febbraio 02, 2011

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Da “L’Osservatore Romano” cronache dell’anno 1921. § 3e: Esiti delle delegazioni presso Churchill.

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Sionismo e Palestina:
esiti delle delegazioni in visita presso Churchill.

da: L’Osservatore Romano,
Anno LXI, Nr. 82, p. 1
7 aprile 1921, Giovedi

(Nostra corrispondenza). PARIGI, 1 aprile. In questi Circoli governativi e politici si continuano a seguire con il massimo interesse gli avvenimenti sionistici in Palestina. Senonchè anche in Inghilterra per le condizioni delicatissime del mondo mussulmano, le cose di Terra Santa e l’atteggiamento costantemente ostile degli arabi, destano delle preoccupazioni che cominciano a manifestarsi anche in pubblico.

Infatti l’atteggiamento assunto Lord Churchill in Palestina è molto commentato dalla stampa inglese. È noto quanto grave fosse la questione della Palestina e si sperava che la missione Churchill, potesse portare ad una soddisfacente soluzione; ma le prime notizie non possono aprir l’animo ad ottimismo.

Dei dispacci infatti informaano che ieri Churchill ricevette nel palazzo del Governo i rappresentanti dei Circoli mussulmani, cristiani ed arabi. Gli arabi furono i più efficaci e violenti sostenitori delle loro aspirazioni e proteste e si dichiararono apertamente ostili alla politica dei sionisti. Churchill loro rispose in questi termini:
«Io vedo nel vostro discorso un sentimento partigiano ed ingiusto. Voi mi chiedete di rigettare la dichiarazione di Balfour e di sospendere ogni immigrazione ebraica. Ciò non è nei limiti del mio potere, nè è conforme alla mia volontà. È evidente il diritto degli ebrei di avere un centro nazionale ed una terra nazionale nella quale possono riunirsi. E dove mai se non in Palestina essi potranno trovare tale terra; nella Palestina ove i giudei vissero per tremila anni! Noi crediamo che ciò sia bene per gli ebrei, bene per il mondo, bene per l’impero britannico, bene anche per gli arabi che dimorano in questa regione; e noi vogliamo che ciò sia. Gli arabi non saranno espulsi nè soffriranno angherie; ma parteciperanno della floridezza e del progresso del sionismo. Desidero che portiate la vostra attenzione sulla seconda parte della dichiarazione di Balfour, dedicata alla conservazione e tutela dei vostri diritti; e son dolente di constatare che voi non avete ad essa prestato fede. Dicendo che agli ebrei si deve dare una terra nazionale non si intende condurre alla soggezione degli arabi. Noi non possiamo tollerare ciò! La presente forma di governo durerà per molti anni; così a poco per volta si potrà sviluppare il sistema rappresentativo di governo».
Per dar valore a questo programma Churchill, ricevendo poi la deputazione ebrea, raccomandò vivamente il rispetto per i cristiani e gli arabi:
«Gli arabi hanno espresso – così concluse – i loro timori pel carattere bolscevico di alcuni immigranti giudei. Checchè noi possiamo pensare di ciò, è nostro dovere dissipare questo timore e favorire la pace interna in questa città. Voi dovete esser pazienti e prudenti».
Le parole di Churchill non hanno convinto gli arabi ed hanno incoraggiato, pur rendendoli più astuti, gli ebrei. Tutti sentono che il sionismo incomincerò presto a regnare in modo incontrastato. E purtroppo fra gli arabi può predominare l’elemento turbolento, visto che l’elemento moderato non ha potuto ottenere dall’Inghilterra una soddisfacente protezione.

Così, esattamente, riassumiamo oltre le notizie. Il pensiero della parte più illuminata della stampa inglese. Le sue riserve sono più che giustificate. Che gli arabi abbiano ragione di temere, di restare ostili e di diffidare ancora della dichiarazione di Balfour, parlano più delle idee esposte da Churchill, i fatti svoltisi negli ultimi tempi, il carattere della penetrazione giudaica che si risolve in una spogliazione legale e subdola dei diritti degli altri; parla la stessa necessità avvisata dallo stesso Lord di raccomandare agli ebrei pazienza e prudenza; due virtà ad ogni modo che tendono a renderne il lavorio più fidente, più tenace e più efficace.

Gli arabi, con l’elemento non ebraico, non hanno chiesto un po’ più di buona grazia e di astuzia agli immigrati, hanno chiesto il riconoscimento integrale dei proprii diritti contro l’usurpazione e la prepotenza, legittimata ora con la teoria dei tremila anni di ebraismo, e per quindici secoli non basterebbero a dichiararne la prescrizione. Si osserva a tale proposito che con questa strana concezione, la carta etnica e geofrafico-politica del mondo dovrebbe essere sovvertita, solo che a taluno venisse in mente di ricostruire per esempio l’Impero romano o quello maomettano, e sarebbero contradditorie le opposizioni dell’Intesa alle aspirazioni greche in Asia o in Europa, e farebbero sorridere di compassione gli irredentismi fioriti durante la grande guerra.

Gli ebrei, ha detto Churchill, devono avere un centro nazionale ed una terra nazionale: e questa deve essere la Palestina; i palestinesi – siano essi mussulmani o cristiani dovrebbero perdere la propria, non di fronte ad un nucleo superiore di altra razza, ma tollerando una immigrazione che li renda minoranza. È un assurdo etnico, giuridico e politico.

Il quale permane altresì quando si assicura che la terra nazionale ebraica non sarà inospitale per gli altri. Anche se gli eventi ben noti non dimostrassero che ciò è solo nelle ottimistiche intenzioni inglesi, non già nei propositi e nell’opera sionistica, resta a sapersi come si possa pretendere che i più numerosi gruppi di abitanti della Palestina si dovessero rassegnare ad essere tollerati invece che padroni in casa propria.

Nemmeno nella caotica legislazione sulla crisi degli alloggi che si può dire affligga tutte le metropoli europee, si legge nulla di simile pure in un regime tutto favorevole agli inquilini. È così chiara la insostenibilità della tesi sionistica che l’opinione pubblica inglese se ne avvede e alza le sue critiche.

Tanto più che il sionismo comincia ad aver tutta l’aria di un preconcetto politico, buono o cattivo ai fini inglesi in Oriente, non importa. Infatti, informazioni attendibilissime giunte qui da persone che conoscono troppo bene le condizioni della Palestina, affermano che la «terra nazionale» ebraica non si amalgama più dopo mille e cinquecent’anni, con la Terra Santa; e che gli stessi immigrati sotto l’egida anche economica del movimento sionista vi si sentono stranieri, hanno l‘aria di essersi illusi, e di non voler piantarvi per sempre le loro tende. Ed invece i Comitati d’azione, e non sempre con pazienza e prudenza, si ostinano a cacciare gli indigeni che vi si trovano benissimo.
§ 4e

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