giugno 07, 2010

La questione sionista ed il Vicino Oriente – Documentazione tratta da “Oriente Moderno”: Cronache dell’anno 1921.

Sinottica «Geopolitica»
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La storia del sionismo precede e si intreccia con la storia della prima guerra mondiale, si confonde con la politica fra le due guerre e sembra trovare il suo compimento con la seconda guerra mondiale e il suo immediato dopoguerra, anche se la sua attualità ne rivela sempre più le origini problematiche, di natura ideologica. Del sionismo si è voluto tentare un accostamento con il Risorgimento italiano, a nostro avviso cosa del tutto improponibile. Con l’intenzione di condurre uno studio scientifico, sulla base di una documentazione raccolta, ci baseremo sulle notizie che in ordine cronologico si trovano nelle annate di “Oriente Moderno”, dal 1921 in poi, per ampliare poi la nostra ricerca con altre fonti disponibili ed interpretando i dati con nostri commenti e note critiche. Sono qui seguiti due criteri di lettura e due diversi editing del testo. Verranno edite in un unico file tutte le notizie sul sionismo e la Palestina relative ad una singola annata della rivista senza alcun nostro commento o intervento, eccetto qualche illustrazione per alleggerire il testo. Di ogni singolo paragrafo della singola annata verrà poi edito un nuovo post, dove avranno spazio tutte le integrazioni di cui saremo capaci, avremo notizia o che ci parranno opportune. Si soddisferà in questo modo una duplice esigenza: la lettura integrale del testo, a scopo di mera conoscenza e documentazione, senza la mediazione di un interprete ed in altro spazio fisico-virtuale verranno invece sviluppate al massimo le esigenze di studio critico e di interpretazione della documentazione raccolta. Ai sensi della legge italiana sul diritto di autore, i testi qui digitalizzati sono riprodotti decorsi 70 anni dalla loro prima pubblicazione come “opera collettiva”. In caso di fondata contestazione verranno senz'altro rimossi a richiesta degli aventi diritto.


LA QUESTIONE SIONISTA
E IL VICINO ORIENTE

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della rivista mensile “Oriente Moderno”


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Oriente Moderno: 1921 - 1922 - 1923 - 1924 - 1925 - 1926 - 1927 - 1928 - 1929 - 1930 - 1931 - 1932 - 1933 - 1934 - 1935 - 1936 - 1937 - 1938 - 1939 - 1940.

Anno di inizio spoglio: 1921
Sommario: Anno 1921 di “Oriente Moderno” → 1. Palestina e Mesopotamia. – 2. La politica britannica nel Medio Oriente. – 3. Il Mandato per la Palestina alla Camera Inglese. – 4. L’avvenire della Transgiordania. – 5. La Palestina e l’Inghilterra. – 6. Richieste antisioniste del Congresso di Caiffa. – 7. Dichiarazione di Churchill agli Arabi di Palestina. – 8. Commenti arabi alle dichiarazioni di Churchill. – 9. Palestina e Mesopotamia. – 10. Allocuzione Pontificia intorno alla Palestina e al Sionismo. – 11. Discorso di Churchill sul Medio Oriente. – 12. Il discorso di Sir Herbert Samuel. – 13. Commenti Sionisti al discorso di Sir Herbert Samuel. – 14. Il IV Congresso Palestinese. – 15. Conferenza per l’emigrazione ebraica a Bruxelles. – 16. La situazione in Palestina al 1° agosto 1921. – 17. Istituzioni rappresentative in Palestina. – 18. Armi alle colonie ebraiche. – 19. Associazione economica indigena in Palestina. – 20. La situazione al 1° settembre 1921. – 21. «Occorre constatare il fallimento del sionismo». – 22. «Confini assurdi». – 23. Il Sionismo e l’opinione pubblica inglese. – 24. L’allocuzione papale e il Patriarca cattolico di Gerusalemme. – 25. La Delegazione arabo-palestinese e l’antisionismo degli Arabi. – 26. Arabi e “Sefardim”. – 27. Torbida situazione in Palestina. – 28. La nuova costituzione palestinese. – 29. Situazione nella Transgiordania. – 30. L’istruzione e la stampa in Palestina. – 31. Riassunto della situazione in Siria e in Palestina al 1° ottobre 1921. – 32. Il mandato sulla Palestina. – 33. L’Amministrazione inglese della Palestina dal 1 luglio 1920 al 30 giugno 1921. – 34. Commenti palestinesi al rapporto Samuel.35. La Delegazione palestinese e la propaganda. – 36. La Delegazione Palestinese alla Camera dei Lordi. – 37. La Società Cristiana degli Arabi Palestinesi contro la collaborazione. – 38. Il Congresso Siriano-Palestinese a Ginevra. – 39. Giornali del Congresso Palestinese. – 40. Ibrahim Hanano prigioniero a Gerusalemme. – 41. Abolizione della censura in Palestina. – 42. Il Congresso Sionista di Carlsbad. – 43. Riassunto della situazione in Palestina al 1° novembre 1921. – 44. Gli schemi definitivi dei Mandati per la Mesopotamia e per la Palestina. – 45. Il XII Congresso Sionista di Carlsbad. – 46. Contro il Congresso Siriano di Ginevra. – 47. Conflitti fra Arabi ed Ebrei. – 48. La Palestina alla Camera inglese. – 49. Posizione dell’Inghilterra in Palestina. Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme. – 50. La necessità di ratificare il mandato per la Palestina. – 51. Sir Herbert Samuel e gli Arabi. – 52. La Commissione Esecutiva del IV Congresso Palestinese. – 53. I conflitti di Gerusalemme. – 54. La Delegazione Palestinese in America. – 55. I Palestinesi d’America per la Delegazione. – 56. La Biblioteca Universitaria di Gerusalemme. – 57. Le scuole della Palestina. – 58. Lo spostamento del traffico da Beirut verso Caiffa. – 59. L’avvenire di Caiffa. – 60. Il Congresso siriano-palestinese. – 61. Proteste contro il Congresso siro-palestinese di Ginevra. – 62. La costituzione della Palestina. – 63. Commento arabo allo schema del Mandato sulla Palestina. – 64. Relazione della Commissione d’inchiesta per i disordini di Giaffa. – 65. La situazione nella Transgiordania. – → 1922. –



Cap. 1

Top ↓ c. 2 → § 1a

Palestina e Mesopotamia

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 17

Lord Churchill si è recentemente recato in Egitto ed in Palestina per esaminare de visu il problema arabo. A tale scopo ha udito varie Delegazioni degli Stati arabi. Mentre la Mesopotamia sembra orientarsi verso l’erezione in Stato sovrano, sotto la reggenza dell’emiro Faisal, si accenna alla possibilità di creare una Transgiordania, indipendente, con a capo il fratello di Faisal, Abdullah. In Palestina ferve attivissimo il lavoro dei Sionisti per la formazione del grande centro nazionale ebraico, favorito dagli Inglesi; ma la resistenza e la opposizione della popolazione è scoppiata anche in aperti e sanguinosi conflitti.



La politica britannica nel Medio Oriente

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 19-20

Un corrispondente del Daily Telegraph espone in un’articolo alcune previsioni sulla politica britannica nel Medio Oriente. Egli afferma che dalla visita di Churchill al Medio Oriente dovrebbe derivare una linea politica chiara e decisa in quelle regioni. Il problema più difficile resta quello di conciliare l’economia con le necessità della difesa imperiale. Risulta che sono stati posti due importanti principii in questo senso: 1° Formazione della grande via aerea imperiale dall’Europa all’Australia attraverso l’India. 2° Organizzazione nel Medio Oriente di una catena di Stati indigeni autonomi dipendenti dall’Inghilterra secondo il sistema feudale. Per raggiungere questi due scopi saranno probabilmente prese le seguenti misure:

Mesopotamia. - Sarà il centro delle forze aeree dell’Impero. Quando si potrà andare da Londra in Australia in aereoplano in 8 giorni la Mesopotamia diverrà la stazione intermedia di questa linea.

Lo Stato indipendente di Mesopotamia sarà costituito, quanto prima, sotto un principe arabo. La candidatura di Faisal è considerata con favore per molte ragioni; egli verrà raccomandato agli Arabi come il capo più adatto. Il bilancio dell’Amministrazione civile sarà assolutamente indipendente dal Tesoro Imperiale; anzi si prevede che esso potrà dare un contributo importante al mantenimento del contingente imperiale in Mesopotamia.

Tale contingente dovrebbe venir ridotto subito a 24, e fra un anno a 12 battaglioni di truppe inglesi e indiane. Una volta organizzate le Forze Aeree in modo che possano provvedere alla tutela dell’ordine, la guarnigione sarà ridotta a una brigata.

Le ferrovie costruite durante la guerra dovranno, possibilmente, passare ai privati; il Governo anzi ha già avuto un’offerta per la vendita dell’intero sistema ferroviario, rifiutata perché gli acquirenti pretendevano una garanzia di profitti. Sarà necessaria una certa spesa per riattare le ferrovie.

Quest’anno essa ha raggiunto la somma di 350.000 sterline. Quanto al petrolio, è necessario tener presente che occorreranno almeno due anni per accertare se i giacimenti della Mesopotamia hanno veramente l’importanza che alcuni specialisti predicono.

Verranno create forze armate indigene per collaborare con le truppe della guarnigione imperiale.

Kurdistan. - La regione montuosa abitata dalle tribù Curde formerà una provincia autonoma separata.

Trans-Giordania. - Sarà uno Stato Arabo indipendente sotto il Governo provvisorio dell’Emiro Abdullah, assistito da consiglieri inglesi. Si stabilirà un modus vivendi definitivo con la Palestina e con il protettorato francese in Siria.

Palestina. - Continuerà ad organizzarsi secondo il programma attuale. I Luoghi Santi verranno posti sotto una Commissione presieduta da un autorevole inglese; fra i suoi membri vi saranno due musulmani, e rappresentanti della popolazione ebraica.

La Palestina avrà truppe difensive indigene prese egualmente dalla popolazione araba e da quella ebraica. Il porto di Caiffa prenderà un grande sviluppo, potendo diventare il punto di partenza della via automobilistica transcontinentale e più tardi della ferrovia che collegherà la Mesopotamia al Mediterraneo.

Anche la linea di tubatura per il trasporto del petrolio della Mesopotamia sboccherebbe a Caiffa. I rilievi per l’impianto di comunicazioni automobilistiche regolari da Caiffa, via Amman e Ramadi (sull’Eufrate) incominceranno subito. Si raccomanda che la Ferrovia del Higiaz venga posta sotto una commissione mista, presieduta da un Inglese, e con membri appartenenti agli stati indigeni interessati.

Arabia. - L’organizzazione degli Stati indigeni dell’Arabia propriamente detta sarà perfezionata. I due sovrani arabi a cui l’Inghilterra si interessa in modo speciale sono il Re dell’Higiaz e l’Imam dello Yemen. Sarà probabilmente necessario conceder loro appoggi finanziarii sotto forma di sussidii annui; essi in compenso accetterebbero il controllo britannico sui loro rapporti con l’estero e si impegnerebbero a mantenere la pace nei proprii dominii. In questo caso si potrebbe notevolmente ridurre la guarnigione di Aden.

L’ idea fondamentale sarebbe che l’lnghilterra si disinteressasse di tutte le questioni secondarie e strettamente locali, abbandonandole ai governi degli Stati indigeni esistenti o costituendi. L’aggravio sui contribuenti inglesi sarebbe cosi notevolmente diminuito, e le guarnigioni potrebbero venir ridotte ad un minimo.

L’idea di impiegare le Forze Aeree come una organizzazione autonoma per mantenere l’ordine, è
nuova, e, se darà buoni risultati, potrà avere in avvenire applicazioni importantissime, di cui non è dato ancora misurare la portata. (Daily Telegraph 6-5-1921).
V. d. B.



Cap. 3

Top 2 ↑ cc 4 → § 3a

Il Mandato per la Palestina alla Camera Inglese

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 28-29

a) Il Mandato per la Palestina alla Camera Inglese.Lamington domanda al Governo se, quando il Mandato per la Palestina verrà presentato alla Lega delle Nazioni, verrà richiamata l’attenzione sul fatto che nel formulare il mandato non è stato tenuto conto dei desiderî della popolazione, come prescrive l’art. 22 dello Statuto, ma che una Commissione americana aveva condotto un’inchiesta della quale non venne mai pubblicata la relazione; sarebbe desiderabile che la Lega delle Nazioni domandasse di vederla.

Sydenham aggiunge che la relazione della Commissione americana, unico tentativo fatto finora per conscere l’opinione dei Palestinesi, conteneva il desiderio che venisse imposta qualche restrizione all’immigrazione ebraica. Ora l’immigrazione procede rapidamente e gli Arabi sono minacciati dalla dominazione ebraica. Egli avverte il paese che è probabile avvengano disordini in Palestina fra breve, e che l’Inghilterra si sta impegnando a sostenere gravi spese militari.

Il marchese di Londonderry, rispondendo per il Governo, dice cbe poco ha da aggiungere alle dichiarazioni del 14 marzo. Quanto è detto nello Statuto sui desiderî delle popolazioni riguarda la scelta della nazione mandataria e non i termini del mandato. Non è il caso che il Governo britannico richiami l’attenzione della Lega su di un documento che appartiene al Governo americano, il quale non ha creduto di pubblicarlo o di comunicarlo ad altri Governi. Gli schemi dei mandati per la Palestina e Mesopotamia vennero comunicati al Consiglio nel dicembre scorso, ed è passato il termine per i paesi raccomandati dagli interroganti.

Lamington raccomanda che, se l’Inghilterra non può presentare il rapporto americano, informi almeno la Lega della sua esistenza.

Seguono altri deputati che si lagnano del mistero di cui è circondata la questione, e reclamano un rapporto sulla Palestina, da cui risultino le spese. Si dichiarano insoddisfatti delle risposte del Governo e manifestano l’intenzione di tornare sull’argomento.
(Times, 21-4-1921). V. d. B.

La rivista Palestine commenta questo dibattito osservando che le restrizioni all’immigrazione ebraica esistono e sono basate sull’incapacità della Palestina ad assorbire nuovi coloni ed il loro lavoro, e dal benessere del paese. Se poi gli Arabi sono interessati a mantenerlo nel suo stato attuale di inferiorità, questo non è un criterio ragionevole di cui si possa tener conto; esso è contrario ai veri interessi degli Arabi stessi, agli impegni di S. Remo ed allo spirito del Mandato.

Quanto alle comunità dei cui desiderî va tenuto conto secondo l’art. 22 dello Statuto, non bisogna dimenticare che la comunità ebraica mondiale è una di queste. (Palestine, 25-4-1921).

V. d B.



L’avvenire della Transgiordania

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 29

a) L’avvenire della Transgiordania. – Cairo, 4 aprile. Viaggiatori arabi giunti dalla Palestina riferiscono che è stato raggiunto un accordo con l’emiro Abdullah (figlio di Husein re del Higiaz), relativo all’avvenire della Transgiordania. Le attuali zone indipendenti saranno riunite in una sola amministrazione centrale, sotto un Governo stabile da costituirsi quanto prima.

Le autorità palestinesi hanno dato ai loro rappresentanti in Transgiordania istruzioni di non agire che d’accordo con l’emiro Abdullah, a cui sarà assegnato un alto funzionario inglese in qualità di ufficiale di collegamento.

(Le regioni transgiordaniche poste sotto il mandato inglese si trovano fra la Siria e l’Arabia, e sono: Gilead, Ammon, Moab e Edom). (Times, 6-4-1921).
V. d. B.

b) Intervista con l’emiro Abdullah a Gerusalemme. – Il corrispondente del Times a Gerusalemme ha intervistato l’emiro Abdullah, che si è quivi incontrato con Churchill. L’emiro ha cominciato col criticare la politica dei Francesi in Siria: con la vertenza con Faisal (1), le condanne a morte e la suddivisione del paese in piccole autonomie, essi si sono inimicati tutto il mondo. Hanno perduto in Faisal un alleato contro i kemalisti. Della Mesopotamia l’emiro preferisce non parlare. Quanto al sionismo dice che mentre è naturale che molti fra gli Arabi palestinesi temano una eventuale dominazione ebraica, pure essi non dimenticano che la questione riguarda non solo Arabi ed Ebrei, ma tutto il mondo cristiano. Propone una conferenza di Arabi ed Ebrei che molto varrebbe a dissipare i malintesi sulle minaccie del sionismo.

L’emiro non ha voluto prestarsi alle manovre dei suoi correligionari palestinesi, che volevano indurlo a premere sul ministro Churchill per ottenere l’annullamento delle decisioni di S. Remo, ed ha promesso di pacificare le tribù arabe e di non servirsi della Transgiordania come base contro i Francesi. (Times, 6-4-1921).
V. d. B.

c) Smentita della precedente intervista. –- Il Karmel pubblica una lettera del segretario dell’Emiro Abdullah che smentisce le dichiarazioni attribuitegli in favore di una collaborazione arabo-ebraica in Palestina e d’un congresso formati di Arabi e di Sionisti. (al-Karmel, arabo di Caiffa, 14-5-1921). V.d.B.




La Palestina e l’Inghilterra

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 29-30

La Palestina e l’Inghilterra. - Il Karmel di Caiffa, continuando la sua campagna antisionista, pubblica un articolo intitolato «La Palestina è il verme roditore dell’influenza britannica nel medio Oriente». Rinnova le proteste contro il mandato palestinese e contro le promesse inadempiute, e osserva che l’Inghilterra crede forse che basti costituire il regno di Mesopotamia per conciliarsi gli Arabi e garantire la propria infuenza nella penisola: ossia dimentica che la Palestina è il ponte che collega l’Arabia all’Europa; se il commercio della Palestina è in mano a stranieri, questi domineranno anche l’Arabia e se tutti gli Arabi non comprendono ancora questo fatto, lo comprenderanno in avvenire e vedranno quale minaccia rappresenti la Palestina attuale per la loro vita politica, economica e sociale.

Se l’Inghilterra volesse veramente il bene della Palestina, dovrebbe incoraggiare e non impedire il rimpatrio degli Arabi palestinesi costretti ad emigrare sotto il passato governo, che vi riporterebbero le loro sostanze e la loro esperienza.

Gli Arabi molto sperano nel ministro Churchill per vedere soddisfatte le loro aspirazioni e riparati gli errori del passato. Potrebbe la Palestina rimanere sotto la influenza britannica e, anche se i suoi interessi non consentono l’unione con la Siria o con la Mesopotamia, restando schiettamente araba, venir costituita in regno, assieme alla Transgiordania, sotto l’emiro Zayd con il mandato inglese, togliendo le barriere economiche fra Palestina, Mesopotamia e Siria. Queste misure varrebbero a restaurare la fiducia degli Arabi nell’Inghilterra e la tranquillità al paese. (al-Karmel, arabo musulmano di Caiffa, 15-3-1921).
V. d. B.



