Israele vengono accolti non a bastonate, ma a fucilate ed uccise ad opera di soldati egiziani, che poi ne consegnano i corpi ad Israele. È allucinante, ma è così e la questione dovrebbe essere approfondita, per demistificare tutta la retoriza sui “diritti umani” – nuova ideologia autoelogiativa dell’Occidente –, ma che in Israele è allegramente e goffamente contradetta da una propaganda come quella che si trova nel “corretto commento”, anonimo, di cui al link. Si apprezzi la chiara cartina, che ben evidenzia i confini fra Israele ed i suoi deboli vicini.

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10. I timori dei sionisti nostrani come chiave di lettura degli eventi post tunisini. – Andando al link si accede ad un sito della propaganda sionista in Italia. Non sono qui nostro interesse le argomentazioni dei testi, chiaramente di parte, ma il timore che esse esprimono. Che genere di timore? È possibile un’interpretazione della storia del Medioriente dell’ultimo mezzo secolo come un fare e disfare i regimi, imponendo loro un solo requisito indispensabile: la soggezione al duetto Usa-Israele, con il secondo come comandante di fatto nell’area. In pratica, gli immigrati della Dichiarazioni Balfour, gli uomini del “focolare”, dopo aver sfiancato la potenza mandataria inglese, regalandone in ultimo il classico e meritato calcio dell’asino, adesso grazie ad nuovo più potente alleato – che stanno pure rovinando – impongono in pratica i loro capricci, la loro ideologia razzista, a tutto il Medio Oriente e ad un miliardo di musulmani, ogni giorno demonizzati e vituperati impunemente. Il linguaggio sarà poco diplomatico, ma credo sia questa la sostanza delle cose. Adesso, però qualcosa sembra succedere. Di Ben Ali si è saputo che era addirittura un agente della CIA ed al suo insediamento aveva contribuito anche Israele, mai estraneo ad ogni genere di colpo di stato che si consuma nell’area. La tecnica consolidata dai Servizi è quella di buttare a mare il loro uomo, ormai compromesso, per sostituirlo con un altro, ma sempre del sistema ed a loro obbediente. Il processo è ancora in corso e chi sta lontano dal luogo di svolgimenti dei fatti può solo attende, e sperare, a seconda di quelle che sono le sue idealità. Nel nostro caso, idee di libertà e di democrazia autentica, nell’interesse esclusivi di quei popoli oppressi nel nostro nome di cittadini, privi di potere, ma formalmente mandanti dei vari Frattini o Larussa. I timori che la propaganda sionista esprime, anche con gli esempi che abbiamo indicato, ci aiuta a capire quali erano e sono gli effettivi rapporti di forze ed il sistema del dominio e dell’oppressione degli uni sugli altri. Si impara a volte più dai timori altrui che non dalle loro chiacchiere analitiche.

11. Burattini e burattinai. – Andando al link si accede ad una analisi interessante che è abbastanza tipica e condivisa in questi giorni. Non ci vuole una grande intelligenza a capire i giochi in atto. Non sappiamo come finirà, ma considerando i rapporti di forza ed i condizionamenti nazionali e internazionali non dovrebbe essere difficile fare previsioni. Gli Stati Uniti sono usi fare e disfare i governi, purché si conservi il modello di regime e soprattutto l’obbedienza verso Washington e Tel Aviv. Negli ultimi venti anni il regime di Mubarak è servito ad assicura il vassallaggio. Ha però spremuto troppo il suo popolo ed ormai la gente è disperata e non ha nulla altro da perdere se non la vita, che è già persa, per fame e per totale mancanza di prospettive. Nela rete si trovano parecchi articoli interessanti che descrivono tutti lo stesso modello: i burattinai buttano a mare i burattini ormai usurati e cercano di procurarsene di nuovi. Non mancano certo i candidati. Il processo è comunque ancora in atto e resta da vedere se proprio tutto andrà come da copione.

