aprile 27, 2010

Stati del mondo: 166. Sudan

162: Sudafrica ↔ 164: Suriname
a b c d e f g h i k l m n o p q r s t u v y z
• Confini: a N con l’Egitto, a E con l’Eritrea e l’Etiopia, a SE con il Kenya, a S con l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo, a W con il Ciad, la Repubblica Centrafricana e a NW con la Libia; si affaccia a NE al Mar Rosso.
• Il territorio ha una superficie di 2.503.890 kmq e una popolazione di 39.154.490 abitanti censiti nel 2008 con una densità di 16 ab./kmq. La capitale Al Khartum = Khartoum conta 947.483 abitanti nel 1993. Con l’agglomerato urbano si raggiungono i 4.762.000 ab. nel 2007.
• Il territorio presenta l’aspetto di una vastissima conca con gli orli elevati ai margini. A N si trovano le distese desertiche della Nubia, a S vaste zone sono occupate da stagni e paludi. Il clima è ovunque caldissimo con differenze per il variare della piovosità e dell’escursione termica.
• Membro di: Lega Araba, OCI, ONU e UA. Associato UE.
- Central Bureau of Statistics.


1. Parametri principali. – In base alla Costituzione promulgata il 5 luglio 2005 il Sudan è una repubblica federale nella quale le vecchie provincie (wilayate) sono state raggruppate in grandi stati, con un Presidente e un Parlamento bicamerale. L’Assemblea nazionale è composta da 450 membri attualmente nominati dal Presidente, appartenenti per il 20% al NCP, per il 28% al SPLM e per il 20% agli altri partiti, con un governo formato secondo le stesse quote; al Presidente sono stati affiancati due vicepresidenti (uno dei quali dl SPLM).

2. Note storiche. – Già condominio anglo-egiziano (dal 1899), il Sudan è diventato indipendente il 1° gennaio 1956.

3. Economia. – Si producono cotone, sesamo, arachidi, datteri, banane, pomodori, agrumi, sorgo, miglio, mais, frumento, manioca, canna da zucchero. Il paese ha riserve di petrolio. Lo sfruttamento è dato in concessione a compagnie cinesi e malesi. Si estraggono inoltre cromite, oro, sale.

4. Difesa. – La situazione del Darfur rimane molto grave; mentre la missione congiunta dell’ONU e dell’Unione Africana (UNAMID) si è dimostrata incapace di porre fine agli scontri tra miliziani ed esercito regolare, le azioni militari si sono spesso spostate oltre i confini sudanesi, in Ciad e nella Rep. Centrafricana, compromettendo la stabilità dell’intera regione.

5. Giustizia. – «Il 4 marzo 2009 la Corte penale internazionale dell’Aia ha emanato un mandato di arresto per il presidente Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur». Così il Calendario che non tuttavia non è un testo di geopolitica, ma solo un annuario di dati statistici-geografici da cui noi qui attingiamo. Ma è da osservare sulla natura di siffatti tribunali internazionali, per alcuni versi encomiabili, come essi dimostrino tutta la loro forza ed il loro coraggio solo con i deboli e mai con i forti. Il presidente Bush e tutto lo stato di Israele meriterebbero severissimi processi, ma per mere ragioni di forza non si riescono neppure ad attivare le procedure di imputazione. È dunque simili magistrature internazionali non infirmano in nessun modo l’assunto hobbesiano che vede nelle relazioni fra gli stati il permanere del diritto naturale.

6. Popolazione. – I gruppi etnici sono composti per il 49% da arabi, Dinka (11%), Nuba (8%), Beja (6%), azande (2,7%), altri (23,3%). La religione è per il 73% da musulmani sunniti, per il 16,7% da animisti/credenze tradizionali, solo per il 9,1% da cristiani.

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7. Pericoli imminenti di una nuova guerra a fine 2010. – «A meno di tre mesi dai due referendum che potrebbero dividere il Sudan o farlo precipitare nella guerra, l’Amministrazione Obama sta facendo del paese una priorità di politica estera. La speranza è quella di far applicare pacificamente l’accordo di pace (il Comprehensive Peace Agreement – CPA) che nel 2005 sancì il diritto all’autodeterminazione del Sud Sudan. Si teme che un voto rinviato o contestato possa riaccendere un conflitto che ha fatto 2 milioni e mezzo di vittime, e ancora più profughi, fra i sudanesi. Al momento, la guerra sembra la prospettiva più probabile.