Richieste antisioniste del Congresso di Caiffa

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 30

Richieste antisioniste del Congresso di Caiffa. - Il Presidente del Congresso di Caiffa, Musà Kazim Pascià al-Huseini, ha presentato al ministro Churchill un Memorandum contenente le seguenti richieste antisioniste:
  1. Abolizione del principio della sede nazionale ebraica.
  2. Costituzione di un Governo nazionale responsabile davanti ad un Parlamento eletto dalla popolazione palestinese che risiedeva nel paese prima della guena.
  3. Interruzione dell’immigrazione ebraica finchè non sia costituito il Governo nazionale.
  4. AppIicazione delle leggi e dei regolamenti dell’anteguerra, ed abolizione di quelli promulgati dopo l’occupazione inglese. Non si dovranno approvare nuove leggi fino all’entrata in vigore del Governo nazionale.
  5. La Palestina non dovrà essere separata dagli altri Stati arabi.
(Stampa araba palestinese).
V. d. B.



Dichiarazioni di Churchill agli Arabi di Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 30-31

Dichiarazioni di Churchill agli Arabi di Palestina. - Il ministro Churchill ha tenuto il seguente discorso alla Delegazione araba palestinese: «Venuto al Cairo per studiare la questione della Mesopotamia, sono stato invitato in Palestina da Sir H. Samuel: egli è il rappresentante responsabile della Corona, io non lo sostituisco. Dietro sua richiesta ho accettato questo colloquio, che non ha nulla di ufficiale, e parlerò chiaramente per evitare malintesi. Ritengo che le vostre richieste siano in parte settarie e inopportune. Io non posso e non desidero annullare la dichiarazione Balfour e sospendere l’immigrazione (1). Il Governo inglese, per mezzo di Balfour, si è impegnato a favorire la sede nazionale: ciò implica l’immigrazione ed ha ottenuto l’approvazione delle potenze alleate e vincitrici. L’impegno preso quando le sorti della guerra erano incerte, deve considerarsi confermato dalla vittoria, ed io son certo che la Lega delle Nazioni accetterà tale punto di vista. È del resto giusto che gli Ebrei dispersi possano riunirsi in una sede nazionale in Palestina, alla quale sono legati da 3000 anni. Ciò sarà, secondo noi , un bene per il mondo, per l’impero britannico, ed anche per gli Arabi palestinesi, che lungi dal soffrirne, ne benefìcieranno.

«Richiamo la vostra attenzione alla seconda parte della dichiarazione che insiste sulla santità dei vostri diritti civili e religiosi, e deploro che non ne riconosciate il valore.

«Se le promesse fatte agli Ebrei sono valide, altrettanto valgono quelle fatte a voi: noi le manterremo fedelmente ambedue. Il Governo britannico ha diritto alla propria opinione: la nostra è una posizione di fiducia, ma la conquista ne fa uno stato di diritto. Voi parlate come se foste stati voi a rovesciare i Turchi, ma non è così: molte vite inglesi sono state sacrificate per la Palestina. Notate le parole della Dichiarazione Balfour: “una sede nazionale” e non “la sede nazionale". Sede nazionale non significa un Governo ebraico che domini gli Arabi. L’Inghilterra è il massimo stato musulmano del mondo, è ben disposta verso gli Arabi e ne apprezza l’amicizia. Io ho constatato qui che i funzionari non fanno differenze fra Ebrei ed Arabi. Noi diamo tale importanza all’imparzialità, che abbiamo indotto S. M. a nominare Alto Commissario Sir H. Samuel, esperto uomo di governo, capace di governare con equità, e che non può venir attaccato dagli Ebrei quando decide contro di loro. Voi non dovete aver timori per l’avvenire: l’Inghilterra ha promesso di dare al movimento sionista un’occasione di farsi valere, ma esso riuscirà soltanto secondo i propri meriti.

«Noi non possiamo tollerare che una parte della popolazione venga espropriata dall'altra. La sede nazionale ebraica può attuarsi soltanto se gli Ebrei si apriranno una via, passo per passo, con i propri meriti, contribuendo ad aumentare la prosperità dell’intero paese e della sua popolazione. Osservate i grandi progressi che si sono avuti nelle località colonizzate dagli Ebrei. Che queste colonie siano state finanziate dall’estero deve piuttosto indurvi alla tolleranza verso il sionismo. Voi dite di rimpiangere l’amministrazione turca, ma ne presentate un’immagine falsa: i Turchi trascuravano e opprimevano la Palestina, che è capace di sostenere una popolazione maggiore dell’attuale. E se amavate tanto i Turchi, perché vi siete ribellati contro di loro?

«All’affermazione cbe il sionismo vi porterà maggiore prosperità voi direte: Dobbiamo dunque vendere il nostro paese? No, l’immigrazione ebraica è soltanto possibile in quanto si esplica legittimamente. I Sionisti hanno un compito difficile e voi dovete aiutarli. L’attuale forma di governo durerà per molti anni; gradatamente svilupperemo istituzioni rappresentative che portino alla piena autonomia, ma i figli dei nostri figli non la vedranno ancora».

Il discorso termina con un’esortazione all’accordo e alla collaborazione. (Palestine, 9-1-1921) .

V. d. B.

(1) Cioè l’immigrazione degli Ebrei.


Commenti arabi alle dichiarazioni di Churchill

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 1,
15 giugno 1921, p. 31-32

a) Commenti arabi alle dichiarazioni di Churchill. - II giornale al-Karmel riproduce e commenta questo discorso. Domanda a Churchill che cosa penserebbero le popolazioni della Scozia e del Canadà se l’Inghilterra volesse stabilire in quei paesi «sedi nazionali» tedesche.

Trova inverosimile che gli Ebrei si contentino della Palestina e pensa che vorranno farne una base per conquistare l’Oriente; le ragioni che indussero l’Inghilterra alla dichiarazione Balfour, la indurranno in avvenire a concessioni anche maggiori verso gli Ebrei, che non hanno voluto la costituzione di un governo ebraico in Palestina perché comprendono che ciò sarebbe oggi contrario ai loro interessi; essi per comandare non hanno bisogno di un riconoscimento ufficiale.

Se l’Inghilterra avesse a cuore gli interessi degli Arabi della Palestina, come dice Churchill, dovrebbe dar loro un Emiro della loro razza e una assemblea elettiva, che tutelassero i loro diritti.

Accusa l’Inghilterra di mancare agl’impegni presi con il Re Husein di costituire uno Stato arabo che comprendesse la Palestina, e ciò per conciliarsi gli Ebrei che sono al governo in Russia.

Quanto a quel che dice Churchill dela prosperità che gli Ebrei daranno al paese, il Karmel ripete che gli Arabi, guidati dall’Inghilterra e con l’aiuto dei proprii compatrioti emigrati in America e di immigrati europei, possono fare da sè.

Gli Arabi reclamano poi che i lavori pubblici, fatti col loro danaro, vengano affidati od operai arabi, che si contentano di salari minori e lavorano di più, e che vengano resi noti il bilancio dei lavori pubblici e gli altri bilanci, che sono fatti a beneficio della minoranza ebraica. Inoltre giustizia vorrebbe che gl'impieghi fossero assegnati agli Ebrei in proporzione al loro numero.

La sede nazionale richiederà poi un esercito importante, ed al suo mantenimento dovrebbero contribuire in massima parte gli Arabi.

Nè si meravigli Churchill del quadro che gli hanno fatto delegati arabi del Governo turco in Palestina; esso dipende dal timore che hanno di veder perire le grandi speranze riposte nell’Inghilterra. Del resto la Palestina aveva rappresentanti al Parlamento ottomano, ed era governata anche da funzionari indigeni di tutti i gradi, nè vi era differenza di trattamento fra loro e i funzionari turchi; le scuole, relativamente alle imposte, erano più numerose che non 0ra, e la popolazione era tranquilla nel possesso esclusivo del paese. Non vi erano i divieti di esportazione cbe si sono avuti quest’anno [per l’olio e per i cereali].

S. E. domanda perchè mai ci siamo ribellati ai Turchi? Evidentemente per ottenere l’indipendenza che ci prometteva l’Inghilterra, nella quale avevamo fiducia.

Il Karmel nota poi che il discorso Churchill tende a svalutura il contributo arabo alla vittoria, mettendo invece in rilievo il diritto di conquista dell’Inghilterra e tacendo delle sue promesse. Si lagna della dichiarazione che la Palestina giungerà gradatamente e fra molti anni ad un governo rappresentativo: gli altri paesi arabi lo hanno già o lo avranno tra poco. Perché questa differenza di trattamento? Si vuole torse aspettare che gli Ebrei siano in maggioranza?

I Palestinesi hanno il massimo rispetto per le qualità degli Ebrei e per la loro storia, ma non possono fare a meno di preoccuparsi considerando che il bolscevismo è opera degli Ebrei.

L’articolista seguita deplorando che invece si siano sospettati di rapporti con i bolscevichi cittadini innocenti di Caiffa, e che si siano impedite pacifiche dimostrazioni di Musulmani per l’arrivo di Churchill.

Le sue dichiarazioni non possono rassicurare gli Arabi di fronte ai fatti, tanto più che egli è, come Balfour, membro del Ministero Lloyd George autore della politica della sede nazionale; sicché non si potevano aspettare da lui dichiarazioni diverse.

Ora i Palestinesi manderanno in Europa una delegazione incaricata di presentare all’opinione pubblica britannica, che è al di sopra dei ministeri e dei governi, la storia dei loro torti. (al Karmel, arabo di Caiffa, 8-16 maggio 1921). - V.d.B.

b) Emissari di Angora in Palestina. – Costantinopoli, 14 aprile. - Il governo di Angora avrebbe mandato in Palestina, per consiglio di Ebrei bolscevichi, emissarii musulmani incaricati di provocare conflitti fra Ebrei ed Arabi.

Ciò gioverebbe alla propaganda anti-britannica che il governo di Angora svolge fra i Musulmani, e sarebbe gradito al governo dei Soviet, che ha perseguitato i Sionisti, chiamandoli «nazionalisti borghesi» (Times, 16-4-1921). - V.d.B.




Palestina e Mesopotamia

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 77-78

Palestina e Mesopotamia. - Presentando alla Camera dei Comuni un progetto di legge per un credito di 27 milioni circa di sterline per il Medio Oriente (14 giugno) Churchill ha fatto delle dichiarazioni molto attese dopo il suo recente viaggio in Egitto e in Palestina. Egli ha in sostanza riaffermato la volontà britannica di ricostruire la nazione araba e ristabilire la nazionalità israelitica in Palestina.

Per la Mesopotamia ha annunziato la formazione di un’assemblea araba, con un Sovrano scelto dagli stessi Arabi, gradito dall’Inghilterra e amico degli alleati. Esso siederà a Bagdad.

Assai reciso è stato per la Palestina. Ha rilevato che cola si trovano, su 500.000 Musulmani, 65.000 Israeliti e altri 7.000 ve ne sono stati inviati, provocando preoccupazioni e reazioni nei Musulmani, che dubitano di vedersi travolti da un’immensa massa di immigrati. Egli ritiene tali timori ingiustificati, e fida pienamente nell’opera di Sir Herbert Samuel, che è un ardente sionista. «Io gli offro il mio intero appoggio» ha concluso.

Nella Camera dei Comuni l’aperta difesa del sionismo in un momento cosi grave ha prodotto una viva impressione, e qualche deputato ha apertamente disapprovato le dichiarazioni, ritenendole imprudenti (1).

(1) Il Daily Chronicle (16 giugno) osserva che Churchill ha esposto una linea politica concreta che unisce gli ideali della pace al bisogno di economia dell’Inghilterra, ed è tanto nell’interesse della Francia che dell’Inghilterra che le funzioni che né l'una né l’altra hanno i mezzi e la capacità di esercitare siano affidate agli Arabi più influenti e leali. Il Times (16 giugno) osserva che se vi fosse la sicurezza che le speranze di Churchill poggino su solida base la sua politica potrebbe ispirare fiducia. Fanno molte riserve invece il Manchster Guardian, il Daily Telegraph e specialmente il Daily Mail (16 giugno). Pertinax (Echo de Paris del 16 giugno) non ritiene che il programma di Churchill dia la tranquillità al mondo musulmano; ostile apertamente è l’Homme libre (16 giugno, articolo di Lautier), il quale osserva che in cambio della protezione armata che Churchill offre alla Francia, occorrerebbe far rompere la testa ai soldati di Gouraud per il più gran vantaggio dell’Inghilterra e per darle quelle posizioni che ha tolto alla Francia nell’Asia minore.




Allocuzione Pontificia
intorno alla Palestina e al Sionismo

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 81-82

La mattina del 13 giugno 1921 S. S. Benedetto XV tenne la seguente allocuzione ai Cardinali riuniti in concistoro segreto, pubblicata in quello stesso giorno dall’Osservatore Romano. [Per la traduzione ufficiale del testo e relativo commento si veda qui].


VENERABILES FRATRES

Causa Nobis quidem vos hodierno die, iterum anno vertente, congregandi ea duplex fuit, ut amplissimum Collegium vestrum suppleremus, rituque solemni complurium ecclesiarum mederemur viduitati; sed antequam ad ea quae proposita sunt, veniamus, placet veteri consuetudine, institutoque maiorum, nonnulla de maximis Ecclesiae catholicae negotiis vobiscum communicare.

Meministis profecto, cum orationem hoc ipso loco ad vos haberemus abhinc duobus annis die X mensis martii, valde sollicitos Nos fuisse, quinam ex bello futurus esset in Palaestina rerum cursus, in ea, inquimus, regione Nobis et christianorum cuique carissima, quam ipse divinus hominum Redemptor suae vitae mortalis actione consecravit. Iam vero illa animi Nostri cura tantum abest ut allevata sit, ut etiam in dies ingravescat.

Nam, quod conquerebamur a peregrinis acatholicorum sectis, christianam appellationem prae se ferentibus, ibi nefarie effici, id ipsum conqueri etiam nunc debemus, videntes ut alacriores quotidie illae in incepto perseverent, opibus abundantes, callideque usae incolarum, ex maximo bello, summa inopia et egestate. Nos quamquam Palestinorum rebus tam egenis opitulari, plura beneficentiae instituta fovendo novaque excitando, non praetermisimus, nec quoad licuerit, desistemus, tamen opem eorumdem necessitati parem afferre non possumus, praesertim quia ex iis facultatibus, quibus, Dei providentis munere, instruimur, calamitosis undique benignitatem Sedis Apostolicae implorantibus succurrendum est. Itaque magno cogimur cum dolore conspicere sensim ruentes in interitum animas, Nobis penitus dilectas, pro quarum salute tot apostolici homines, in primisque Patriarchae Assisiensis alumni, tam diu multumque laboraverunt.

Praeterea, cum foederatorum copiis christiani denuo Loca sancta in suam potestatem redegissent, Nos communem bonorum laetitiam participavimus ex animo; sed ei gratulationi timor ille suberat, quem in eadem vobis oratione aperuimus, ne ex facto per se praeclaro et laetabilis id consequeretur ut in Palaestina hebraei iam praevalerent praecipuoque quodam iure fruerentur. Non inanem eum fuisse timorem res ipsa ostendit. Christianorum enim in Terra Sancta non modo non meliorem factam esse condicionem apparet, verum deteriorem etiam quam antea, scilicet propter novas civitatis leges et instituta, quae - non dicimus, voluntate auctorem, sed certe re – huc pertinent, ut christianum nomen de eo statu, quem semper usque adhuc ibi obtinuit, deiiciant, in gratiam hebraeorum. Ad haec multam videmus a multis dari operam, ut Loca Sancta profanentur, atque in voluptarios quosdam secessus convertantur, importandis illuc deliciarum illecebris omnisque generis invitamentis ad luxuriam; quae quidem probari illusquam alibi possunt, nedum ubi passim augusta religionis exstant monumenta. – Quoniam vero res Palaestinenses nondum ad perpetuitatem constitutae sunt, iam nunc edicimus, Nos velle ut, cum maturitas Palaestinae ordinandae venerit, Ecclesiae catholicae christianisque universis sua ibi salva et incolumia iura sint; de iuribus quidem hebraei generis quicquam deminui Nos sane nolumus, sed iidem contendimus sacrosancta christianum iura iis opprimi omnino non debere. Eaque de re omnes, quicumque christianos populos, vel ipsos acatholicos, gubernant, vehementer rogamus, ut apud illam Nationum Societatem, cui dicitur mandati Anglici de Palaestina esse ratio expendenda, instare ne graventur.

Quod si a Terra Sancta oculos in Europam convertimus, hinc quoque magnae moles molestiarum Nobis obversantur. Ex iis enim quae scitis proxime evenisse, Venerabilis Fratres, plane perspicuum est populorum inter ipsos simultates et iras nondum resedisse, bellique fere incendio restincto, bellicos tamen spiritus vivere. Ergo, quotquot ubique ad gubernacula rerum publicarum sedent homines bonae voluntatis, omnes etiam atque etiam appellamus, petimusque ut, iis auctoribus atque auspicibus, populi mutuas inimicitias ultro citroque communi saluti iam condonent, et quae resident adhuc inter se controversiae, eas, iustitia duce, caritate comite, disceptando dirimant; itaque miseram Europam pacis tam diu desideratae demum compotem faciant.

Il resto dell’allocuzione riguarda altra materia. È opportuno rilevare che (contrariamente ai commenti di parte della stampa) l’allusione alla profanazione di luoghi santi non si riferisce ai progetti edilizi per Gerusalemme, bensì alla società sionista del «Carmelo» sorta per trasformare in luogo di ritrovi mondani e di villeggiatura elegante il monte Carmelo (prospiciente il mare presso Caiffa), caro alla tradizione cristiana medioevale e luogo d’origine dell’ordine dei Carmelitani.


Cap. 11

Top 10 cc 12 → § 11a

Discorso di Churchill sul Medio Oriente

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 82-85

Discorso Churchill sul Medio Oriente.Il 14 giugno Churchill tenne alla Camera dei Comuni il suo primo discorso da Ministro delle Colonie, sul bilancio di 27.197.000 sterline per «stipendii e spese nel Medio Oriente».

Egli ricorda che l’Inghilterra, sostituendosi al Governo turco in Palestina e in Mesopotamia, si è impegnata a provvedere al loro avvenire e non può ora mancare ai suoi obblighi. Certamente essi non sono illimitati, e potrebbe presentarsi la dura necessità di riconoscere come le risorse finanziarie e militari inglesi non permettano di fare di più. Ma non si è ancora giunti a tanto; anzi appare giustificata la speranza di una felice soluzione, purché le spese di Mesopotamia e Palestina vengano ridotte entro limiti pratici e ragionevoli. Tale è stato il suo primo pensiero.

Qui Churchill fa la storia del Dipartimento per il Medio Oriente da lui fondato per coordinare l’azione politica e militare in quelle regioni; esso dipende direttamente dal Ministero delle Colonie ed è responsabile di fronte al Parlamento, che vota separatamente le questioni ad esso relative. La sua formazione permise di ridurre gli effettivi; impresa impossibile finché la direzione militare era separata da quella politica.