12. Gli analisti della “pulizia etnica” del 1948. – Andando al link si accede ad un sito della propaganda sionista in Italia. La nostra attenzione non è rivolta all’analisi oggettiva di ciò che sta succedendo in Egitto. Bisogna ancora aspettare lo svolgersi dell’evento e la sua conclusione. Quello che già si può capire è la logica del rimpiazzo degli uomini, ormai bruciati, con la conservazione del sistema. Ci interessa invece il punto di vista soggettivo degli analisti del link, fra i quali si trova un personaggio abbastanza longevo per aver condiviso quella che Ilan Pappe ci ha fatto conoscere come “La pulizia etnica della Palestina”, nel 1948. Da queste persone quale “analisi” ci si può aspettare? Cosa dobbiamo e possiamo capire da loro? Gli altri sono i cosiddetti embedded. Quel che è certo è che nel giro di qualche anno a questa parte qualcosa si è scosso e che un processo è in atto. Ma quale sarà la sua conclusione non possiamo saperlo e non ha senso esercitarsi nell’arte della previsione. Ciò che conta è la posizione che ognuno di noi può assumere e come e quanto può determinare le cose, sia pure in minima misura. Sempre più manifesto e monocorde diventa in punto di vista della propaganda sionista in Italia. Qui, a caso, uno di questi articoli, con un giornalista specializzato, in una testata di riferimento. L’utilità nello scorrerli consiste solo nel capire gli umori di Israele, di cui in altra fonte si legge come avrebbe inviato in Egitto cecchini per sparare sui leader delle manifestazioni. Via via che la protesta avanza viene fuori sempre più scopertamente come Israele e gli Usa hanno avuto un ruole determinante, da committente, nelle peggiori nefandezze d’Egitto e di altri regimi. E ciò mentre su altri canali la stessa propaganda recita la litania dei diritti umani, della democrazia, della protezione della donna e simili, ma accompagnati ad una denigrazione costante e massiccia dell’Islam, senza tema di dover neppure rischiare le incriminazioni con cui si colpiscono gli oppositori di Israele. Ma è stucchevole tornare su questi temi, che tuttavia non è possibile ignorare. A definir “esilaranti” i commenti dei redattori anonimi, volti e tirar fuori Israele da ciò che succede in Medio oriente, ci si mantiene sul piano del galateo. Suonano alquanto ipocrite le preoccupazioni sioniste per l’incolumità dei cristiani, dei cattolici in particolare. Da anni e con cadenze sempre più incalzanti la propaganda israeliana cerca di spingere la Chiesa cattolica in uno scontro con l’Islam. Scoperto il gioco della propaganda sionista in questo commento illuminante: «Non è detto, tra l"altro, che i Fratelli Musulmani conquisteranno il potere in caso di elezioni vere, aperte e libere – che per essere davvero tali dovrebbero essere vietate ai partiti con programmi antidemocratici e sovversivi», qualità quest’ultima il cui sicuro accertamento è nella discrezionalità sovrana di Israele, che ha bollato come “antidemocratiche” le democraticissime elezioni che hanno dato il potere ad Hamas. Questo genere di propaganda sionista è semplicemente irritante e noi perdiamo probabilmente il nostro tempo ad attardarci sopra. Ma forse proprio questa ingerenza sionista negli stati del Medio Oriente è una delle cause profonde della insofferenza e della ribellione che sta agitando i popoli mediterranei.

13. Una cronaca egiziana di Robert Fisk. – L’illustre giornalista, autore delle “Cronache Mediorientali” e del “Martirio di una nazione”, si astiene dalle analisi e narra ciò che ha potuto vedere come testimone oculare dei fatti. Fa impressione il ruolo dei poliziotti in borghese, addirittura tossicodipendenti, che hanno fatto il lavoro più sporco. I poliziotti in divisa li hanno lasciati fare e di loro hanno lanciato lacrimogeni. I fatti narrati nella cronaca risalgono allo scorso venerdi scorso, se ho ben capito. Ed oggi, mentre scrivo, è lunedi. Non odo ancora una notizia decisiva, ma ho letto su Rainwes, una fonte abbastanza embedded, di come Israele si sia pronunciata a sostegno di Mubarak. Se vi sarà un nuovo governo, come valuterà questa posizione di Israele durante la rivolta?

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14. «Ma quale rivoluzione d’Egitto?» - Un’analisi di Alberto B. Mariantoni. – Profondo conoscitore della politica nel Vicino e Medio Oriente, Mariantoni si pone in una posizione di attesa rispetto agli eventi che evolvono. È ancora presto per parlare di “rivoluzione”. Anzi, è forte il sospetto ed il timore che si tratti dell’ennesimo mutamento di facciata, lasciando intatta la sostanza delle cose. Tuttavia, possiamo osservare che è forse bene che accada qualcosa che faccia sperare piuttosto che restare nell’inazione. Certo, se ognuno di noi potesse fare qualcosa, concorrere alla determinazione degli eventi, sarebbe certamente meglio.