Deve ancora cominciare il censimento di sei milioni di elettori del sud che, a quanto si dice, il 9 gennaio voteranno in massa per l’indipendenza. Non è stata nemmeno costituita una commissione referendaria per le successive votazioni, di misura più ridotta, che stabiliranno se la regione di confine di Abyei si unirà al sud o al nord.

I colloqui del 12 ottobre fra il Partito del Congresso Nazionale del nord (NCP) e l’Esercito Popolare per la Liberazione del Sudan (SPLA) del sud sono falliti per la disputa inerente il diritto di voto in Abyei. Un funzionario dell’NCP ha detto che i due referendum dovrebbero essere rinviati “di tre, quattro mesi” o altrimenti si dovrebbe trovare “un’alternativa” alle votazioni.

Un rappresentante dell’SPLA ha però affermato che con un rinvio si rischierebbe l’esplosione della violenza. Il Sud Sudan, invece, “potrebbe organizzare il proprio referendum e inviterebbe la comunità internazionale a monitorarne lo svolgimento”. Circolano voci che alcuni paesi occidentali si siano accordati con il governo di Juba per riconoscere il risultato di un referendum “unilaterale” (sebbene, non una dichiarazione unilaterale d’indipendenza).

La regione di Abyei rappresenta il motivo per cui il nuovissimo stato africano potrebbe nascere fra le violenze. In bilico su un confine ancora incerto, l’area è la patria sia degli agricoltori del sud, sia dei nomadi del nord, e trabocca di petrolio. Nonostante un intervallo di cinque anni, nemmeno una di queste questioni (la delimitazione dei confini, la cittadinanza, la ripartizione delle risorse) è stata risolta.

Al contrario, sostiene il leader dell’SPLA e capo del governo del Sud Sudan Salva Kiir, Khartoum si è servita della pace per “prepararsi alla guerra, e potrebbe anche star muovendo delle truppe verso sud”. Khartoum ribatte che i guerriglieri dell’SPLA hanno intensificato le loro incursioni nella regione di Abyei. I diplomatici occidentali dicono che ambedue le parti stanno incrementando le forze stanziate lungo un confine ancora da definire.

Inoltre, gli osservatori temono realmente che una singola scintilla, come un referendum unilaterale in Abyei, possa innescare una reazione tale da spingere Khartoum a prendere il controllo non solo di quest’area, ma anche degli altri principali giacimenti petroliferi nel sud.

È già accaduto in passato. Nel 2008 milizie appoggiate da Khartoum espulsero 60.000 persone dalla regione di Abyei, un atto che molti nel sud videro come una pulizia etnica. Un anno dopo, un tribunale internazionale dell’Aia stabilì che mentre i fertili pascoli della zona appartenevano al sud, i suoi giacimenti petroliferi e la pipeline del Nilo erano proprietà del nord. Khartoum probabilmente crede che simili attacchi preventivi possano risultare solo vantaggiosi.

Forse per questo Kiir, questo mese a Juba, ha chiesto a una delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una zona-cuscinetto amministrata dall’Onu lungo il presunto nuovo confine.

Il controllo internazionale dell’intera frontiera di 1250 miglia non è possibile, ma potrebbe aumentare la presenza di contingenti dell’Onu “in alcuni punti caldi”, ha dichiarato il comandante Alain Le Roy, responsabile delle missioni Onu di peacekeeping. Il 18 ottobre, le Nazioni Unite hanno inviato ulteriori truppe in Abyei. Ma Khartoum ha rifiutato un potenziamento generale all’interno della Missione Di Pace Onu in Sudan (UNMIS) di 10.000 unità, nonostante una richiesta di altre truppe da parte di Kiir. Un’esplosione di violenza nel Sudan “sopraffarebbe le forze Onu” in ogni caso, ha affermato un diplomatico occidentale.

Esiste un modo per arrestare la deriva verso la guerra? Apparentemente, l’Amministrazione Obama ha avvertito Khartoum che il 9 gennaio dovranno tenersi dei referendum “credibili”, “pacifici” e “puntuali”, o ci saranno “ulteriori pressioni e un maggiore isolamento”. Una fonte riferisce che l’Amministrazione americana ha tacitamente offerto una mucchio di incentivi per convincere il presidente Omar Hassan al-Bashir a “convivere con un sud indipendente”.