Se l’attuale politica potrà svolgersi secondo le sue previsioni, i preventivi normali del 1922-23 per ambedue quei paesi non supereranno 9 o 10 milioni di sterline, 10 milioni meno dell’attuale bilancio.

Parla poi dei metodi e della politica che permetteranno di raggiungere tali risultati, e comincia dalla Mesopotamia od Irak, a cui nel giugno 1920 l’Alto Commissario Cox promise la prossima costituzione di un Governo arabo sotto un sovrano arabo. Promessa in gran parte adempiuta; da parecchi mesi funziona un Governo provvisorio indigeno formato dal Naqib di Bagdad che malgrado la tarda età ha reso preziosi servizi, (vedi più avanti, in O.M. p. 90, col. I: qui in nota 1).

Il Governo provvisorio sarà sostituito nell’estate da un Governo basato su di un’assemblea eletta dal popolo dell’Irak, con un sovrano arabo gradito all’Assemblea e con un esercito arabo per la difesa nazionale.

L’Inghilterra non intende imporre all’Irak un principe che non sia stato scelto dal paese, ma quale Potenza mandataria non si può disinteressare di tale questione.

Toccherà al Commissario Percy Cok [1864-1937], profondo conoscitore del paese, ed avente rapporti personali con i notabili del paese e con i vari candidati, di guidare il popolo dell’Irak nella sua saggia e libera scelta. Le politiche possibili verso gli Arabi sono due: tenerli divisi, incoraggiare le autonomie locali e fomentare le gelosie fra tribù (e questa fu la politica turca prima della guerra). Oppure, – unico programma compatibile con le promesse fatte agli Arabi durante la guerra, – tentar di costituire intorno a Bagdad uno Stato arabo amico dell’Inghilterra e dei suoi alleati, capace di far rivivere l’antica cultura, le antiche glorie della razza. L’Inghilterra ha deciso di seguire questa seconda politica. L’unica base, su cui ci si possa fondare per dar soddisfazione alla nazione araba, è la casa Sceriffiana della Mecca. Il Re Husein e i suoi figli Faisal e Abdullah dichiararono la guerra ai Turchi e parteciparono validamente alla guerra per la liberazione della Palestina. Ambedue gli Emiri hanno grande influenza nell’Irak, nella classe religiosa come in quella militare, e fra gli Sciiti. «Gli aderenti di Faisal l’hanno invitato a recarsi in Mesopotamia ed a presentarsi al popolo e all’assemblea che verrà fra poco convocata. Il re Husein gli ha permesso di accettue l’invito, e l’Emiro Abdullah ha rinunciato ai propri diritti in suo favore. Ho informato l’Emiro Faisal, in risposta alla sua richiesta che non venga ostacolata la sua candidatura, che egli è libero di recarsi in Mesopotamia, dove, se viene scelto, sarà riconosciuto e appoggiato dall’Inghilterra. Egli ha già lasciato la Mecca e giungerà in Mesopotamia fra una decina di giorni».

Se l’Assemblea Nazionale, una volta eletta, sceglierà Faisal, vi sarà ragione di bene sperare nell’avvenire del Governo responsabile che l’Inghilterra si propone di appoggiare finché esso, capace di fare da sé, le permetta una rapida e regolare riduzione dei suoi oneri.

«La difesa dell’India potrà meglio organizzarsi sulla nostra frontiera strategica; la Mesopotamia non è come l’India, di capitale importanza strategica per noi. Noi siamo fortemente in favore della soluzione sceriffiana tanto in Mesopotamia che in Transgiordania, ed aiutiamo lo Sceriffo della Mecca, danneggiato finanziariamente dalla sospensione del pellegrinaggio che nell’interesse dei nostri sudditi musulmani vogliamo veder restaurato». Bisognerà sorvegliare con cura le ripercussioni di tale potitica sulla setta potente dei Wahhabiti, che è in guerra con Husein e con tutti i suoi vicini. Il capo dei Wahhabiti si è mostrato ben disposto verso l’Inghilterra ed è in intimi rapporti con Sir Percy Cox. Gli verrà continuato il sussidio di 60.000 Lst., subordinato al mantenimento dell’ordine e soggetto a confische per indennizzare le vittime di sue eventuali aggressioni.

Si spera di instaurare a Bagdad il Governo e il Sovrano arabo per la fine dell’anno finanziario.

«L’esercito arabo è già in parte costituito sotto l’attuale ministro della Guerra di Mesopotamia, devoto sostenitore di Husein; le relative spese graveranno sul bilancio mesopotamico. Vi sono inoltre reclute arabe che saranno gradatamente assorbite dall’esercito arabo e che vengono mantenute dall’Inghilterra, e reclute curde e siriane. Queste forze sostituiscono le truppe inglesi ritirate; alla fine dell’anno vi saranno in Mesopotamia, oltre le truppe locali, circa 12 battaglioni di fanteria inglese e indiana, sufficienti per tenere Bagdad e le comunicazioni fluviali col mare. Vi sono poi le forze aeree: 6 squadriglie di aeroplani; l’anno prossimo se ne aggiungeranno altre due. Esse serviranno al contatto con le truppe dei centri locali per prevenire disordini, sostenere posti isolati, tenere i funzionari politici in relazione con i loro distretti, e mantenere l’ordine. Vi è una squadriglia aerea in Palestina e tre in Egitto. Sono in corso preparativi per stabilire partenze regolari di aeroplani fra il Cairo e Bagdad; una volta tracciata questa via transdesertica, le intere forze della Mesopotamia potranno venir trasportate in Palestina o in Egitto, e viceversa, riducendo cosi il totale delle squadriglie. Saranno organizzati anche servizi aerei postali, commerciali e per passeggeri, formando un anello importante nella catena delle comunicazioni imperiali che potranno un giorno abbreviare, con grande vantaggio, le comunicazioni con l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda».

Churchill parla poi del Kurdistan.

«Prima di lasciare Bagdad, Sir Percy Cox comunicò ai Turchi che, in attesa del plebiscito stabilito per loro dal Trattato di Sévres, egli avrebbe continuato ad amministrare il distretto del Kurdistan. I Curdi non vedono con tanto favore la possibilità di venire sotto un Governo arabo; sono state fatte quindi inchieste in tutto il Kurdistan e si è visto che gli abitanti del Kurdistan meridionale accetterebbero l’unione con l’Irak solo se venissero governati direttamente dall’Alto Commissario e non dal Governo arabo. Cox dunque adempirebbe ad una doppia funzione rispetto all’Irak e al Kurdistan, presso a poco come l’Alto Commissario per il Sud Africa con l’Unione, la Rhodesia e i territori abitati da indigeni».

«La regione verrà naturalmente amministrata come una zona commerciale unica. Si spera che più tardi, raggiunta una certa stabilità, vi sarà completa comunanza, e mano a mano che il Governo arabo si rinforzerà, potremo ridurre i nostri effettivi al disotto del limite fissato, lasciando finalmente a lui la massima parte se non l’intera responsabilità, possibilmente con l’aiuto di reclute curde. Anche il Kurdistan avrà le sue truppe curde, che formeranno un valido baluardo contro infiltrazioni bolsceviche e kemaliste. Una volta costituito il Governo arabo, siamo pronti a concretare col suo Sovrano un trattato che ne riconosca in modo più diretto l’indipendenza, riducendo cosi sempre più i nostri oneri».

«Sui 7 od 8 milioni di sterline del bilancio mesopotamico previsto per l’anno prossimo, circa 1.252.000 Lst. saranno destinate all’aviazione, il resto per spese militari e sussidi. Io non posso garantire che questo mio programma darà tutti i risultati sperati, affermo semplicemente che esso rappresenta quanto si è potuto stabilire di meglio e ch’esso ha ottenuto l’appoggio generale fra i competenti, militari, civili e aeronautici, che vi hanno collaborato».

«Il problema della Palestina è più acuto di quello mesopotamico, ma militarmente molto minore, per la diversa posizione geografica dei due paesi. Lo scontento in Palestina è dovuto al movimento Sionista ed agl’impegni inglesi verso di esso. Senza tali circostanze la guarnigione inglese potrebb’essere notevolmente ridotta. Alla fine dell’anno scorso essa venne portata da 16.000 a 7 .000, con 5.000 combattenti quanti sono oggi. Questo numero lungi dal diminuire in un prossimo avvenire dovrà forse venir aumentato. Le spese totali dell’anno scorso furono di 6.500.000 Lst. Quest’anno saranno 4.500.000, di cui 2.000.000 per smobilitazione e rimpatrio di truppe indiane che hanno ormai sgombrato il paese. Quanto alla nostra posizione rispetto agli Ebrei e agli Arabi palestinesi, vi è la dichiarazione Balfour, approvata dal Consiglio Supremo degli Alleati a S. Remo e introdotta nel progetto di mandato che verrà presentato fra breve alla Lega delle Nazioni».

BANBURY: «La Lega sarà rappresentata in Palestina e Mesopotamia?»

CHURCHILL: «No. Le cose sono già abbastanza complicate come sono! I mandati vengono esercitati in forza dello Statuto della Lega. La promessa della sede nazionale fatta agli Ebrei presenta questa difficoltà, che essa non s’accorda con la nostra politica regolare di consultare sui loro desideri le popolazioni dei paesi soggetti a mandati e di conceder loro istituzioni rappresentative appena sono preparati a valersene. In Palestina tali istituzioni verrebbero indubbiamente adoperate per proibire ogni ulteriore immigrazione ebraica. Le difficoltà sono molte, ma credo che con pazienza, sangue freddo e un po’ di fortuna, ne usciremo. Vi sono in Palestina 500.000 Musulmani, 65.000 Cristiani e circa 65.000 Ebrei. Secondo il programma sionista d’immigrazione vi sono stati introdotti circa 7.000 Ebrei. E gli Arabi sono preoccupati ed eccitati non tanto dal numero degli immigranti quanto dalle ripetute ed entusiastiche dichiarazioni fatte – a buon diritto – dall’organizzazione sionista in tutto il mondo intorno alla loro speranza di fare della Palestina un paese prevalentemente ebraico, popolato dagli Ebrei di tutto il mondo. Gli Arabi temono poi che questi Ebrei verranno specialmente dall’Europa centrale e in particolare dalla Russia, e credono che nei prossimi anni ne arriveranno delle ventine di migliaia, che si impadroniranno della terra e diverranno i padroni assoluti del paese. Tali timori sono infondati. I Sionisti, per ottenere l’appoggio necessario, debbono condurre un’ardente propaganda ed affermare il loro programma con la massima convinzione; ciò ha preoccupato gli Arabi, non le proporzioni presenti e future dell’immigrazione. Abbiamo in Palestina Sir Herbert Samuel, esperto uomo politico liberale e sionista convinto. Gli Arabi non hanno nulla a temere, perchè l’immigrazione è severamente controllata come numero e qualità ed è proporzionata alle risorse del paese che oggi è indubbiamente troppo poco popolato. Sfido chiunque abbia visto le colonie ebraiche in Palestina a consigliare al Governo di abbandonarli agli attacchi dei fanatici, e di vietare l’immigrazione dopo gl’impegni presi; ciò equivarrebbe al riconoscimento che la parola dell’Inghilterra in Oriente non conta più. Se saranno concesse istituzioni rappresentative agli Arabi di Palestina, come spero, verranno presi provvedimenti per salvaguardare, entro limiti ragionevoli, l’immigrazione degli Ebrei, poichè essi bastano a sè stessi e creano i propri mezzi di sussistenza». Qui Churhill spiega come i capitali e l’attività degli Ebrei potranno accrescere la ricchezza e la popolazione del paese per il bene di tutti i suoi abitanti.

Parla poi della Transgiordania (v. supra, n. 4a), che è una delle parti più preziose della Palestina. «In questa regione non teniamo truppe e negli ultimi due anni il disordine vi è stato continuo. È necessario darle un governo stabile, non solo per noi ma anche per i Francesi, poichè la zona nord della Siria è contigua al confine settentrionale della Transgiordania. Noi siamo contrarii ad assumere la spesa di mantenervi due o tre battaglioni e il rischio di vederli isolati e circondati da sollevazioni dei Beduini. Siamo perciò ricorsi ai buoni uffici dell’Emiro Abdullah, ed abbiamo conferito a lungo con lui: egli si è impegnato a mantenere l’ordine interno; la squadriglia aerea di Lidda e alcune autoblindate sono a sua disposizione».

«La nostra politica generale di collaborazione con la famiglia sceriffìana non è in nessun modo contraria agli interessi francesi, anzi è il mezzo più sicuro per garantire la Francia da torbidi in Siria, da parte di influenze arabe con le quali essa è disgraziatamente in disaccordo. Esiste purtroppo uno stato latente di recriminazione fra funzionari inglesi e francesi nel Medio Oriente che però non si estende agli uomini responsabili da ambo le parti e che, sono convinto, verrà soppresso dalle autorità superiori dei due paesi 0vunque si manifesti».

«Se vogliamo conservare la nostra posizione e far frome alle nostre responsabilità nel Medio Oriente, l’Inghilterra e la Francia dovranno seguire insieme una politica di pacificazione e di amicizia tanto con i Turchi che con gli Arabi. Tutti questi sforzi saranno vani se non vengono appoggiati da una pacifica e durevole soluzione della questione turca, ed essa non è raggiungibile se la Francia e l’Inghilterra ostentano un’assoluta impotenza. Noi dobbiamo avere i mezzi di difendere i nostri vitali interessi, e dobbiamo mostrare di possederli e manifestarci capaci, in caso di necessità, di valercene. Se ci mostriamo impotenti o incapaci di difenderci, non otterremo quella pace durevole con la Turchia che da mesi è il nostro scopo principale. Soltanto in base a questa pace potranno realizzarsi le speranze di ridurre notevolmente quei pesi che Francia ed Inghilterra sopportano in seguito ai loro impegni nel Medio Oriente».

V. d. B.

(1) Faisal a Bagdad. - Secondo l’Agenzia Reuter l’Emiro Faisal è giunto a Basra il 24 e prosegue per Bagdad, dove si riunirà l’Assemblea Nazionale Mesopotamica, convocata per eleggere un sovrano. (Daily Herald, 25 - 6 - 1921). Y. d. B.



Il discorso di Sir Herbert Samuel

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 90-92

a) Il discorso di Sir Herbert Samuel.Il 3 giugno u.s. in occasione del genetliaco del re di Inghilterra, Sir Herbert Samuel, Alto Commissario britannico per la Palestina, ha pronunciato in Gerusalemme il seguente discorso:

«… Sono lieto di rilevare che la popolazione mostra un vivo desiderio di profittare dei benefici dell’istruzione; questa è la condizione essenziale per il progresso del paese. Il Governo ha redatto un vasto progetto, per il quale, entro 4 anni, il paese tutto sarà fornito di scuole.

«…Durante i cinque ultimi mesi, sono state aperte altre 34 scuole, che provvedono all’insegamento di 1.360 fanciulli, mentre 46 scuole sovvenzionate, che erano state aperte dagli abitanti del paese negli ultimi due anni, sono state assunte dal governo. Altre 36 scuole saranno aperte, durante il corrente anno finanziario.

«Nello stesso tempo sono stati presi provvedimenti per lo sviluppo delle due scuole normali (1) per uomini e donne, e al prossimo settembre vi saranno, in istruzione, 80 studenti nella prima, e più di 50 nella seconda. Sono stati nominati anche maestri, che vivranno fra le tribù Beduine per insegnare ai fanciulli. Per tutto questo non è stata necessaria alcuna tassa speciale, ma vi si è provveduto con il reddito generale del paese.

«Sono stati concessi altresì sussidi a un grande numero di scuole mantenute da comunità religiose o da altre istituzioni.

«Vengo ora alla situazione politica. Io sono assai dolente che l’armonia fra le varie confessioni religiose, e le razze della Palestina, armonia che io mi sono in ogni modo sforzato di favorire, non sia stata ancora raggiunta; e con la più grande attenzione ho considerato i provvedimenti, che possono essere i migliori per giungere a questo scopo. Permettete che in primo luogo io consideri ancora una volta il disgraziato malinteso, che è sorto in riguardo alle parole della dichiarazione di Balfour: «la costituzione in Palestina di una sede nazionale per gli Ebrei» (2). Io sento spesso dire, in varii circoli, che la popolazione araba di Palestina non consentirà giammai che il suo paese, i suoi luoghi santi, le sue campagne siano ad essa tolti e dati a stranieri; che non permetterà mai la costituzione di un Governo ebraico, che debba dominare sulla maggioranza musulmana e cristiana. La popolazione dice di non poter comprendere come il Governo britannico, che è famoso in tutto il mondo per la sua giustizia, abbia potuto acconsentire a una tale politica. Io rispondo che il Governo britannico, che sopra tutte le cose ha realmente a cuore la giustizia, non ha mai acconsentito, e giammai acconsentirà a siffatta politica. Non è questo il senso della dichiarazione di Balfour.

«Può essere che la versione del testo inglese in arabo non ne renda il vero significato; il testo inglese dice che i Giudei, questo popolo disperso in tutto il mondo, ma il cui cuore è sempre rivolto verso la Palestina, debbono avere la possibilità di trovare in quel paese una patria, e alcuni di essi - entro i limiti che sono fissati dal numero e dagli interessi della popolazione attuale, - venire in Palestina per favorire con i loro mezzi e i loro sforzi lo sviluppo del paese, per il vantaggio di tutti gli abitanti di esso.

«Se sono necessari provvedimenti per convincere la popolazione musulmana e cristiana che questi principi saranno di fatto rispettati, e che i loro diritti saranno realmente salvaguardati, tali provvedimenti saranno presi. Poiché il Governo inglese, a cui con il mandato è affidata la felicità del popolo della Palestina – giammai imporrebbe a questo una politica, che esso potesse ritenere contraria ai suoi interessi religiosi, politici od economici.

«Per quel che riguarda l’immigrazione, è realmente necessario che la sua misura sia rigorosamente proporzionata alla possibilità di impiego nel paese; e che inoltre l’impiego concerna nuovi lavori, e lavori di carattere permamente. La immigrazione è stata sospesa, essendo in corso un esame della situazione; e intanto sono state emanate norme, per le quali possono entrare in Palestina le seguenti persone: viaggiatori, persone che abbiano economicamente una situazione indipendente, parenti di residenti in Palestina e che dipendano, economicamente, da questi, e infine persone che abbiano sicurezza di aver impiego presso determinati datori di lavoro o imprese. Inoltre potranno entrare un limitato numero di persone, che al momento in cui fu decretata la sospensione dell’immigrazione erano già arrivate o anche si erano già imbarcate in porti europei per la Palestina. Ma si deve definitivamente riconoscere che le condizioni della Palestina sono tali, che non permettono in alcuna maniera una immigrazione in massa.