15. L’Egitto sull’orlo del bagno di sangue. – le analisi di Thierry Meyssan sono sempre particolarmente degne di attenzione. Dal suo articolo emerge un quadro convincente e soprattutto illustrano uno scenario abbastanza differenziato con soggetti che i nostri media mainstream ignorano completamente.

16. Il movimento del 6 aprile... 2008. – A dimostrazione del fatto che gli attuali avvenimento d’Egitto non sono stati influenzati dagli eventi tunisini, ma hanno una gestazione più antica, vale ricordare lo sciopero del 6 aprile 2008, allora represso e ora di nuovo resuscitato con uno sciopero generale di cui al link. Per non cadere in inganno è benere tenere a mente l’enorme popolazione del Cairo e rapportare ad essa il numero dei manifestanti nelle piazze e nelle strade.

17. Le squadre israeliane della morte. – Avevo già letto la notizia di cecchini israeliani con la funzione di uccidere i leaders delle manifestazioni di protesta. Che Israele non abbia nessun interesse a veder cadere Mubarak è chiaro come la luce del sole. Che farà di tutto per mantenerlo al potere o far passare al massimo un cambiamento di facciata è altrettanto chiaro. È pure chiaro che possiamo solo intuire le cose che non verremo mai a sapere. Tuttavia, qualcosa sta succedendo e gli edifici costruiti dalla propaganda israeliana stanno scricchiolando. Una pessima figura sta facendo tutta la diplomazia occidentale: contro di essa dovremme ribellarci con non minore vigore di quanto non stiano facendo tunisini ed egiziani. Abbiamo un comune nemico: Israele.

18. Il problema del Sinai. – Andando al link del titolo si accede ad una testata di propaganda e analisi sionista. In questi giorni in cui l’attenzione è rivolta all’Egitto può essere ingannevole basarsi troppo su ciò che dicono gli analisti. In realtà, le cosiddette analisi non sono per nulla neutre. Ognuna di esse lascia facilmente trasparire la posizione e l’opzione politica dell’interprete, del cosiddetto analista. I più agitati sono gli analisti di osservanza sionista. Per loro un regime asservito come quello di Mubarak andava più che bene ed ogni mutamento non potrà che essere in peggio. Lo si capisce dal problema del Sinai che gli accordi di pace, o meglio di sottomissione, volevano smilitarizzato. Su quegli accordi andrebbe fatta in altra sede una opportuna disamina. Qui ci si limita alle pur utile notizie che si attingono da un contesto decisamente inaffidabile e del tutto estraneo ai nostri orientamenti geopolitici.

19. I Fratelli Musulmani e l’isteria che suscitano. – Come Hamas e Hezbollah, anche i Fratelli Musulmani, di origine più antica, sono le uniche forze autonome e popolari in un concerto di stati vassalli e fantoccio. Da qui il timore del governo israeliano e della propaganda sionista, che circondato da stati arabi davvero indipendenti e sovrani si troverebbe nuovamente in uno stato di guerra. Come è noto, Bush aveva voluto che a Gaza vi fossero elezioni davvero libere e democratiche. Così è stato, ma non ne è venuto fuori una rappresentanza asservita. Le elezioni libere e democratiche sono temute come la morte da Israele. Gli analisti sionisti sono pressoché certi che in Egitto una libera competizione elettorale darebbe la maggioranza dei suffragi ai Fratelli Musulmani. Ecco dunque che si affaccia una concezione della democrazia che è tale solo se depurata dalle componenti politiche non gradite. Naturalmente, questa è una parodia della democrazia che lascia bene intendere cosa sia il sionismo e cosa da esso ci si possa aspettare, a chi serve e quale sia sempre stato il suo scopo: la negazione del mondo arabo ovvero una sua integrale corruzione e soggezione. In fondo, gli eventi di questi giorni di febbraio 2011 fanno riapparire il redde rationem della situazione geopolitica mediorientale: il senso della costruzione dello stato sionista di Israele.