Se Khartoum si conforma ai risultati del referendum, gli Stati Uniti promettono di togliere le restrizioni sulle operazioni commerciali e sugli investimenti non-petroliferi, specialmente nel settore dell’agricoltura. Inoltre, se Khartoum assolve gli obblighi dell’accordo di pace entro il termine di luglio e risolve il conflitto nel Darfur, gli Usa revocheranno le sanzioni e non bolleranno più il Sudan come “uno stato promotore del terrorismo”. Tutto questo normalizzerebbe anche le relazioni con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e con i loro sforzi a sostegno della cancellazione del debito di 38 miliardi di dollari di Khartoum.

Ciò potrebbe essere sufficiente a placare i “dolori” di una spartizione? Si dice che Al-Bashir non sia disposto a perdere un quarto del territorio sudanese, e non solo in considerazione dell’effetto che ciò avrebbe su altri sudanesi in rivolta nelle aree dei Monti Nuba, del Nilo Azzurro meridionale e del Darfur. Il presidente sudanese è anche consapevole del fatto che tre quarti delle riserve petrolifere del Sudan si trovano nel sud.

“Qualsiasi modifica dell’attuale suddivisione al 50%” dei proventi petroliferi fra Khartoum e il sud “che sia destinata a favorire Juba dovrebbe avvenire molto gradualmente,” raccomanda Philipe de Pontet, analista della realtà africana. “Gli Usa dovranno fare molte pressioni su Juba per controllarne il bisogno di massimizzare i profitti provenienti dal greggio”.

Bisogna anche fare i conti con quella che Khartoum chiama la “demonizzazione” del nord da parte dell’Occidente, riferendosi all’imputazione per crimini di guerra commessi in Darfur emessa dalla Corte Penale Internazionale (ICC) nei confronti di Al-Bashir. Gli Stati Uniti non fanno parte dell’ICC; tuttavia, attraverso il Consiglio di Sicurezza, potrebbero chiedere alla corte di rinviare (ma non di annullare) il giudizio, affermano gli analisti.

Una simile mossa sarebbe appoggiata dall’Unione Africana, dalla Lega Araba e da Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; tutti questi paesi considerano la decisione della Corte Internazionale “un’imposizione di stampo neocolonialista” e, oltretutto, un precedente davvero pericoloso. È probabile che sia favorevole anche l’inviato speciale della Casa Bianca per il Sudan, il generale in pensione Scott Gration, il quale ha affermato che l’incriminazione ha reso più difficile il lavoro della diplomazia americana.

Ma questa iniziativa verrebbe osteggiata da stati occidentali come la Gran Bretagna e la Francia, entrambi membri dell’ICC, per non parlare delle organizzazioni per i diritti umani che si sono battute a lungo e strenuamente per un serio intervento della Corte Internazionale. Comunque, secondo gli analisti, tale proroga potrebbe solo essere parte di un pacchetto che comprenda la piena accettazione da parte di Al-Bashir di un Sud Sudan indipendente, e della fine delle violenze in Darfur. E finora, Al-Bashir non ha acconsentito a niente di tutto ciò.

Graham Usher è corrispondente per il settimanale egiziano al-Ahram Weekly; è co-editore di Middle East Report, e collabora con una serie di pubblicazioni europee ed americane; è autore di “Pakistan Amidst the Storms” , Middle East Report Online, 27 giugno 2008, e di “Dispatches from Palestine: The Rise and Fall of the Oslo Peace Process” (1999)».

8. Cosa è Africom e quali i suoi tentacoli. – L’articolo offre un’interessante descrizione di cosa è Africom e di quali sono i paesi che ne sono coinvolti. L’operazione libica fa parte della strategia di Africom per assoggettare tutto il continente. La UA è cosa ben diversa dalla Lega Araba, che può essere facilmente comprata e condizionabile come gli eventi libici hanno confermato. I paesi che sono o erano totalmente immuni ai condizionamenti di Africom, sono cinque secondo il citato articolo da studiare e sviluppare: Libia (e stiamo vedendo a quale prezzo), Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea, Zimbabwe.

9. Lo smembramento del Sudan. – L’articolo tratto dal sito  “Aurora” offre una lucida sintesi delle forze e degli interessi che hanno spinto ad una sanguinosa guerra civile costata due milioni di vite umane. Dietro vi sta sempre Israele.

10. Aggressione israeliana al Sudan. – L’articolo offre una utile base di informazione e riflessione per eventi in itinere.

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