«Io desidero vivamente che il popolo della Palestina prenda parte più diretta all’Amministrazione stabilita entro il regime del mandato; e il problema di assicurare una libera e autorevole espressione della opinione pubblica è fatto oggetto, da parte del Governo di Londra, della più attenta considerazione. Frattanto io propongo di prendere immediatamente le misure adatte allo scopo di assicurare una intesa più efficace, per quello che riguarda importanti questioni amministrative, fra il Governo e le persone responsabili che parlino a nome di tutte le frazioni della popolazione.

«Quando entrerà in vigore il mandato, è intenzione del governo inglese di stabilire le norme per il governo della Palestina. Gli interessi della popolazione non ebraica saranno non solo tutelati dal mandato stesso, ma per essi si provvederà certamente anche nelle norme, a cui sopra si accenna. Come è stato recentemente annunziato, saranno subito adottati provvedimenti per ristabilire il sistema delle elezioni dei Consigli municipali.

«Circa ai gravi disordini, che ebbero luogo recentemente a Giaffa e vicinanze, io attendo, prima di esprimere la mia opinione, il rapporto della imparziale Commissione che fa attualmente un’inchiesta circa questi avvenimenti e la loro causa; ma è certo che nulla può scusare i gravi delitti, come assassinii, attacchi e saccheggi, che sono stati commessi. Un gran numero di casi sono ora esaminati, e coloro che saranno trovati colpevoli dei delitti che sono stati commessi, avranno la loro giusta punizione. Alle famiglie degli uccisi e dei feriti, io esprimo la mia sincera simpatia». (Palestine, 11-6-1921; Jüdische Rundschau, 10-6-1921; Le Peuple Juif, 24-6-1921).

M. G.

(1) Training colleges, per preparare gli insegnanti.
(2) «The establishment in Palestine of a National Home for the ewish people».




Commenti Sionisti al discorso di Sir Herbert Samuel

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 92-93

a) Commenti Sionisti al discorso di Sir Herbert Samuel. – La Jüdiscbe Rundschau (settimanale di Berlino), che rappresenta la tendenza sionista più spinta, e non ha alcuna preoccupazione nazionale al di fuori della ebraica, nota che il discorso sarà accolto dai veri Sionisti con delusione. La severa condanna dei fatti di Giaffa, l’annunzio di misure che impediscano il rinnovarsi di essi, erano da prevedersi, e l’Alto Commissario non poteva fare a meno di pronunziare dichiarazioni in questo senso. E così era da prevedersi, e non ha sorpreso nessuno, il tono amichevole, con cui egli ha parlato degli Arabi, poichè la politica sionista non ha in alcun modo lo scopo di provocare un conflitto fra Arabi ed Ebrei, o anche solamente di inasprire le relazioni fra di essi. Ma Samuel doveva in questa occasione mostrare che anche il popolo ebraico, e non solamente il Governo inglese, vuol vivere insieme con gli Arabi nelle più cordiali relazioni; che anche i Sionisti sono alieni dal voler supremazia sugli Arabi, o l’oppressione di una qualsiasi parte della popolazione araba. Il popolo ebraico, che vive come minoranza in tutte le parti del mondo, sente più che ogni altro come sia riprovevole o dannosa una tale politica.

Una dichiarazione di Samuel in questo senso avrebbe fatto una profonda impressione, specialmente dopo i fatti di Giaffa; e si deve deplorare vivamente che essa sia mancata.

Le dichiarazioni di Samuel che il Governo inglese non permetterà giammai una dominazione ebraica, e l’attenuazione da lui fatta del concetto di «National Home» (1) destano l’impressione che egli condivida l’opinione che le aspirazioni ebraiche possano costituire un pericolo per la popolazione non ebraica. Samuel parla assai diffusamente di misure che debbono essere prese per tutelare gli interessi della popobzione non ebraica; ed è un’ironia, se non uno scherno, che poco dopo i fatti di Giaffa, che hanno dimostrato la completa mancanza di protezione per la popolazione ebraica, l’Alto Commissario non sappia parlare che della necessità della protezione della popolazione non ebraica.

Nessun cenno al fatto, che solamente «gli interessi religiosi politici ed economici», ma anche la vita e la sicurezza personale degli Ebrei sono invulnerabili.

Si comprende bene che questo discorso è un documento politico. Di fronte all’eccitazione ancora viva, al pericolo di uno scoppio degli istinti fanatici e sanguinari, il Commissario sente la necessità di calmare immediatamente la popolazione araba, e di togliere le basi della agitazione anti-ebraica che si fonda sulla «cupidigia di dominazione» degli Ebrei. Ma in ogni modo, il tono del discorso è sbagliato; si poteva calmare gli Arabi senza offendere la dignità degli Ebrei.

Il discorso non solo significa, nella sua parte politica, una completa capitolazione di fronte al terrorismo arabo, ma comporta a favore di esso una concessione di grande portata, cioè la limitazione dell’immigrazione. Tale limitazione, dovuta a motivi politici e non economici, deve essere combattuta.

L’organizzazione sionista si contenterà di sterili proteste, ovvero farà il possibile per procurare il lavoro per gli immigranti, in modo che la limitazione decretata perda il suo effetto?

Occorre stabilire subito un programma per l’inizio di lavori, e per la fondazione di istituti di credito; il danaro in questo ultimo periodo è affluito in quantità notevole dall’America. La limitazione della immigrazione da parte di quella Nazione che ha adottato la politica delle nazionalità, e del primo Governatore ebraico della Palestina, è un grave colpo; occorre pararlo, mettendosi alacremente e subito all’opera. (Jüdische Rundschau, 10-6-1921).

(1) Cioè una sede nazionale, secondo le parole della dichiarazione Balfour.
M. G.

b) II settimanale inglese Palestine di Manchester, organo del British Palestine Committe (sionista, ma soprattutto inglese, e quindi ben differente dalla Jüdische Rundschau che non si può chiamare tedesca), per giustificare le dichiarazioni di Samuel, premette che non ha mai mancato di criticare la politica inglese, quando ha commesso gravi errori. Un errore è quello di non avere fin da principio represso i primi sintomi di opposizione, e di aver trascurato di dare il vero significato della dichiarazione Balfour. Ora l’opposizione ha assunto grandi proporzioni; e si deve facilitare il Governo nella sua opera, con la sicurezza che esso manifesterà la sua adesione completa alla politica di Balfour.

Il periodico considera quindi con simpatia le dichiarazioni di Samuel, e vi trova lo schema di una politica costruttiva, che può appianare le difficoltà ora esistenti.

I provvedimenti riguardo all’immigrazione sono considerati dal periodico come saggi e prudenti, per le condizioni speciali dell’economia del paese, e i Sionisti devono cooperare con il Governo in questa nuova politica.

E cosi i provvedimenti per l’Amministrazione sembrano a «Palestine» assai opportuni, e tali da permettere forse la formazione di un partito moderato arabo, che limiti l’influenza degli estremisti. (Palestine, 11-6-1921).

M. G.

c) Il periodico Le Peuple Juif, settimanale di Parigi ed organo della Federazione sionista di Francia, è assai pessimista: le dichiarazioni di Samuel significano un grande pericolo per il Sionismo. Il periodico rileva che la debolezza dell’Amministrazione palestinese di fronte agli Arabi è la causa della situazione attuale.

Gli Arabi hanno preso ardire per la condotta non chiara del Governo inglese; e gli agitatori più in vista hanno perfino funzioni di Governo.

È insomma innegabile un cambiamento di politica in favore degli Arabi, i quali già annunziano che la dichiarazione Balfour ha perduto tutto il suo valore. (Le Peuple Juif, 24-6-1921).

M. G.

d) Sospensione dell’immigrazione in Palestina. – Cairo 8 maggio. - Risulta che l’immigrazione [ebraica] in Palestina è stata temporaneamente sospesa. (Times, 10-5-1921).
V. d. B.
Si confrontino infatti le dichiarazioni di Samuel qui sopra, p. 90-92.

e) Boicottaggio commerciale degli Ebrei a Giaffa. – Il Karmel ha da Giaffa che la popolazione araba ha deciso ed iniziato un severo boicottaggio commerciale contro gli Ebrei, e rifiuta di comprare da loro o di vender loro qualsiasi cosa. (al-Karmel, arabo di Caiffa, 18-5-1921).

V. d. B.

f) Protesta antisionista degli Arabi di Tul Karam. - Gli Arabi di Tul Karam pubblicano sul Karmel una protesta contro i Sionisti, reclamando (con tutto il rispetto per la sua persona) la destituzione del Commissario inglese Sir Herbert Samuel in quanto Ebreo, e del segretario per gli affari giudiziari Bentwich, sionista. Presentano poi le seguenti richieste:
  1. Annullamento della dichiarazione Balfour e divieto di immigrazione sionista.
  2. Espulsione degli immigrati recenti e dei bolscevichi.
  3. Sostituzione di tutti gli impiegati sionisti.
  4. Disarmo degli Ebrei, esclusi quelli indigeni che consegnarono le armi all’esercito britannico all’epoca dell’occupazione (al-Karmel, 18-5-1921).
V. d. B.
Tul Karam è a circa 25 km NW di Nabulus (Naplusa) e 56 km S. di Caiffa.




Il IV Congresso Palestinese

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 93-94

Il IV Congresso Palestinese. – Il 25 maggio 1921 si è inaugurato a Gerusalemme il quarto Congresso Palestinese. Giaffa ha inviato 6 delegati, la Società Cristiana di Caiffa 4, la Società Musulmana di Caiffa 7, la Società Giovanile Cristiana 1; Tiberiade ha inviato 4 delegati, Safad 3 delegati.

II Congresso comincerà col prender conoscenza delle attività della Commissione Esecutiva del terzo Congresso; compilerà poi una relazione sui fatti di Giaffa e sulle conseguenze, da diffondersi all’estero; si occuperà finalmente di formare la delegazione, che sarà probabilmente composta di due capi religiosi (uno musulmano ed uno cristiano), più un uomo politico, un commerciante, un giurista, un sociologo, ed un segretario che parli inglese.

Preoccupato dalle troppe candidature il Karmel osserva che i membri della delegazione dovranno essere scelti con grande cura, fra le persone più colte, che meglio conoscano l’Europa e che abbiano profondamente studiato la questione sionista e la politica orientale delle grandi potenze, capaci insomma di far buona impressione agli uomini politici, alle autorità spirituali e ai giornalisti con cui verranno a contatto. Raccomanda che nella scelta non influiscano la vanità e l’ambizione, ed esorta i candidati delusi a lavorare in patria. Propone la nomina del Vescovo Gregorio Haggiar, per l’alta dignità ecclesiastica e per l’eloquenza, e del musulmano Ruhi ’Abd al-Hadi per la sua conoscenza di politica estera e la sua esperienza di funzionario. (al-Karmel, 28-5-1921).
V. d. B.

Il « Congresso Palestinese», fondato il 12 dicembre 1920, e radunantesi periodicamente, ha per scopi la fondazione d’un governo nazionale, l’abolizione del principio della «Sede Nazionale ebraica» e il guidare l’opinione pubblica. – Il III Congresso contò 85 membri.




Conferenza per l’emigrazione ebraica a Bruxelles

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 2,
15 luglio 1921, p. 94

Conferenza per l'emigrazione ebraica a Bruxelles. – Date le vaste proporzioni prese ultimamente dall’emigrazione ebraica dall’Europa orientale, e la congestione di emigranti segnalata in Polonia, Rumenia, Bessarabia e dai principali porti europei, l’Associazione Colonizzatrice Ebraica convocò una conferenza dei principali comitati ebraici di emigrazione in tutta l’Europa, per studiare il problema e possibilmente trovar il modo di regolare e controllare l’emigrazione. La Conferenza si riunì a Bruxelles il 7 e l’8 giugno e venne nella decisione di coordinare l’opera delle varie società e comitati sotto la direzione della Associazione Colonizzatrice Ebraica. Venne riconosciuta la necessità di stabilire ispezioni sanitarie degli emigranti in partenza ed in arrivo ed in alcune stazioni di transito. Venne riconosciuto che i comitati dovevano occuparsi specialmente dei casi urgenti, senza prender misure atte a provocare immigrazioni superflue. (Manchester Guardian, 13-6-1921).

V. d. B.



La situazione in Palestina al 1° agosto 1921

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 3,
15 agosto 1921, p. 94

Palestina. - La reazione degli elementi locali contro l’immigrazione sionista è continuata così intensa che sir H. Samuel ha fatto tornare ai punti di partenza (Alessandria e Trieste) i piccoli nuclei di immigrati ebrei, che si accingevano a stabilirsi nella terra promessa.

Intanto una Delegazione palestinese si è costituita per perorare la causa della Palestina contro la minaccia del sionismo. I suoi sei componenti, presieduti da Musa Kazim Pascià al-Huseini, sono tutti nativi di Palestina; quattro musulmani e due cristiani (cf. qui avanti, p. 159).

La Delegazione tratterà col Governo inglese per esporre il reale stato della Palestina, e nello stesso tempo farà opera di propaganda per illuminare l’opinione pubblica, nella quale confida di trovare appoggio perchè si sa che il popolo inglese è stanco delle pressioni ebraiche esercitate sulla sua politica.

II programma della Delegazione è il seguente. A nome di tutti i Palestinesi, tanto musulmani che cristiani, cattolici e ortodossi, essa chiede che la Palestina rimanga ancora il paese dei Palestinesi e che questi possano rimanere i custodi dei Luoghi Santi che non sono stati affidati soltanto a loro, ma a tutto il mondo tanto cristiano che musulmano. Essa chiede che i Palestinesi possano vivere una vita libera e indipendente e ripudia la dichiarazione di Balfour con la quale si crea in Palestina una National House per gli Ebrei.

lnfine la Delegazione domanda la creazione di un Governo nazionale responsabile dinanzi a un Parlamento eletto dal popolo, cioè dai Musulmani, Cristiani ed Ebrei che abitano la Palestina da prima della guerra.

Tale è il programma della Delegazione araba palestinese. Passando per Roma (25-28 luglio), a molti che li hanno avvicinati, i membri della medesima hanno concordemente dichiarato che il popolo di Palestina è entusiasta della protesta pronunziata dal Papa nell’allocuzione concistoriale del 13 giugno contro la politica sionista attuata in Terrasanta, e che riconoscono nella voce di Benedetto XV la sola che siasi levata con energia ed efficacia contro la politica giudaica, alla quale sono asserviti per tanta parte molti Governi civili.




Istituzioni rappresentative in Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 3,
15 agosto 1921, p. 159

a) Istituzioni rappresentative in Palestina. - I membri della Delegazione palestinese hanno visitato l’Alto Commissario, il quale ha detto loro di aver ricevuto un ordine da Londra sulla necessità di un progetto di legge (la’ ihah qanuniyyah) per un Governo rappresentativo in Palestina, a garanzia della promessa Balfour.

Il Karmel trova che questo provvedimento rappresenta un passo innanzi, ma insiste sull’opportunità del viaggio della Delegazione in Europa. (al Karmel, arabo di Caiffa, 29-6-1921)

V. d. B.

b) Il “Congresso Arabo-Palestinese Musulmano-Cristiano”. - Nella seduta del 29 maggio 1921, a Gerusalemme, esso rielesse a suo Presidente Musa Kazim Pascià al-Huseini ed elesseArif Pascià ad-Dugiani Vice Presidente. (al-Karmel, 1-6- 1921).
V. d. B.

La Commissione esecutiva del IV Congresso Arabo-Palestinese si è riunita a Giaffa ai primi di luglio, ed ha tenuto 5 sedute private e tre insieme alla Delegazione, sotto la presidenza di ’Arif Pascià ad-Dugiani, discutendo molte questioni importanti. Si è deciso che la sede della Presidenza sarà a Gerusalemme. Vennero esaminati il discorso Samuel del 3 giugno [cfr. Oriente Moderno, fasc. 2°, p. 90], le dichiarazioni di Churchill al Parlamento inglese [cfr. id., pag. 82], la legge per impedire i delitti e la nuova legge di polizia; e decise di presentare proteste e relazioni scritte al Governo.

I membri della Delegazione stabilirono le attribuzioni di ciascuna delle due Commissioni dopo la partenza della Delegazione; e decisero che la Commissione non entrasse in trattative col Governo per elaborare uno statuto o per altre questioni importanti, prima che la Delegazione non avesse discusso l’argomento e non si fosse formata un’opinione per riferirne al Congresso Arabo-Palestinese in un’adunanza generale.

La Commissione discusse poi dell’organizzazione di una banca e della pubblicazione di un giornale che fosse l’organo del Congresso, di cui si riparlerà nella prossima riunione, quando verranno presentati i preventivi. I lavori si chiusero al 4 luglio. (al-Karmel, 13-7-1921).

V. d. B.

c) La Delegazione Palestinese per l’Europa. - Ecco i nomi dei delegati scelti dal 4° Congresso Palestinese: Musa Kazim Pascià al-Huseini, [2] Aiwad Sa’ad, [3] al-Hagg Taufiq Hammad, [4] Ruhi ’Abd al-Hadi, [5] Mu’in al-Madi, [6] Amin al-Tamimi, [7] Shibli al-Giamal, [8] Ibrahim ash-Shammas.

Il Karmel non è contento e dice che non è stato tenuto conto, nella scelta, di elementi importanti, come la preparazione politica, economica e giuridica dei candidati e la conoscenza delle lingue e dei costumi d’Europa. Consiglia di limitare la delegazione al primo, secondo, quarto e penultimo degli 8 membri scelti, aggiungendovi as-Sayyid Wadi’ al-Bustani, che conosce a fondo la questione palestinese e parla bene l’inglese. I rimanenti, che sono distinti professionisti, serviranno meglio il paese restandovi. (al-Karmel, 11-6-1921).

V. d. B.

d) La partenza della Delegazione palestinese, che doveva avvenire il 1° luglio, è stata rimandata al 20. Il Karmel deplora il ritardo, che le impedirà di giungere a Londra prima della chiusura della Camera. (al-Karmel, 9-7-1921).

Secondo il Palestine (16-7-1921), uno dei segretari della Delegazione sarebbe una signora inglese. Si tratta di Miss Newton, che scrive al Karmel (29-6) per chiarire come essa non appartenga ufficialmente alla Delegazione. Essa, che si troverà in Inghilterra contemporaneamente a questa, si propone di aiutarla per amicizia personale verso i suoi componenti e verso gli Arabi di Palestina.

La Delegazione non può partire per mancanza di fondi (Karmel, 13-7).

La Delegazione Palestinese è partita il 22 luglio dall’Egitto. (Near East, 28-7).
V. d. B.

e) L’Alto Commissario e la Delegazione. – Il Karmel pubblica una relazione del colloquio avvenuto tra l’Alto Commissario Sir Herbert Samuel, il Presidente della Delegazione palestinese e alcuni membri di essa, alla presenza del Segretario civile e del Governatore di Gerusalemme.

Il Commissario annuncia alla Delegazione che il Governo britannico la autorizza a prender disposizioni per eleggere un’Assemblea consultiva, secondo quanto egli stesso aveva già dichiarato, affìnché gli indigeni sappiano che essi possono avere rappresentanti elettivi e che il Governo si conforma ai principii che ha già proclamato.