20. Il sionista smentito dai fatti. – Ho già detto e ripeto che in un processo in atto, dove è possibile di tutto e il contrario di tutto, occorre andar cauti nell’interpretazione degli eventi. È saggio astenersi da giudizi ed entusiasmi. È invece molto utile e rivelatrice l’analisi delle analisi che ci vengono fornite dagli “esperti” e dai loro media, i cosiddetti analisti. Le loro prime reazioni ci consentono di capire meglio che in altre occasioni non gli eventi, per i quali vale ciò che abbiamo appena detto, ma gli stessi analisti ed il mondo che rappresentano e che vorrebbero spacciare come fosse il nostro, catturando in questo modo il nostro consenso ed influenzando la nostra opinione e conseguente posizione. Dall’analista, abituale e qualificata fonte di informazione della testata sionista in questione, non viene dato come possibile il mutamento del quadro “normale” che vede imprescindibile la presenza di Mubarak, l’uomo che per trent’anni ha rappresentato il servaggio dell’Egitto: una “normalità” che è l’ordinario riferimento di come le cose dovrebbero essere per l’entità sionista. Le agenzie di questi minuti non solo danno conferma delle dimissioni di Mubarak, ma anche dello scioglimento del parlamento e dell‘assunzione del potere da parte del presidente della corte costituzionale affiancato dal consiglio supremo della difesa, cioè dai militari. Formalmente, il passaggio sembra perfetto. Sarebbe stata una beffa l’idea di un processo di transizione affidato allo stesso Mubarak, almeno secondo la prima evidenza. Dalle sceneggiate occulte non saremo mai al riparo. Quel che pare certo è che dietro lo squilibrio geopolitico del Vicino Oriente è sempre presente Israele, la cui natura e funzione è davvero estranea a tutta l’area. Una presenza, quella sionista, garantita ieri dall’Impero britannico e oggi da quello americano, sempre a danno degli autoctoni. Se anche l’Impero americano dovesse tramontare, restano in Israele 300 testate atomiche che sono la vera minaccia non solo per il Vicino Oriente, ma per il mondo intero. Se i politici europei e non solo quelli americani non fossero sotto il tallone della Lobby, dovrebbero chiedere lo smantellamento degli arsenali nucleari non dell’Iran, che non possiede nulla, ma di Israele, che possiede tutto e su cui si tace ignobilmente. Andrebbe poi finalmente ripristinato il diritto internazionale, ritornando a principi di equità naturale più che non ad astruse normative che la ragione stenta a comprendere ed i cui contenuti sono ignoti ai più. Esilarante come sempre ciò che scrive la signora Fiammetta. Meglio astenersi da ogni commento e limitarsi ad un rapido colpo d’occhio alle sue frasi in libertà. Da notare l’astio sionista per le titolazioni che prendono atto – perfino su “La Repubblica” – della realtà dei fatti e di cose che si sanno a “Rocca Cannuccia”, ma non si ammettono in qualche libreria di Torino o in qualche anfratto di Tel Aviv. Il nervosismo degli agenti della propaganda sionista si focalizza sul passaggio delle navi iraniane nel canale di Suez, che il governo egiziano provvisorio ha autorizzato sulla base di un trattato del 1888, il cui rispetto è stato addirittura imposto da Israele con i trattati di Camp David: l’Iran non è in stato di guerra con nessuno e dunque ha pieno diritto al passaggio. Si direbbe che i sionisti siano rimasti scornati ed è forse questo un segno dei tempi nuovi, che possono essere interpretati come un generale sommovimento delle masse cui non si può imporre una politica di forza e brutalità.