Egli spiega che il Governo, secondo quanto ebbe a dire Mr. Churchill , non intende recedere dalla
Dichiarazione Balfour incorporata al Trattato di Sèvres e a quello di S. Remo e che non è possibile proibire l’immigrazione ebraica, richiamando il suo discorso del 3 giugno (Cfr. Oriente Moderno, fasc. 2°, p. 90 segg.). Egli dice che se la Delegazione rimane in patria potrà collaborare alla compilazione dello Statuto che sarà presentato al Governo britannico, e dimostra che essa non ha veste ufficiale; verrà ricevuta amichevolmente dal Ministero delle Colonie e consultata su alcune questioni.

I membri della Delegazione richiesero spiegazioni circa le attribuzioni dell’Assemblea, e l’Alto Commissario ripetè le sue antiche dichiarazioni: l’Inghilterra desidera che il paese torni gradatamente all’autonomia, e aggiunse che sarebbe prematuro definire l’essenza di questo nuovo organo e delle sue attribuzioni, perché è un argomento che richiede esame accurato.

As-Sayyid Mu’in al-Madi domanda se l’Assemblea verrà eletta dall’intera nazione e se sarà in sua facoltà legiferare e prendere misure.

Il Commissario risponde che in linea generale ha già chiarito la fisionomia della rappresentanza, ma che non può dire sul momento quali saranno i poteri dell'Assemblea. Egli dichiara, in risposta a una domanda, che il viaggio della Delegazione in Europa non sarà in alcun modo ostacolato dopo che essa gli avrà spiegato esaurientemente la situazione.

Quindi al-Hagg Taufiq Hammad tornò alla questione della rappresentatività della Delegazione. II Commissario rispose che, perchè una delegazione abbia carattere ufficiale, bisogna che rappresenti un qualche governo, e Taufiq rispose che essa rappresenta gli indigeni della Palestina; «se voi ritenete che noi possediamo questi attributi, saremo soddisfatti del vostro riconoscimento».

II Commissario dice di credere che il Governo di Londra conosca la formazione del Congresso Palestinese, ma non è possibile che la Delegazione abbia veste di rappresentanza ufficiale senza elezioni generali, come quelle che vuole promuovere l’Alto Commissario. Egli approva il desiderio di Kazim Pascià di riavvicinamento col Governo e di mutua comprensione, ma osserva che il Governo dà grande importanza alla dichiarazione Balfour, e che finchè (i Palestinesi) la combattono è difficile il riavvicinamento e la collaborazione.

Egli ripete che lo Statuto dovrà essere basato sulle dichiarazioni Balfour, che nella sua seconda parte garantisce i diritti degl’indigeni. Il colloquio si chiude con la richiesta dei passaporti, che il Commissario promette di rilasciare dietro regolare richiesta.

Il Karmel commenta questa relazione osservando che la nuova assemblea avrà carattere semplicemente consultivo, come l’attuale Consiglio dei Dieci; l’unica differenza sarà che l’Assemblea dev’essere elettiva, mentre i membri del Consiglio sono nominati dal Commissario, differenza troppo piccola per cambiare la situazione. (al-Karmel, 13-7-1921).

Il Consiglio dei Dieci venne costituito da Samuel nello scorso settembre, subito dopo il suo arrivo in Palestina. Esso comprende sette fra Cristiani e musulmani, e tre Ebrei.

V. d. B.

f) Congresso Giovanile. – Il Karmel pubblica un appello di Hasan Sidqi ad-Dugiani, direttore del giornale al-Quds ash-Sharif di Gerusalemme ai giovani palestinesi, invitandoli ad un Congresso giovanile che sarà inaugurato a Giaffa il 25 luglio. Questo congresso dovrebbe costituire una vasta associazione giovanile palestinese a complemento delle organizzazioni nazionaliste già esistenti, per continuare la propaganda antisionista ed appoggiare la Delegazione partita per l’Europa. Si sollecitano adesioni di società culturali e patriottiche, da inviarsi ai giornali di Giaffa, da inviarsi ai giornali di Caiffa ed al Mir’al asb-Sharq di Gerusalemme.

Il Karmel commenta questa lettera disapprovando l’iniziativa.

Trova che in Palestina si fa già abbastanza per la politica, e che viene trascurato l’urgente problema economico. I giovani non debbono certo disinteressarsi del paese, ma lo serviranno nel modo migliore consacrandosi allo studio. (al-Karmel, 22-6-1921).

Secondo ulteriori notizie il Congresso avrà luogo ai primi d’agosto. (al-Karmel, 13-7-1921). V.d.B.




Armi alle colonie ebraiche

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 3,
15 agosto 1921, p. 160-161

a) Armi alle Colonie Ebraiche. - Il Karmel ha appreso dal Governatore del Distretto di Fenicia che il Governo militare ha concesso alle colonie ebraiche isolate un piccolo numero di fucili perché possano difendersi, in caso di assalto, fino all’arrivo di soccorsi. Queste armi saranno custodite in una stanza di cui terrà la chiave un funzionario governativo della colonia, o, in mancanza di funzionario, il capo della colonia. Questi sarà responsabile verso il governo, e non dovrà tirarle fuori che per ordine del Governatore del Distretto e in caso di necessità urgente. I fucili potranno venir distribuiti a persone che abbiano versato un deposito in danaro al Governo, impegnandosi a non far uso delle armi che per la difesa personale; se le adoperano per altro scopo perderanno il deposito e saranno passibili di punizioni legali. (al-Karmel, 6-7-1921).

È noto che la Palestina venne divisa, nel luglio 1920, in sette Distretti: Gerusalemme, Gaza, Bersabea, Samaria (capoluogo Nablus), Fenicia (cap. Caiffa) e Galilea (cap. Nazaret).

V. d. B.

Per protestare contro la consegna di armi agli Ebrei, il 6 luglio a Gaza ebbe luogo uno sciopero generale con chiusura di tutte le botteghe. Una commissione si è recata dal Governatore a domandare che fossero concesse armi a tutti o fossero tolte agli Ebrei. Alla dimostrazione partecipavano 100 bambini fra i 10 e i 13 anni. (al-Karmel, 13-7-1921).

V. d. B.

b) Transgiordania. - Il corrispondente del Karmel in Transgiordania riferisce l’Emiro ’Abdullah è giunto il 18 giugno a Irbid, proveniente da ’Amman, dopo aver visitato Gerash, Suf, e al-Hisn , e passato un giorno in ognuna. A Irbid gli è stato offerto un banchetto, con numerosi discorsi in favore dell’indipendenza [siriana]. Alla fine del banchetto il segretario amministrativo Rashid Pascià Tali’ rispose in nome dell’Emiro, impedito di parlare dall’emozione. Egli disse che S. A. non desiderava tenere un discorso, ma preferiva che le sue azioni precedessero le parole; «giorno verrà in cui vedrete questo e saranno realizzate le speranze di libertà e indipendenza della Siria». (al-Karmel, 2-7-1921).

V. d. B.

c) Torbidi in Transgiordania. - La Syrie, quotidiano francese di Beirut, riceve dalla Transgiordania diverse cattive notizie, che commenta con acidità.

Nel territorio di Aglun, sarebbe vivo malcontento fra le truppe incaricate del mantenimento dell’ordine, per le misure severissime prese dall’Emiro Abdullah per far osservare rigorosamente il digiuno del Ramadan: i contravventori musulmani, ufficiali compresi, venivano puniti con 17 sferzate. Il malcontento fra i militari è accresciuto specialmente dal fatto che non viene pagato il soldo agli ufficiali. Avvengono molte diserzioni. Il Governo di Amman non riesce a reprimere il brigantaggio dei beduini nella regione el-Belqa, ove 200 famiglie di Circassi hanno domandato alle autorità inglesi di venir rimpatriate. Verranno rimandate gratuitamente nel Caucaso, via Costantinopoli.

Intanto il Governo Palestinese, che dà continue prove di simpatia alla Transgiordania, ha recentemente promesso all’Emiro Abdullah 500 gendarmi palestinesi, che saranno mantenuti a spese dell’Inghilterra. (La Syrie, 6-7-1921). - V.d.B.




Cap. 19

Top 18 cc ↓ 20 → § 19a

Associazione economica indigena in Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 3,
15 agosto 1921, p. 185

Associazione economica indigena in Palestina. - Il 30 aprile il Karmel comunicava la decisione di un gruppo di nazionalisti palestinesi di formare la Società di cui ora pubblica il programma. Essa prende provvisoriamente il nome di Associazione Economica Indigena (al-Gam'iyah al-iqilisadiyah al-ahliyah) e presenta un abbozzo di statuto; ambedue saranno discussi ed eventualmente modificati dai soci fondatori, prima di sollecitare la ratifica del Governo all’iniziativa.

La Società si propone di costituire sindacati di arti, mestieri e professioni, che funzionino da Società di mutuo soccorso, ed una Società generale direttiva (gam’iyah ’umummiyah ra’isiyah) in cui siano rappresentati tutti i sindacati. Scopo capitale della Società sarà l’assistenza degli agricoltori, che formano la maggioranza della popolazione e dai quali dipende la prosperità del paese. Si provvederà ad insegnare loro i sistemi moderni di coltivazione, e a fornir loro trattati elementari di agricoltura scientifica che prendano il posto dei libri di lettura usati nelle scuole primarie; si tenterà di migliorarne la posizione sociale, istruendoli nei loro diritti e doveri, e se ne assumerà la tutela.

L’Associazione intende poi incoraggiare l’industria, introdurre industrie nuove, promuovere il commercio. La Società avrà sede in una città da destinarsi e filiali in ogni località della Palestina e anche fuori, e terrà riunioni mensili ed un congresso annuo. I soci si dividono in ordinari e benemeriti; sono benemeriti quelli che danno alla sede centrale più di 5 lire egiziane annue, o che collaborano alle varie attività sociali con le loro conoscenze tecniche, o con speciali servizi. Le signore e signorine possono diventare socie anche benemerite. Sono ammessi tutti gli Arabi palestinesi, anche residenti fuori dalla Palestina, e tutti gli Arabi stabiliti in Palestina, che ne faranno domanda; essi dovranno giurare di mostrarsi fedeli alla Società e di appoggiarne il programma senza secondi fini.

Le filiali (che si costituiranno in qualunque centro conti 30 soci) daranno una parte delle loro entrate alla sede centrale, una parte ne devolveranno a beneficio dei soci poveri o malati, e un decimo ne terranno in riserva in qualche banca, finché la Società non abbia costituito una banca propria.

Presso la sede centrale vi sarà un’altra Commissione di 18 membri rappresentanti dei vari sindacati; essi potranno giudicare sulle questioni dei soci e degli indigeni che ricorressero al loro giudizio. (al-Karmel, 2-7-1921). - V.d.B.



Cap. 20

Top 19 cc ↓ 21 → § 20a

La situazione in Palestina al 1° settembre 1921

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 212

Palestina. - La situazione della Palestina è sempre oscura, a causa del movimento antisionista. Il 1° settembre si inizia a Carlsbad il congresso sionista internazionale, cui si annette grande importanza.

In agosto la Congregazione della propaganda e quella degli affari ecclesiastici straordinari si sono riuniti per esaminare il problema dei Luoghi Santi ed in particolar modo del Cenacolo di Gerusalemme. Secondo notizie diffuse negli ambienti cattolici, su relazione dei Cardinali Vico e Scapinelli si sarebbe deciso di appoggiare con ogni energia le rivendicazioni dei Latini contro gli Ortodossi e gli Ebrei.

Il Patriarca di Gerusalemme mons. Barlassina ha fondato l’«Opera per la preservazione della fede in Palestina, innestandola nell’ordine del Santo Sepolcro e allo scopo di combattere le infiltrazioni non cattoliche in Palestina.

Essa si propone :
  1. di restaurare e migliorare le scuole cattoliche per evitare una funesta concorrenza di non cattolici;
  2. di diffondere periodici e pubblicazioni di propaganda cattolica;
  3. di fondare sale per conferenze, riunioni e divertimenti.
Il Sommo Pontefice ha incoraggiato l’opera con una lettera del cardinale Gasparri a mons. Barlassina.



Cap. 21

Top 20 ↑ cc 22 → § 21a

«Occorre constatare il fallimento del sionismo»

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 212

La politica dell’Inghilterra e della Francia nei paesi di maggioranza musulmana. - Il Dr. George Samné, il noto autore dell’importante volume La Syrie recentemente pubblicato, espone nella Correspondance d’Orient la sua opinione sul complicato problema orientale, in un articolo che egli intitola L’Orient terre d’Islam. (…)

OCCORRE CONSTATARE IL FALLIMENTO DEL SIONISMO

Churchill, in un suo recente discorso alla Camera dei Comuni (Oriente Moderno, fasc. 2°, pag. 84) ha citato tre cifre sufficienti a dimostrare la vanità dell’impresa sionista: «Vi sono in Palestina 500.000 musulm21ani, 65.000 cristiani e 65.000 ebrei). A questi ultimi, che rappresentano meno di un decimo della popolazione, l’Inghilterra pretende di dare il potere!

È naturale che l’elemento più numeroso insorga contro una tale pretensione.

Cristiani e Musulmani si sono uniti ufficialmente contro Inglesi e Sionisti.

Gli Avvenimenti di Giaffa bastano a mostrare lo stato in cui si trova il paese, ove l’agitazione è aumentata dalla speciale qualità degli immigranti. Costoro, venuti dalle regioni più inquiete dell’Europa Oriente e del Levante, imbevuti di idee bolsceviche, costituiscono un elemento assai pericoloso per la tranquillità della Palestina. Perfino un proclama degli Ebrei di Costantinopoli rinnega questi correligionari.

Che cosa è in realtà il Sionismo? Una mascherata impresa coloniale britannica. Solo il rispetto alla maggioranza potrà formare in Palestina una situazione stabile e normale.


Cap. 22

Top 21 ↑ cc 23 → § 22a

«Confini assurdi»
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 217-218

«Confini assurdi». – Il prof. Alois Musil dell’Università di Praga, che dimorò a lungo fra i Beduini dell’Arabia Petrea e pubblicò su quest’ultima regione una splendida opera Arabal Petraea, Wien 1907-08, 3 voll.), stampa nella Prager Presse del 4 settembre un articolo (sugli assurdi confini (Widersinnige Grenze) stabiliti nel trattato di Sèvres senza tener conto delle condizioni locali…

«…La Transgiordania, almeno le antiche regioni Ammon e Moab, appartiene alla Palestina; Gerusalemme si provvede di viveri da queste fertili terre. Nondimeno esse ora sono separate dalla Palestina, e il fiume Giordano costituisce il confine. Ad ovest del Giordano comandano gl’Inglesi, sostenuti dai Sionisti; ad est del fiume spadroneggia l’Emiro Abdullah. La Palestina non aveva mai veduto ancora limiti cosi assurdi. Anche i Romani avevano diviso la Palestina dalla “Provincia Arabia”, ma tanto in Palestina quanto in Arabia era la sovranità romana. Oggi i fedeli dell’Emiro Abdullah intraprendono scorrerie contro la Palestina propriamente detta, turbano e saccheggiano le colonie ebraiche e poi scompaiono con il bottino nella Transgiordania araba indipendente.

L’Emiro Mahmud al-Faur, già grande partigiano dell’espulso Re Faisal [ora Re della Mesopotamia] ed attualmente devoto amico del generale Gouraud, protesta contro il confine da tiralinee fra la Palestina e la Siria a nord del lago di Genezaret. La sua tribù suole accampare d’autunno e d’inverno nei campi del Giordano, di primavera e d’estate sull’altopiano al-Giaulan. Tuttavia i diplomatici hanno assegnato i campi del Giordano alla Palestina, il territorio al-Giaulan alla Siria. L’Emiro Mahmud domanda che anche i campi del Giordano vengano alla Siria, perché egli non riconoscerà mai la sovranità dei Sionisti, ed è disposto a difendere, con tutta la sua tribù, il suo territorio contro i Sionisti fino all’ultima goccia di sangue. Le sue genti attaccano i pacifici coloni ebraici a nord del lago di Genezaret, mettono in salvo il loro bottino nella Siria francese, ed i coloni, qualora vogliano riavere i bovini e le pecore a loro rubati, devono trattare per ciò con i Govemi di Parigi e di Londra mediante i loro rappresentanti all’estero».



Cap. 23


Top 22 ↑ cc24 → § 23a

Il Sionismo e l’opinione pubblica inglese
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 221-222

Il Sionismo e l’opinione pubblica inglese. – Il settimanale inglese Palestine è organo del British Palestine Committee. Il suo programma che mira «a risuscitare le antiche glorie della Nazione ebraica nella libertà di un nuovo “Dominion” inglese in Palestina» (si cfr. Oriente Moderno, fasc. 2°, p. 93, col. I) spiega il seguente articolo, con cui il periodico esamina le cause del malcontento che si è manifestato nei circoli sionisti specialmente dopo il discorso tenuto a Gerusalemme da Sir Herbert Samuel il 3 giugno scorso (Oriente Moderno, fasc. 2°, p. 90 sgg.) e cerca dimostrarne la infondatezza, pur non mancando di biasimare la politica inglese in qualche punto di secondaria importanza.

I Sionisti, dice Palestine, temono in primo luogo che il Governo inglese non mantenga intiera fede ai suoi impegni; in secondo luogo che un cambiamento di Governo possa portare un radicale cambiamento nella politica inglese, a detrimento della causa sionista. Per il primo punto, afferma Palestine, non vi è alcun timore; per il secondo esso esamina le possibilità, a cui può dar luogo l’ attuale situazione dei partiti in Inghilterra.

Eccettuati i Laburisti, tutti gli altri partiti contengono elementi che non approvano le responsabilità assunte in Palestina dall’Inghilterra. Nella Coalizione vi sono gli oppositori per ragioni economiche, i quali vorrebbero che si abbandonasse la Palestina, e sono contrari all’impegno preso con gli Ebrei, non per anti-semitismo, ma perchè temono che, essendo gli Ebrei in minoranza, il mantenere l’impegno possa aumentare le spese per l’esercizio del Mandato in Palestina. Vi sono altri, come Lord Derby del partito Conservatore, che non approvano il Mandato e la promessa fatta agli Ebrei, perchè credono che essi possano produrre difficoltà nelle relazioni con la Francia. Vi sono infine pochissimi Liberali, contrari agli impegni presi in Palestina, poichè vi vedono i caratteri di una avventura imperialistica.

Ma ognuna di queste opposizioni rappresenta una minoranza nel relativo partito. Gli oppositori della Coalizione sono a loro volta divisi in due campi, né è concepibile che possano formare un Governo; e cosi la parte dei Conservatori che si aggruppa intorno a Lord Derby. E se anche i puri Conservatori potessero vincere l’attuale Coalizione, essi dovrebbero formarne un’altra, che necessariamente conterrebbe alcuni membri della Coalizione attuale, come il gruppo di Lord Cecil favorevolissimo alla causa giudaica, o parti di altri gruppi, che protesterebbero con ogni energia contro qualsiasi ritrattazione delle promesse fatte dall’Inghilterra.

Egualmente la situazione sarebbe sicura se ritornasse al potere il partito laburista, o se i Liberali indipendenti formassero un Governo in collaborazione con i Laburisti o con i Conservatori. Se i Sionisti considerano la forza della loro posizione, anche in caso di un cambiamento di Governo vedranno che a loro conviene sapere attendere, saper trarre profitto dalle buone occasioni (che è il segreto del successo in politica), e seguire, in una parola, una politica opportunista.

Vi sono pero alcuni fatti che giustificano il disagio dell’opinione pubblica ebraica.

Anzitutto il ritardo nella ratifica del Mandato, da parte della Lega delle Nazioni. Esso pero è dovuto principalmente al desiderio di convincere gli Stati Uniti che il Mandato non rappresenta una mascherata annessione imperialistica, ma una solenne garanzia per scopi già approvati dalla Lega delle Nazioni. Il ritardo è veramente increscioso, poichè lo sviluppo della Palestina è strettamente connesso con l’affluenza del capitale ebraico, che non potrà avvenire prima che il Mandato entri in vigore. Ma gli Ebrei hanno atteso quasi duemila anni e possono attendere ancora.

Altra causa di disagio è l’interpretazione che alcuni hanno dato al discorso di Sir Herbert Samuel. Ma il fatto che Samuel è un così convinto Sionista dovrebbe indurre a una migliore interpretazione delle sue parole, come fu data in Palestine (Oriente Moderno, fasc. 2°, p. 93, col. 1. Qui cap. ).

Il vero pericolo è costituito dalla opinione, che ha guadagnato molto terreno, che, cioè, fra i funzionari del Governo di Palestina ve ne siano alcuni, che non hanno alcuna simpatia per la politica favorevole al Sionismo. Samuel, anche con le migliori intenzioni possibili, deve valersi di questi funzionari, e se vi è realmente, in alcuni di essi, tale sentimento antisionista, possono da ciò derivare gravi inconvenienti. D’altra parte non occorre dimenticare che tanto gli Ebrei, quanto il Governo inglese hanno tutto l’interesse perchè la questione Araba sia risolta nel modo più regolare e pacifico; se vi fossero gravi disordini e conflitti non mancherebbe in Inghilterra una violenta reazione contro l’azione del Governo, che sarebbe certamente definita uno «strozzamento» della Palestina.

Certo il Governo è stato debole, specialmente in occasione della temporanea sospensione dell’immigrazione, dopo i disordini di Giaffa; e una politica più ferma e meno equivoca verso gli Arabi, sarebbe stata assai più opportuna.

Infine il Governo inglese commette un gravissimo errore, adoperando criteri estremamente rigorosi nella censura della stampa. (Palestine 9-6-21). - M. G.


Cap. 24

Top 23 ↑ cc 25 → § 24a

L’allocuzione papale e il Patriarca cattolico di Gerusalemme

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 222

L’allocuzione papale e il Patriarca cattolico di Gerusalemme. - II Patriarca di Gerusalemme Mons. Barlassina ha pubblicato in occasione della festa del Papa una lettera pastorale, il cui argomento è il dovere di obbedienza e di affetto che i fedeli hanno verso il Capo della Chiesa, ma il cui scopo fu di render pubblica l’allocuzione del Papa nel Concistoro del 13 giugno, a proposito delle attuali condizioni della Palestina.

Prima della lettera pastorale, la pubblicazione integrale della parola pontificia era stata proibita, mentre si permetteva agli organi sionisti di pubblicarne dei sunti alterati e di travisarne la portata e il significato. Perciò il Patriarca ha inserito integralmente nella sua Pastorale la protesta fatta da Benedetto XV nell’allocuzione Concistoriale e l’ha fatta seguire da queste parole:

«Mentre tutte le persone oneste, scevre da passioni politiche o da interessi privati, riconoscono la paterna bontà del Papa verso questa povera popolazione della Palestina, bontà premurosa dei suoi orfani, dei suoi poveri, non meno che dei suoi sacri diritti, alcuni insensati si son permessi, di qualificare l’opera sapiente del Romano Pontefice in modo ignominioso e indegno. Noi, da figli devoti del Vicario di Gesù Cristo, non mancheremo di protestare energicamente là dove la nostra voce è sentita, fidenti che la Nazione lnglese, colle sue tradizioni di liberalità e di giustizia, non permetterà che gli interessi religiosi e civili di un intero popolo siano manomessi dagli intrighi di pochi. E tanto più è acuto il nostro dolore, inquantochè troppo chiara è la differenza di trattamento fatta in danno dei Cattolici. Con criteri arbitrari e inqualificabili la censura esercitò le sue pressioni interdicendoci la pubblicazione della parola pura e genuina del Papa, presentata senza alcun commento, nonché la stampa di notizie sullo stesso soggetto, le quali per altro erano già state letteralmente pubblicate dai giornali locali; mentre poi si autorizzavano organi sionisti a lanciare al pubblico contro il Pontefice frasi ingiuriose, atte a sminuirne l’autorità, e grossolanamente calunniose. Denunziando tali fatti penosi, Noi non esageriamo nè cadiamo in errore, perché ne possediamo i documenti autentici.

«Ora, se pubblico fu l’insulto, pubblico il male, pubblica anche sia la nostra protesta. E voi, o cattolici, la farete, ma in quel modo che è degno della sublimità della Fede che professate; voi protesterete rafforzando ognor più il vostro amor figliale, verso il Papa, protesterete con una obbedienza assoluta alla Sua veneranda autorità, protesterete pregando più fervidamente che mai per la Sua Augusta Persona».

Secondo il Corriere d’Italia di Roma, del 10 agosto, i fatti ai quali allude il Patriarca sono i seguenti:

Nei periodici cattolici è stato proibito persino il titolo: «Il Papa e la Palestina», mentre questo è stato permesso sul giornale ebraico Ha-ares, («La Terra») di Gerusalemme nel numero del 20 giugno. E a quel titolo seguiva un articolo nel quale il significato della parola del Papa era radicalmente svisato. Lo stesso giornale, una settimana dopo, smentiva le parole del Papa sullo stato morale attuale della Palestina.

Un altro giornale ebraico, il Pinhas di Giaffa, il 30 giugno scriveva: «La parola giustizia è diventata oggi di uso continuo nella bocca dei Papi che se ne servono per nascondere la vergogna delle loro azioni e in modo capace di ingannare i popoli… I santi del Signore predicano nelle chiese criticando un movimento nazionale, invitando all’uccisione e al saccheggio e complottando col diavolo e col Papa».

Monsignor Barlassina dichiara formalmente che neanche un solo prete cattolico si è permesso di predicare la violenza né in chiesa nè altrove.

È da notarsi, aggiunge il Corriere d’Italia, che l’articolo del Pinhas è stato pubblicato mentre a Giaffa impera tutta la legge marziale, quindi con la piena consapevolezza e connivenza delle autorità inglesi.



Cap. 25

Top 24 ↑ cc 26 → § 25a

La Delegazione arabo-palestinese e l’antisionismo degli Arabi.

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 222-223

La Delegazione arabo-palestinese e l’antisionismo degli Arabi. - Sono stati intervistati alcuni membri della Delegazione arabo-palestinese a Londra. Di questa Delegazione, quattro membri sono musulmani e due cristiani (1): essa è stata eletta dal Congresso arabo palestinese rappresentante i distretti di Samaria, Galilea, Giudea e Fenicia, allo scopo di recarsi in Inghilterra a protestare contro la restituzione della Terra Santa agli Israeliti. Di passaggio per Roma, diretta in Inghilterra, la Delegazione è stata ricevuta dal Papa, al quale ha presentato i suoi ringraziamenti per le dichiarazioni fatte a proposito della Palestina.

La Delegazione è presieduta da Musa Kazim pascià el-Huseini, capo di una nobile famiglia di Gerusalemme; ne fa parte anche el-hagg Taufiq Hammad, ex membro del Parlamento turco di Costantinopoli.

«Noi amiamo l’Inghilterra», ha detto uno dei membri della delegazione.

« Siamo stati suoi alleati durante la guerra. Il nostro scopo, venendo qui, è quello di stabilire la nostra posizione contro il movimento sionista. Noi non siamo contro gli Ebrei. L’intera popolazione della Palestina è di circa 700.000 abitanti. II 7 per cento è formato da Ebrei; tutti gli altri parlano arabo e ad essi appartiene il paese. Parecchi degli Ebrei sono nati nel nostro paese, hanno vissuto con noi prima della guerra e sono dalla parte nostra. Sono gli Ebrei Sefardim (2).

« Il movimento sionista si fa sempre più intenso. Parecchi Sionisti sono emigrati in Palestina recando con loro lo spirito dei bolscevichi. Moltissimi fra questi vengono dalla Polonia e dalla Russia e parlano tedesco. Essi sono ostili agli ideali inglesi. Più d’ogni altra lingua è il tedesco che ora viene parlato in Palestina».

« La maggior parte degli abitantiti del nostro paese desidera che la nostra terra venga lasciata a noi stessi».

«Noi desideriamo che il nostro popolo, che i contadini lavorino sulla loro terra e non già che vengano cacciati via dagli Ebrei. Non è stata promessa alle piccole nazioni l’indipendenza dopo la guerra? Non v’è giustizia al mondo, fuori che con l’Inghilterra». Il delegato arabo ha soggiunto che, per quanto ciò possa sembrare strano, la popolazione israelita non rappresenta se non il due per cento della ricchezza totale della Palestina. (Manchster Guardian, 9-8-1921). - U. T.

Il Manchster Guardian del 10 agosto riferisce che Churchill ha acconsentito a ricevere la Delegazione arabo-palestinese. Ritornando sull’argomento ed esponendo i desiderata degli Arabi della Palestina, un membro della Delegazione ha detto che con la loro domanda di Governo nazionale essi chieggono la costituzione di un Governo nominato da un Parlamento eletto da tutti gli abitanti del paese. Essi hanno bisogno di una Costituzione di tipo occidentale; di leggi votate dal Parlamento e non già di decreti promulgati da un segretario legale. In questo Parlamento gli Ebrei avranno tanti rappresentanti quanti ne sono giustificati dal loro numero; tanti, per esempio, quanti i Cristiani, che sono nativi del paese. Nessuno sa come il Governo intenda di armonizzare le due promesse contenute nella dichiarazione di Balfour: fondare una sede nazionale per gli lsraeliti e, nello stesso tempo, rispettare e dare soddisfazione come si deve ai diritti degli abitanti indigeni. Finora la dichiarazione è stata interpretata in modo favorevole alle idee sioniste e gli Arabi sono stati lasciati fuori. (Mancester Guardian, 10-8-1921). - U. R.

(1) Cfr. Oriente Moderno, fasc. 3°, p. 153 e 159-160.
(2) Cfr. qui avanti, p. 224, n. 1.



Cap. 26

Top 25 ↑ cc 27 → § 26a

Arabi e “Sefardim”

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 224-225

a) Arabi e “Sefardim”. - Secondo un telegramma giunto da Gerusalemme, il Gran Rabbino ed altri capi dei «Selardim» (1) in Palestina hanno protestato energicamente contro le voci corse, secondo le quali essi sosterrebbero la Delegazione araba. Essi affermano di essere in perfetta unità di tendenze col resto degli Ebrei della Palestina, richiedendo l’esecuzione delle promesse fatte relativamente alla fondazione della sede nazionale israelita in Palestina. (Times, 13-8-1921). U. F.

b) Gli Arabi e il Sionismo. - Yusuf al-Khtib pubblica un appello agli Arabi palestinesi, sotto il titolo : «Non vi è timore né pericolo da parte dei Sionisti, se si forma in tutte le regioni della Palestina un’unità naturale economica».

Egli dice che è inutile fare appello alle altre nazioni, è inutile l’opera di propaganda, una volta che l’Inghilterra, per bocca di Sir H. Samuel, ha dichiarato che non è possibile ritirare la promessa fatta ai Sionisti; occorre in questa condi zione apprestare le armi per la difesa nel campo della concorrenza economica. I Sionisti si apprestano a occupare la Palestina; ma essa è in mano degli Arabi; e che timore allora, e che bisogno di aiuto dall’Estero? Occorre liberarsi da ogni vano sogno o timore, e apprestare contro i Sionisti la forza dell’unione, la forza economica, la forza della scienza, strumenti con i quali essi stessi combattono gli Arabi.

Ognuno veda quale è la sua parte di compito in questa impresa; il pericolo non è costituito dal Sionismo, ma dalla divisione, dalla cupidigia, dagli odi, dall’egoismo, dall’ignoranza, dall’attendere gli aiuti dal di fuori. Se tutti si porranno all’ opem con buona volontà e concordia, la Palestina resterà araba. (al-Karmel, 30-7- 1921). - M. G.

(1) Israeliti d’origine spagnola o portoghese, ma stabiliti in Palestina da quattro secoli. Cfr. qui sopra, p. 223, col. I.


Cap. 27

Top 26 ↑ cc28 → § 27a

Torbida situazione in Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 225

a) Torbida situazione in Palestina. - Alcuni viaggiatori degni di fede, che ritornano dalla Palestina, recano notizie assai poco soddisfacenti sulla situazione del Paese. La sicurezza pubblica, specialmente nella regione settentrionale è, in pratica, nulla. Si verificano quasi giornalmente incursioni dalla Transgiordania, ove sembra che l’Emiro Abdullah non abbia forza sufficiente per mantener l’ordine; e vi sono stati parecchi casi di brigantaggio sulle strade di comunicazione. Nessuno dei colpevoli è stato punito o arrestato, poiché, a causa delle deficienze di organizzazione e di istruzione, le truppe arrivano invariabilmente troppo tardi. Coloro che forniscono queste notizie affermano che il Governo ha perduto parte del suo prestigio a causa della sua politica e della sua debolezza, e che nè gli Israeliti nè gli Arabi hanno alcuna fiducia nelle autorità. L’ostilità contro gli Israeliti cresce di giorno in giorno e v’è ogni ragione di credere che si ripercueteranno più gravi gli incidenti e le turbolenze fra Arabi ed Israeliti, se la Delegazione Araba di Musa Kazim Pascià al-Huseini ritornerà a mani vuote e se il Governo prenderà qualche misura punitiva contro gli Arabi che hanno recato molestia alle colonie israelite. Gli abitanti più vecchi dicono che la sicurezza pubblica era mantenuta di gran lunga meglio sotto i Turchi.

È vero che il Governo della Palestina ha finalmente deciso di adottare la politica dei suoi predecessori e di costituire un corpo di gendarmeria; ma ciò è troppo poco, assolutamente. Le autorità erano preparate a spendere una somma considerevole per quello che si sarebbe dovuto chiamare corpo di difesa, ma ora che questo progetto è stato destituito di valore, esse non voglion concedere se non una somma insignificante per la gendarmeria, la quale, come da tutti viene riconosciuto, potrebbe costituire l’unica soluzione del problema della sicurezza pubblica.

Coloro che forniscono queste informazioni ritengono che il Paese non avrà pace, finchè tutta la polizia non venga sottoposta a revisione ed a riorganizzazione, sinchè la popolazione araba non abbia qualche prova di fatto che è errata l’opinione popolare che vuole il Governo inglese venduto ai Sionisti, e sinché il paese non abbia un Governo basato sulla volontà del popolo e sul principio della rappresentanzaa proporzionale. (Times, 10-8-1921). - U. F.

b) Nuovo corpo di gendarmeria in Palestina. - Il Commissario supremo per la Palestina ha dato il suo consenso alla formazione di un corpo di gendarmeria per la Palestina, allo scopo di difendere le frontiere contro l’invasione di bande di briganti e di aiutare la polizia civile nel mantenimento dell’ordine interno. Detto corpo avrà istruzioni, carattere e attribuzioni di polizia militare, e dopo sei mesi di istruzione verri costituito in gruppi di 50 cavalieri o di 100 fanti accampati in vari punti della Palestina.

Non si accetteranno se non persone di ottimo carattere e riputazione.

Questo corpo, che consterà di 500 uomini (300 cavalieri e 200 fanti), verrà formato da Arabi, Israeliti e Crisiani. (Manchester Guardian, 11-8-1921). - U. F.



La nuova costituzione palestinese

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 225

La nuova costituzione palestinese. - La rivista Palestine dà, con molte riserve, notizia della Costituzione che si viene elaborando per la Palestina.

Il nuovo Governo sarà sul tipo delle Colonie della Corona (come Hong Kong ed alcune isole delle Indie Occidentali); avrà cioè un Consiglio Esecutivo composto interamente di funzionari inglesi, assistito da un Consiglio legislativo o consultivo, con membri in parte eletti e in parte nominati.

Il Consiglio Legislativo palestinese ne avrà probabilmente 30, di cui la metà, o, secondo l’uso delle Colonie della Corona, 16, saranno funzionari o nominati dal Governo, per garantire una maggioranza ufficiale; le leggi approvate da questo Consiglio non saranno valide che dopo l’approvazione del Consiglio Esecutivo. Si dice che alcune materie, p. es. quelle relative alla dichiarazione Balfour, saranno riservatte alla Camera Legislativa. (Palestine, 30-8-1921). - V. d. B.


Cap. 29

Top 28 ↑ cc 30 → § 29a

Situazione nella Transgiordania

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 225-226

Situazione nella Transgiordania (1). In occasione di una corrispondenza dalla Transgiordania pubblicata nel Karmel, e che destò molta impressione, la redazione stessa del giornale ha interrogato Kamil al-Qasab, che è molto addentro nelle cose della Transgiordania, e gode la piena fiducia dell’emiro Abdullah (Oriente Moderno, fasc. 1°, p. 19, 29), circa il contenuto della corrispondenza. Kamil al-Qasab ha negato l’esistenza di partiti che si combattano a vicenda nella Transgiordania. È vero che Sayyid ’Ali Khalqi ha voluto creare nel paese un sentimento di nazionalità per indurre gli abitanti a respingere ogni cosa che venisse dal di fuori.

Così agli ufficiali giunti per assumere servizio colà, disse, fingendo un incarico da parte dell’Emiro, che essi potevano andarsene e che il paese non aveva bisogno di loro. Appena l’Emiro seppe ciò, si affrettò a smentire le parole di ’Ali Khalqi. Kamil al-Qasab ha anche, fra l’altro, dato un giudizio degli uomini che ora sono alla direzione del Governo; e ha rilevato che fra le ottime persone che lo compongono, vi sono anche individui da cui l’Emiro deve guardarsi, perchè con la loro azione potrebbero compromettere gli interessi della Transgiordania. (al-Karmel, 30-7-1921).

M. G.

* * *

In Transgiordania, secondo la Syrie, le cose vanno male. I partiti sono troppo numerosi, le amministrazioni disorganizzate.