21. Il punto di vista di Ilan Pappe. – È semplice e lineare: Israele ha sempre puntato su una ben determinata immagine del mondo arabo e musulmano, in gran parte se non del tutto falsa. È ancora di grande utilità il libro di Edward Said sull’«Orientalismo», dove si fa ben vedere quella che per secondo è stata l’immagine che abbiamo dell’Oriente, grazie ai nostri scrittore e viaggiatori: un’immagine profondamente intrisa di razzismo. Israele vuole ancora oggi insistere in una visione “orientalista” cui costringere l’Occidente, giacché “Israele siamo noi”, un “noi” che si dovrebbe opporre a tutto il mondo arabo musulmano per la bella faccia di una Fiammetta. Con Pappe si vede bene quale formidabile colpo assista a tutta la strategia mediatica di Israele la serie di eventi che pervadono il mondo arabo. Non sapppiamo come andrà a finire, speriamo bene, ma in ogni caso sono già caduti molti di quei pregiudizi che erano stati indotti in noi artificialmente da una propaganda tanto tenace quanto ricca di mezzi e di capacità di pressione e corruzione. Giustamente Pappe osserva come la questione del trattato di pace dell’Egitto con Israele sia del tutto marginale nel quadro complessivo degli eventi. Quel trattato di pace fu iniquo ed ottenuto con la corruzione. La sua natura appare chiara con la caduta stessa di Mubarak, la cui esistenza politica era in funzione di quel trattato e di quel servaggio. || Pare opportuno collocare qui una perla che abbiamo trovato in un più generale contesto di analisi sionista sulla situazione attuale. In questo caso, particolarmente, in Egitto. In brano che segue è di un “collega” di Ilan Pappe, ossia di Benny Morris, il cui sionismo è ormai dichiarato e ben noto. È certamente una persona istruita e intelligente. Mi conforta vedere come anche lui ammette ciò che a noi era subito parso evidente, cioè che la dichiarazione sul mantenimento degli impegni internazionali da parte dell’Egitto fosse generica e non menzionasse lo specifico rapporto con Israele. Ma ciò che dall’articolo di Morris apparso oggi 24 febbraio sul “Foglio”, organo sionista più di ogni altro, trovo più rimarchevole è il seguente brano:
«...Ma, cosa ancora più importante, il governo egiziano – non ottemperando agli impegni del trattato – ha permesso ai media di demonizzare senza alcun freno lo stato ebraico, mentre qualsiasi critica interna nei suoi stessi confronti era severamente repressa...».
La dice lunga sulla libertò dei media. Abbiamo sempre detto che i nostri media sono essi stessi una parte della guerra in atto, che è anche e soprattutto una guerra ideologica, con cui si ottiene l’acquiescenza della cosiddetta opinione pubblica, delle masse, mentre altri compiono lo sterminio materiale: “Piombo Fuso”, per intenderci. Dunque, fra gli impegni del Trattato cosiddetto di pace vi era la repressione della cosiddetta libertà di stampa, la quale avrebbe dovuto suonare la musica che era stata decisa a Camp David, o meglio che era stata comprata e venduta a Camp David. Se questo è vero per l’Egitto, possiamo ritenere che sia diversa la natura e la funzione dei nostri media? Certo che no! E certo che così ben si spiegano recenti tentativi di imbrigliamento perfino della rete, che ancora sfugge a questo controllo capillare, e perfino dell’insegnamento di ogni ordine e grado. L’ipocrisia, che conosciamo tutti dalle pagine del Vangelo, ha trovato una recente conferma, ben reclamizzata, secondo cui la legislazione che dovrebbe venire, consentirebbe di esprimere dentro le parete domestiche un pensiero che verrebbe invece represso se espresso pubblicamente. Esattamente il contrario di ciò che da anni reclama la chiesa: il riconoscimento dello spazio pubblico per esprimere la fede che già si professa nello spazio privato e che nessuno in tale ambito contesta. Qui invece ci sarebbe non un riconoscimento di liceità di ciò che si potrebbe pensare nello spazio privato, ma una sua mera poco elogiativa “tolleranza”, ed una dura repressione di ciò che dalle pareti domestiche trapelasse nelle piazze. Se questa non è ipocrisia, fariseismo all’ennesimo potenza, non saprei come altro definirlo. Trovo di una incredibile attualità le pagine del Vangelo – che non leggo da parecchi anni – sui sepolcri imbiancati.

22. I limiti della spontaneità ed il golpe militare. - L’articolo è una interessante analisi di una situazione ancora in atto. Per un verso si sottolinea come la mancanza di una dirigenza della rivolta abbia favorito la formazione dell’attuale governo di militari: in pratica un colpo di stato che finira per affossare la rivolta. L’altra parte dell’articolo analizza i limiti del Mossad e della Cia che sono stati al di sotto della loro sinistra fama. La conclusione è che una larga sollevazione democratica, che abbraccia la totalità o quasi di un popolo, è una sorta di tsunami inarrestabile.

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