L’Emiro Abdullah, che avrebbe il torto di circondarsi dei cattivi consiglieri già responsabili della caduta di Faisal, ha contratto in Palestina varii prestiti, che vengono impiegati in modo irregolare; tanto che gli abitanti di es-Salt hanno declinato ogni responsabilità in proposito, e molti benpensanti, fra cui la maggioranza dei capi tribù, stanno formando un partito che porterà il nome di «gioventù del Giordano», per combattere l’attuale politica dell’Emiro.

Si ha da Gerusalemme che quest’ultimo avrebbe chiesto all’Alto Commissario Samuel la cessazione delle sue funzioni in Transgiordania, essendo passati i sei mesi per i quali si era impegnato. Samuel rifiutò, e l’Emiro consentì a rimanere ad alcune condizioni, fra cui un aumento del suo bilancio e dei suoi armati. Samuel studia la questione, ed il viaggio del col. Lawrence a Gedda per conferire col Re Husein ha forse qualche rapporto con questi fatti. (La Syrie, francese di Beirut, 11-8-1921). - V. d. B.

(1) Cfr. qui sopra, p. 217, col. II e p. 220, col. II.



Cap. 30

Top 29 ↑ cc 31 → § 30a

L’istruzione e la stampa in Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 4,
15 settembre 1921, p. 249

L’istruzione e la stampa in Palestina. – Prima della guerra tutta la Palestina, e specialmente Gerusalemme, erano famose per la cultura. Oggi nazionalismo, movimento politico e vita culturale sono una cosa sola; i Palestinesi comprendono come lo studio della lingua sia intimamente legato alla riscossa nazionale. Le scuole palestinesi, siano o no governative, indigene (ahliyya) o straniere, sono migliori di quelle siriane. Nelle scuole governative, più numerose delle nazionaliste, si studiano scienze naturali, geografia, storia, matematica, ingegneria, disegno, eloquenza e filodrammatica. Tanto nelle scuole governative che in quelle indigene (ahliyya) si studia inglese, francese e arabo; a Gerusalemme esiste un solo collegio nazionalista, il Rawd al-Ma‘-Ma’arif («giardino delle cognizioni») che occupa un posto importante, specialmente per l’eloquenza, la recitazione e la ginnastica; gli alunni hanno compiuto diversi viaggi d’istruzione nelle città principali della Palestina, rappresentandovi commedie; a Caiffa raccolsero cosi 300 L. E. (= 7.776 frcs.] per la scuola.

Fra le scuole governative la migliore è la Rashdiyya, paragonabile per la bontà degli insegnanti al Rawd al-Ma‘arif, che comprende sei classi e prepara alle scuole superiori.

La stampa araba palestinese conta sette giornali, nessuno dei quali quotidiano: al-Karmel di Caiffa, diretto da as-Sayyid Nagib Nassar; Filastin («Palestina») di Giaffa, diretto da ’Isà effendi al-‘Isi, ed al-Akhbar («Le notizie») pure di Giaffa, che però è intermittente. A Gerusalemme si pubblicano Bay al-Maqdis («Gerusalemme») e e Mir’al as-sarq («Specchio dell’oriente»); uscirà presto il Lian al-‘Arab «(«La lingua araba»). A Gerusalemme vi sono molti giornali israelitici, di cui due in lingua araba: il Barid al-yawn («Il corriere del giorno») e as-Salam («La salute spirituale»). Quelli in lingua ebraica sono più di quattro, qualcuno dei quali è quotidiano.

Quanto alla libertà di opinioni, essa è un fatto: i giornali nazionalisti non escono una volta senza attacchi violenti contro il Governo inglese; dopo i fatti di Giaffa però è stata ristabilita la censura sulla stampa, che è severissima, e probabilmente verrà mantenuta finchè dura la situazione attuale. (Nagib ar-Rayyis, in Suriyyah al-gadidah, 27-6-1921). - V. d. B.


Cap. 31

Top 30 ↑ cc32 → § 31a

Riassunto della situazione in Siria e in Palestina al 1° ottobre 1921.

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 281

a) Siria. - Il 1° dicembre 1920 il re dell’Higiaz inviò una protesta alla Lega delle Nazioni contro il regime in vigore in Siria e Mesopotamia. Il Consiglio della Società delle Nazioni decise di trasmetttere l’appello alle principali potenze allealte. Il re dell’Higiaz ha recentemente inviato vari telegrammi (22 maggio, 15 giugno, 3 e 5 luglio) contro l’amministrazione francese in Siria. Il Segretariato generale della Lega ha inviato tali dispacci, con un rapporto, alla Lega a titolo di informazione.

Una Delegazione siriana si è anche recata a Ginevra per essere udita dalla Lega; ma da Damasco si è segnalato il delegato Lutfallah come emissario di Faisal (re della Mesopotamia) e di Husein (re del Higiaz).

A Ginevra si è anche riunito un Congresso siro-palestinese che mira a garentire alla popolazione araba i due paesi.

Dalla Siria sono state inviate vivaci proteste contro la Delegazione ed il Congresso, con dichiarazioni di lealtà verso la Francia.

La Santa Sede ha coperto la sede arcivescovile di Bagdad, vacante dal 1917, nominandone titolare padre Berré, già capo della missione domenicana a Mossul e che fu fatto prigioniero dai Turchi. In tale occasione la stampa francese ha messo in rilievo che la Santa Sede ha tenuto fermo l’impegno, preso il 4 giugno 1638 e confermato l’11 giugno 1871, di riservare la sede vescovile di Bagdad ad un Francese.

Ibrahim Hanano, capo delle bande che, con la complicità di ufficiali turchi e tedeschi, molestava quasi quotidianamente la regione di Aleppo, è stato arrestato dalle autorità inglesi della Palestina, su richiesta fatta dal Governo francese in virtù del trattato di estradizione tra la Siria e la Palestina. Contro tale arresto fu organizzata ad Amman in Transgiordania una dimostrazione di protesta, durante la quale fu malmenato il colonnello inglese Peleke (?), ispettore della gendarmeria britannica. L’emiro Abdullah aprì immmediatamente un’inchiesta su tale incidente, esigendo che venissero fatte immediatamente scuse all’ufficiale imglese e fossero arrestati i responsabili.

b) Palestina. - La Commissione esecutiva del Congresso palestinese e vari Comitati musulmani e cristani hanno inviato una protesta alla Società delle Nazioni contro il mandato sulla Palestina sulla base della dichiarazione di Balfour, che priva il paese di un Governo nazionale, ed un’altra a Londra contro il chief justice Bentwich perché mette la sua influenza professionale a servizio del sionismo, a danno degli indigeni, e contro la missione che egli compie a Londra per la costituzione del paese.


Cap. 32

Top 31 ↑ cc33 → § 32a

Il mandato sulla Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 286

Il mandato sulla Palestina. - Si ha da Caifa: Il Comitato esecutivo del Congresso palestinese e così pure vari comitati musulmani e cristiani hanno mandato alla Lega delle Nazioni una protesta contro l’istituzione d’un mandato sulla Palestina sulla base della dichiarazione di Balfour, poichè il paese verrebbe privato d’un Governo nazionale.

Nella protesta essi dichiarano di aderire ai reclami presentati dalle delegazioni palestinesi, che costituiscono l’unico mandatario ufficiale del paese.

Questi stessi organi hanno mandato a Londra una protesta contro il capo della giustizia Bentwich, affermando che egli pone la sua influenza personale a servizio dei sionisti con danno degli indigeni, estendendo la protesta contro la missione che compie a Londra il Bentwich, per ciò che riguarda la costituzione del paese. (Temps, 6-9-1921). - U. F.






Cap. 33

Top 32 cc ↓ 34 → § 33a

L’Amministrazione inglese dal 1 luglio 1920 al 30 giugno 1921

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 286-289

L’Amministrazione inglese della Palestina dal 1 luglio 1920 al 30 giugno 1921. - È stato recentemente pubblicato un rapporto provvisorio circa l’Amministrazione inglese in Palestina nell’ultimo anno. Il rapporto comincia con una parte in cui, a considerazioni di indole generale, sono unite notizie circa gli ultimi avvenimenti, e si precisa il punto il visto inglese. Ai lettori di Oriente Moderno, che dai fascicoli precedenti hanno potuto trarre notizia sufficiente di quegli argomenti, interesserà maggiormemte la parte del rapporto, in cui, con corredo di dati e cifre, è esposta l’opera dell’Amministrazione della Palestina. E la riportiamo pertanto, seguendo il riassunto datone dal settimanale Palestine.

Forma di Governo.

L’Amministrazione intende ridurre il numero dei funzionari inglesi e aumentare quello dei funzionari palestinesi. Tale processo è già cominciato. Per quanto riguarda la legislazione «la politica dell’Amministrazione consiste nell’applicare, per quanto possibile, la legge turca, a cui la popolazione è abituata. Sono introdotti mutamenti solo quando essi siano indispensabili. L’energia è una qualità essenziale per un buon Governo, ma vi è un limite dopo il quale essa può essere dannosa. Il pericolo di oltrepassarlo è sempre presente al Governo. Ne pas trop gouverner è una buona massima, specialmente nei paesi orientali, e sopratutto nei primi anni di un nuovo regime».

Finanze.

«Le spese dell’Amministrazione civile sono state contenute entro i limiti della rendita del paese, né si sono avuti aiuti dal Tesoro inglese.

Sono state abolite parecchie tasse gravose nella loro applicazione e di poco rendimento. L’Amministrazione aveva già revocato le tasse di esonero dal servizio militare, la tassa per le strade, il tamattù (tassa su tutte le professioni, arti e mestieri) e alcune minori. L’Amministrazione civile ha abolito la tassa per la pesca (20 per cento ad valorem), e i dazi locali. Ha ridotto le tasse doganali d’importazione per i materiali di costruzione e per i viveri dall’11 per cento al 30 per cento. In sostituzione del dazio comunale è percepita una tassa doganale addizionale dell’1 per cento per la maggior parte delle voci, e del 2 per cento per alcune. Una riforma più importante è stata quella dell’abolizione del monopolio del tabacco, stabilito dai Turchi ed esercito dalla Regia dei tabacchi. L’effetto di questo provvedimento è stato che il prezzo del tabacco è grandemente diminuito per i consumatori, e che la coltivazione del tabacco, finora proibita, sta per essere iniziata in parecchi luoghi; che già sono state aperte due fabbriche per la manifattura delle sigarette, le quali impiegano un considerevole numero di impiegati, ed altre sono in progetto; mentre, nello stesso tempo, dall’importazione del tabacco il Governo percepisce un nuovo e grande reddito dalla relativa tassa doganale».

Le ferrovie furono assunte nel 1920. Secondo il Trattato di Sèvres, la Palestina dovrà pagare un’annualità, che ammonterà probabilmente a meno di 200.000 L. E., e ciò in rapporto alla sua partecipazione al debito ottomano dell’anteguerra.

Difesa e Pubblica Sicurezza.

La guarnigione è stata ridotta a 5.000 uomini di truppe combattenti, ciò che comporta una spesa annuale di 2.500.000 sterline [?] a carico del Tesoro inglese. Vi è una forza di polizia locale di 1.300 uomini; si sta organizzando una gendarmeria di 500 uomini, di cui 300 montati. Un gran numero di sanguinose contese fra Beduini sono state sedate per l’intervento dei funzionari dei distretti.

Questioni religiose.

«In Palestina regna la più completa libertà di culto. Le varie confessioni o sètte che trovano nella Terra Santa la loro origine o la loro ispirazione sono libere di conservare i loro dottori e i loro ministri, e di praticare il loro culto senza alcun ostacolo o impedimento. Nelle controversie che di quando in quando sorgono fra di esse, la politica seguita rigidamente dall’Amministrazione è stata quella di mantenere lo statu quo. Il Trattato di Sèvres prevede la nomina di una Commissione peri Luoghi Santi, nella quale avranno il loro posto i rappresentanti di tutte le principali confessioni; e alle decisioni di questa Commissione è riservato il componimento delle controversie».

È stata costituita un’autorità musulmana per il controllo dei Waqf. Sono state composte le questioni circa il Patriarcato ortodosso di Gerusalemme ed è stata ristabilita l’autorità del Patriarca. Per invito del Governo la comunità ebraica ha stabilito un Consiglio Rabbinico elettivo».

Dipartimento della giustizia.

«Il sistema giudiziario dell’Amministrazione amministra la giustizia con un grado di integrità, imparzialità e sollecitudine finora sconosciuto in Palestina».

«La legge ottomana rimane come base del sistema legale, con quelle modifiche, miranti specialmente alla semplificazione della procedura, che sono state introdotte per mezzo di ordinanze o regolamenti del Tribunale, emanate dall’Amministrazione. Nel distretto di Beersheba fra i Beduini, la giustizia continua ad essere amministrata secondo il diritto consuetudinario del Consiglio degli sceicchi, contro le decisioni del quale si può produrre appello a un funzionario inglese».

Archeologia.

È stato formato un Dipartimento delle Antichità, sotto la direzione del professore J. Garstang, ed è stato approvato un complesso regolamento per la conservazione delle antichità. Sono stati concessi permessi per eseguire scavi a varie autorità competenti, come Società inglesi, francesi, palestinesi, italiane ed americane. È stato fondato un Museo nazionale palestinese.

La Società «Pro Jerusalem» riceve un sussidio governativo.

Opera dei vari Dipartimenti.

Ferrovie. – Sono stati compiuti vari miglioramenti, fra cui il rafforzamento della linea Rafah-Caiffa, l’allargamento del binario sulla linea Giaffa-Lidda. Il bilancio delle ferrovie è quasi al pareggio.

Commercio e industrie. - Sono state formate Camere di Commercio in tutte le città principali. Si è verificata una diminuzione generale dei prezzi, ma essi sono ancora relativamente alti. Sono state abolite quasi tutte le limitazioni di importazione ed esportazione. Sono state create parecchie nuove imprese industriali, e l’industria edilizia si ravviva. La sola valuta egiziana ha corso legale; ma è permessa anche la circolazione di altre valute.

Agricoltura. - Viva è stata l’attività del Dipartimento dell’Agricoltura. Il personale tecnico visita continuamente i villaggi, e un servizio di veterinari attende a combattere le malattie contagiose del bestiame. È stato istituito un servizio per le pescherie, e sono state fondate 4 stazioni meteorologiche. È stata posta in vigore un’ordinanza per la protezione delle foreste, e si è iniziato il rimboschimento. Sono state organizzate mostre agricole. Agli agricoltori sono stati concessi prestiti per l’importo di 37.000 L. E. Sono state istituite Corti speciali per definire i titoli di proprietà delle terre e così porre ordine nella confusione, che in questa materia regnava sotto il regime turco. È stato istituito un Dipartimento di agrimensura, e messa in vigore un’ordinanza per le terre (Land Ordinances). I catasti (Land Registries) sono stati riaperti nellottobre 1920 per operazioni, e in nove mesi ne sono state registrate più di 2000.

Istruzione (1) - «Si nota in tutta la Palestina un vivo desiderio di avere mezzi per l’istruzione. La maggioranza dei musulmani è analfabeta, e il compito di istituire un numero di scuole sufficienti per i loro bisogni è di una certa difficoltà. L’Amministrazione ha adottato un sistema per il quale gli abitanti di ogni città o villaggio, dove occorre l’istituzione di una scuola, sono invitati a porre a disposizione un edificio adatto allo scopo e di provvedere alla sua manutenzione; il Governo provvede agli stipendi degli insegnanti e alle altre spese di manutenzione. Con questo sistema si stanno aprendo nuove scuole, con la media di più di una per settimana.

«Si continuerà con questo sistema finché tutto il paese sarà completamente fornito di scuole. Sarà necessario per questo un periodo, probabilmente, di 4 anni».

Vi sono due scuole normali governative, e un servizio governativo di insegnanti ambulanti.

«Fortunatamente un certo numero di scuole private, mantenute per la maggior parte da organizzazioni stabilite al di fuori della Palestina, porgono aiuto nel compito di provvedere ai bisogni scolastici della popolazione».

«È stata iniziata la regolare concessione di sussidi di Stato a queste scuole, concessione accompagnata da ispezioni governative. La situazione finanziaria, però, permette solamente la distribuzione di una somma molto modesta».

Salute pubblica. - Le condizioni sanitarie delle città sono efficacemente sorvegliate, e funziona un servizio di quarantena. Il Governo mantiene 15 ospedali, 21 dispensari, 8 cliniche e 5 lazzaretti. «Inoltre a Gerusalemme e in altre città i Sionisti ed altre organizzazioni religiose provvedono all’assistenza ospitaliera, in grande misura, e attendono anche ad alcune altre opere sanitarie, in maniera ammirevole». Si progredisce nella lotta contro la malaria e le malattie degli occhi. «Le scuole sono sottoposte ad ispezione medica. Sono adottati speciali provvedimenti per la cura del tracoma, da cui è affetta una percentuale la quale va dal 60 per cento al 95 per cento dei fanciulli delle scuole, secondo le località. Una clinica oftalmica ambulante cura moltissimi ammalati, sia adulti, sia fanciulli. Al di fuori di queste malattie, la salute della Palestina è stata notevolmente buona, e le malattie contagiose sono state efficacemente contenute».

Lavori pubblici. - Alcune strade principali sono state ricostruite, o sono in via di ricostruzione. La gettata di Caiffa è stata considerevolmente ampliata. Ma in generale «i vari lavori, di cui ha bisogno il paese, e che dovrebbero servire ad accrescerne la prosperità e il reddito, si sono dovuti rimandare a quando sarà promulgato il Mandato e potrà essere emesso un prestito».

Poste. - Il servizio postale è Stato migliorato e molte delle più importanti linee telegrafiche e telefoniche sono state rinforzate. Vi sono 700 abbonati al telefono, e 22 uffici pubblici.

Immigrazione e turismo. - Durante l’anno sono entrati nel paese poco più che 10.000 immigranti, quasi tutti Ebrei. L’immigrazione è ora limitata a persone che rientrano in alcune determinate categorie. Sono stati presi provvedimenti contro alcuni membri di un gruppo comunista. Si sono adottate misure per incoraggiare il movimento turistico.

Consigli municipali. - La costituzione dei Consigli municipali avviene ora per nomina; ma si stanno prendendo misure per ristabilire il sistema elettivo. È stata messa in vigore un’ordinanza per i piani regolatori delle città; e si sono preparati i piani per Gerusalemme e Caiffa. L’approvvigionamento di acqua per Gerusalemme è stato ancora aumentato.

Transgiordania.

La Transgiordania ha una popolazione approssimativa di 350.000 abitanti, in parte sedentari e in parte nomadi. Sono stati formati Consigli locali di beduini, e sono stati destinati 5 ufficiali inglesi per assisterli.

Nel marzo «si concluse un accordo per il quale l’Emiro (‘Abdullah) accettò di amministrare la Transgiordania, sotto la direzione dell’Alto Commissario di Palestina, come rappresentante della Potenza mandataria, e con l’assistenza di un piccolo numero di ufficiali inglesi, per un periodo di sei mesi, non essendo ancora decisa una sistemazione definitiva. Doveva essere garantito l’ordine e la sicurezza pubblica e non dovevasi fare alcun attacco alla Siria.

«Da quel tempo ha continuato a verificarsi una stretta connessione fra la Palestina e h Transgiordania. I rappresentanti inglesi rimangono nei centri principali». Ma ordine e sicurezza mancano ancora.

Questa parte del Rapporto cosi conclude:

«La connessione politica ed economica fra Palestina e Transgiordania è molto stretta. Il commercio è attivo; le comunicazioni sono costanti; se in uno dei due paesi avvengono disordini, questi non possono non riuscire di danno all’altro; l’impedimento di incursione dall’est del Giordano, e il mantenimento dell’ordine in quellla regione sono di non piccola importanza per la popolazione che è all’occidente. Anche la Siria ha grande interesse perché sia mantenuto l’ordine al suo confine meridionale. Se la Transgiordania cadesse in preda all’anarchia ne soffrirebbero non solo i suoi abitanti, ma anche i territori vicini. Tutti essi attendono dalla Potenza mandataria che impedisca una eventualità, la quale, se mancasse l’influenza e l’autorità della Potenza stessa, potrebbe dimostrarsi non remota».

Il Rapporto ha 4 appendici. La prima dà una lista delle ordinanze entrate in vigore prima della costituzione del Consiglio Consultivo (2). La seconda classifica i funzionari dei vari distretti secondo le nazionalità e la religione. Vi sono 2.490 funzionari, di cui 360 appartengono al ruolo superiore (3) e 2.130 al ruolo inferiore (4).

Nel primo vi sono 179 inglesi (165 cristiani e 14 ebrei) e 181 palestinesi (82 cristiani, 36 ebrei, 63 musulmani). Nel secondo vi sono 89 inglesi (76 cristiani e 3 ebrei) e 2.041 palestinesi (967 cristiani, 553 ebrei, 521 musulmani).

La terza appendice dà il bilancio preventivo per il 1921-1922. La entrata totale prevista è di L. E. 2.214.047 (fra cui L. E. 158.943 dogane, 617.225 licenze, ecc., 142.334 poste e telegrafi, 970.000 ferrovie); l’uscita prevista di L. E. 2.286.133 (fra cui L. E. 745.579 ferrovie, 119.526 poste ecc., 216.642 pubblica sicurezza, prigioni, 103.000 istruzione, 210.000 debito pubblico ecc.).

La quarta appendice dà il valore totale delle importazioni e delle esportazioni dall’aprile 1919 al giugno 1921. Ecco le cifre:

Aprile 1919- marzo 1920:


ImportazioniEsportazioni
L.E.4.191.060773.443
L.E.5.216.633771.701


(Palestine, 10-9-1921).



Cap. 34

Top 33 ↑ cc 35 → § 34a

Commenti palestinesi al rapporto Samuel

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 289-290

Commenti palestinesi al rapporto Samuel. - Il Karmel, giornale arabo musulmano di Caiffa, suppone che questo Libro Bianco sia stato pubblicato per prevenire la propaganda antisionista della Delegazione palestinese, e invita questa a confutarlo con un opuscolo in inglese e francese da diffondere in Inghilterra e nel resto d’Europa, per dimostrare come, abbandonato il programma sionista, l’Inghilterra non avrà bisogno di mantenere in Palestina numerose truppe e una forte gendarmeria; essa potrà conservare il paese con poca spesa. Le esigenze dei Sionisti non sono, checchè ne dica il Commissario, compatibili con i diritti degli Arabi, che vengono sacrificati.

«Forse l’Alto Commissario teme che l’Inghilterra tenda a soddisfare le aspirazioni degli indigeni concedendo loro un Governo nazionale, e prevede che da qualsiasi mutamento improvviso e violento possano derivare conseguenze dannose ... , memore delle conseguenze che ebbe il cambiamento improvviso [di regime] dell’anno scorso, che determinò una forte corrente migratoria». [Allude all’emigrazione di Arabi palestinesi verso l’America, dovuta all’impoverimento del paese dopo la guerra, all’inizio del Governo di Samuel, ed ai divieti di esportazione dell’olio e dei cereali].

Quanto alla dichiarazione dell’Alto Commissario di voler diminuire il numero dei funzionari inglesi, sostituendoli con indigeni, il Karmel teme che questi ultimi saranno Ebrei, il cui numero nei pubblici uffici costantemente cresce, e preferirebbe che rimanessero gli Inglesi. Termina annunciando un probabile opuscolo edito dalle società nazionaliste palestinesi o dalla Commissione Esecutiva del Congresso, che in base agli avvenimenti di questo ultimo anno dimostri l’impossibilità di un accordo fra indigeni ed Ebrei. (al-Karmel, 7-9-1921). - V. d. B.



La Delegazione Palestinese e la propaganda

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 290

La Delegazione Palestinese e la propaganda. - Dopo aver lodato l’attività della Delegazione Palestinese a Londra, e il consenso che vi trova negli ambienti politici, il Karmel rileva che essa, più che una missione ufficiale politica, è una missione di propaganda.

La Palestina non può appoggiare la propria Delegazione come l’Irlanda sostiene de Valera, l’India la Delegazione pro Califfato, e l’Egitto Zaghlul, perché il suo popolo è debole per numero e importanza politica. La Francia e l’Inghilterra seguono verso il mondo arabo una politica di smembramento; non solo la Palestina è stata divisa dalla Siria, ma le hanno tolto la Transgiordania, per rendere più difficili i rapporti con il Higiaz e la Mesopotamia; alla Siria viene applicato il decentramento; altre misure simili si prevedono in Mesopotamia.

Contro questi sistemi si può reagire con la propaganda, illuminando l’opinione pubblica inglese sui disastrosi effetti della politica sionista per il suo buon nome in Oriente. Non che i colloqui della Delegazione col Papa e coll’arcivescovo di Canterbury non abbiano dato buoni risultati, ma oggi è necessario battere una via diversa; pubblicare articoli nella stampa inglese, tener conferenze, far parlare predicatori nelle chiese, ricorrere a mezzi pratici moderni per diffondere nel pubblico britannico la conoscenza del punto di vista palestinese. Se i membri della Delegazione non sono in grado di prendere personalmente contatto con l’opinione pubblica, si rivolgano a scrittori ed oratori inglesi intenditori di questioni orientali, come affiderebbero la difesa dei loro privati interessi ad abili avvocati. Quanti agl’indigeni della Palestina, combattano la politica di smembramento con un’attiva propaganda, estesa a tutto il mondo arabo, in modo che la questione palestinese non sia considerata da sola, ma venga a collegarsi ai problemi generali dei paesi arabi. (al-Karmel, 10-9-1921). - V. d. B.


Cap. 36

Top 35 cc ↓ 37 → § 36a

La Delegazione Palestinese alla Camera dei Lordi

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5,
15 ottobre 1921, p. 290
La Delegazione Palestinese alla Camera dei Lordi. - La Delegazione Palestinese è stata ricevuta in una delle sale della Camera dei Lordi da sette membri di questa, fra cui Lord Lamington, Lord Sydenham e il Duca di Sutherland.

I delegati dichiararono che la colonia palestinese di Washington ha mandato un contributo di mille ghinee alla Società Musulmano-Cristiana di Gerusalemme; alla riunione partecipava ancbe Miss Newton (v. Oriente Moderno, fasc. III, pag. 159, col. 2).

La Delegazione ha dato ricevimento alla Missione indiana [musulmana] ed afgana; con quest’ultima ha· conferito a lungo, ottenendone promesse di aiuto nei limiti del possibile. Tre delegati sono partiti per Ginevra per assistere al Congresso Siriano. (al-Karmel, 31-8-1921). - V. d. B.



Cap. 37

Top 36 ↑ cc 38 → § 37a

La Società Cristiana degli Arabi Palestinesi
contro la collaborazione

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 290-291
15 ottobre 1921.

La Società Cristiana degli Arabi Palestinesi contro la collaborazione. - In seguito all’invito fatto dall’Alto Commissario Samuel ad alcuni notabili palestinesi cristiani e musulmani di collaborare con lui nella questione dell’Assemblea elettiva consultiva, la Società Cristiana (Gam’iyyah masihiyyah) convocò, il 18 agosto, una riunione di soci suoi, di membri della Società Musulmana (Gam’iyyah islamiyyah) e di persone colte (mufakkirun) del paese, che approvarono una risoluzione di protesta, da comunicarsi alla stampa e alla presidenza delle due Associazioni suddette, e dichiararono che «chi desiderava aderire all’invito del Commissario era libero di farlo; senonchè chi sostiene la Delegazione Palestinese e la Commissione Esecutiva deve essere alieno dall’occupare qualsiasi posto prima che vengano decise le sorti del paese e del mandato, mentre chi aderisce all’invito del Commissario ha almeno il dovere di protestare spontaneamente, in base alle proteste già presentate dalle Associazioni, prima di iniziare le trattative, dimostrando così il proprio patriottismo».

Segue il testo della protesta:
«Poichè il IV Congresso Arabo Palestinese ha incaricato una Delegazione di rivendicare i diritti della popolazione musulmana e cristiana, e avendo questa Delegazione, prima della sua partenza, rifiutato di restare in patria per intavolare trattative intese ad elaborare uno Statuto (qanun asasi) per la Palestina, decisione approvata dalla Commissione Esecutiva del Congresso, nell’interesse della Delegazione, attualmente a Londra; e dato che le persone invitate dal Commissario sono in maggioranza membri dell’Assemblea Consultiva, l’operato dei quali venne deplorato più volte, o capi di municipalità i quali, in massima parte, sono designati dal Commissario e vengono considerati quali funzionari, noi, col massimo rispetto per la persona di ognuno di loro, protestiamo con tutte le forze contro l’accettazione da parte di quale che sia degli invitati, della proposta di iniziare trattative su quell’argomento, e contro ogni decisione che verrà presa».
Firmato: Il segretario della Società Cristiana


La Società Musulmana di Caiffa e la Commissione dei Palestinesi residenti in Egitto hanno approvato ordini del giorno analoghi (al-Haqiqab di Beirut, 31-8-1921).

La «Haqiqab» sospesa dal Governo ai primi di maggio, ha ripreso le sue pubblicazioni in agosto. Giunge in Europa con forte ritardo. - V. d. B.


Cap. 38

Top 37 ↑ cc 39 → § 38a

Il Congresso Siriano-Palestinese a Ginevra

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 291
15 ottobre 1921.

Il Congresso Siriano-Palestinese a Ginevra si è aperto il 1° settembre presieduto dal principe Michele Lutfallah, che dà il benvenuto a Ta’nah al-’Imad bey, rappresentante dei nazionalisti arabi dell’Argentina.

Vengono letti telegrammi delle Associazioni musulmano-cristiane di Nabulus e del Comitato palestinese di Egitto, che affermano la loro confidenza nel Congresso, e respingono formalmente il mandato britannico basato sulla dichiarazione Balfour. Dopo la lettura del telegramma d’incoraggiamento di un deputato francese, si passa ad esaminare il rapporto da presentarsialla Società delle Nazioni.

Nelle sedute del 5, 6 e 7 sono continuate le sedute. Suleiman Kan’an bey, membro dell’antico Consiglio amministrativo del Libano, ha presentato un rapporto sulle attuali condizioni di quella regione. Viene costituito un Comitato esecutivo incaricato di attuare le decisioni prese dal Congresso.

Si legge un telegramma di simpatia diretto al Presidente dal Re del Higiaz.

Il Congresso si è chiuso il 21 settembre, approvando all’unanimità il rapporto da presentarsi alla Società delle Nazioni, nel quale invoca una inchiesta sui luoghi, affinchè risulti chiaramente qual è la volontà delle popolazioni. Il Congresso ha approvato le seguenti risoluzioni:
  1. Riconoscimento dell’indipendenza e della sovranità al Libano, Siria e Palestina;
  2. Diritto per questi paesi di unirsi sotto un Governo civile e con Parlamento proprio, e di federarsi con gli altri Stati arabi;
  3. Pronunciamento immediato della cessazione del mandato;
  4. Sgombro della Siria, Palestina e Libano da parte delle truppe franco-inglesi;
  5. Annullamento della Dichiarazione Balfour sulla sede nazionale ebraica.
(Journal de Genève, 3 e 9 settembre. Gazette de Lausanne, 2, 3, 9 settembre 1921). - V. d. B.

Nella seduta del 2 settembre vennero letti telegrammi dalle Associazioni musulmano-cristiane di Nabulus e del Comitato Palestinese di Egitto, dichiaranti che il popolo respinge formalmente il mandato britannico. (Daily Herald, 3-9-1921). V.d.B.


Cap. 39

Top 38 ↑ cc 40 → § 39a

Giornali del Congresso Palestinese

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 291-292
15 ottobre 1921.

Giornali del Congresso Palestinese. - II segretario della Commissione Esecutiva del IV Congresso Arabo-Palestinese comunica la prossima formazione di un suo giornale che uscirà dapprima in arabo e poi, appena se ne avranno i mezzi, pubblicherà un numero settimanale inglese. La Delegazione, prima di partire per l’Inghilterra, ha scelto a dirigerli Kamil Bey al-Badiri, membro del Congresso.

Il Karmel critica questo passo, che sarà interpretato come un segno di poca fiducia nella stampa araba locale che ha già qualche anno di esperienza e lotta con i propri mezzi, mentre le spese del nuovo giornale graverebbero sulla nazione. Approva invece l’idea di pubblicazioni propagandistiche in lingue europee, e osserva che la Delegazione avrebbe dovuto prepararne prima di partire, per diffonderle in Europa e specialmente in Inghilterra. (al Karmel, 14-9-1921).

V. d. B.


Cap. 40

Top 39 ↑ cc41 → § 40a

Ibrahim Hanano prigioniero a Gerusalemme

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 292
15 ottobre 1921.

Ibrahim Hanano prigioniero a Gerusalemme. - Il giornale an-Nadi al-Arabi di Gerusalemme pubblica una protesta inviata al Commissario Samuel contro l’arresto e la detenzione a Gerusalemme del patriota siriano Ibrahim Bey Hanano, che, passato dalla Siria in Transgiordania, domandò al Presidente dei mu’tamadin, funzionario britannico, un salvacondotto per attraversare la Palestina onde recarsi al Congresso di Ginevra. Ottenutolo ed entrato in Palestina, venne arrestato in base a denuncia del Governo francese di Siria, e imprigionato a Gerusalemme, dove si trova tuttora.

La stampa palestinese protesta contro questa violazione del diritto e dell’ospitalità; è stato telegrafato al Congresso di Ginevra denunciando il fatto. (al-Nadi al-’Arabi, 2-9-1921. al-Karmel, 7 e 10 settembre 1921).
V. d. B

Su Hanano si hanno le seguenti notizie: Secondo la Syrie egli aveva condotto la guerriglia contro i francesi nel Gebel Zawiyeh fino al maggio scorso, incendiando villaggi e commettendo assassinii. Il 10 luglio, inseguito dalle colonne francesi, si rifugiò in Transgiordania quasi solo, essendo caduto prigioniero il suo stato maggiore, e si mise a disposizione dell’EmiroAbdullah.

Il Near East aggiunge che Hanano venne arrestato a richiesta delle autorità francesi, e che ad ‘Amman, in Transgiordania, venne tenuto un comizio di protesta contro l’arresto, dopo il quale un ufficiale inglese, ispettore della gendarmeria, fu malmenato dalla folla. L’Emiro ‘Abdullah fece arrestare i responsabili, presentò scuse, e ordinò un’inchiesta. Il Near East osserva che i Siriani, memori della caduta di Faisal, non si adattano al regime francese, e che incidenti come questo minacciano di ripetersi, (La Syrie, 8-9-1921. Near East, 15-9-1921).

V. d. B.

Ibrahim Hanano prigioniero è sbarcato dal vapore Sphinx a Beirut il 16 settembre ammanettato, e dalle autorità è stato consegnato a quelle francesi. (al-Barq, 16-9-1921). - V. d. B.


Cap. 41

Top 40 ↑ cc42 → § 41a

Abolizione della censura in Palestina

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 292
15 ottobre 1921.

a) Abolizione della censura in Palestina. - A partire dal 1° ottobre è stata abolita in Palestina la censura sui giornali. (al-Karmel, 3-9-1921). - V.d.B.

b) Gendarmeria palestinese. - L’Alto Commissario ha consentito alla formazione di una gendarmeria palestinese, per garantire le frontiere dalle invasioni dei briganti, e per aiutare la polizia civile a mantenere l’ordine interno.

Essa verrà impiegata e istruita comu un corpo di polizia militare, e dopo sei mesi di istruzione verrà accasermata, a gruppi di 50 uomini a cavallo o 100 fanti, in varie parti della Palestina. Saranno accettate soltanto persone di ottimi precedenti. Saranno in tutto 500, 300 cavalieri e 200 fanti, e vi saranno ammessi ebrei, arabi e cristiani. (Near East, 1-9-1921). - V. d. B.



Cap. 42


Top 41 ↑ cc 43 → § 42a

Il Congresso Sionista di Carlsbad

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 5, p. 292-293
15 ottobre 1921.

Il Congresso Sionista di Carlsbad. - Dal 1° al 14 settembre scorso si è svolto in Carlsbad il XII Congresso Sionista. I risultati di esso sono assai importanti sia dal punto di vista politico, sia da quello economico e culturale. In complesse discussioni sono state trattate molte e fondamentali questioni. Riassumiamo quei punti che più specialmente precisano l’indirizzo che l’azione sionista seguirà in questioni vitali per la politica orientale in generale (1).

Il fatto più importante è la riaffermata fiducia alla politica del Weizmann, che è alla direzione del movimento e del Comitato Esecutivo. Dopo un primo voto di fiducia dato al Weizmann fin dalla quarta seduta, si è proceduto alla elezione della nuova Direzione che è riuscita, in sostanza, come la prima, e che resterà in carica per due anni. E ciò nonostante gli attacchi mossi da un insieme di oppositori all’opera del Weizmann, del Sokolow, e di alti dirigenti; attacchi originati da diversità di vedute in varie questioni (non ultima quella della collaborazione con l’Inghilterra, e della fiducia in Samuel) e altresì dal dissidio con il Sionismo americano.

Esaminando le dichiarazioni fatte dal Weizmann e dal Sokolow durante il Congresso si può vedere quale portata avrà per la prossima politica sionista la rielezione dell’antica Direzione.

A base dell’opera del Weizmann stanno due principi: la coincidenza degli interessi ebraici con quelli dell’Inghilterra, non per motivi strategici, «essendo la Palestina inutile all’Inghilterra in relazione al Canale di Suez», ma per più alte ragioni d’indole morale e politica; e la volontà del popolo ebraico di andare in Palestina.

Base pertanto della politica sionista resta la collaborazione con la potenza mandataria, e la fiducia nell’Alto Commissario Sir Herbert Samuel, che, nonostante gli errori da lui compiuti e causati dalla sua difficilissima situazione, resta sempre «Il nostro Samuel», chiamato all’alta carica dalla fiducia dei sionisti. Potrà venire un tempo in cui egli, Alto Commissario inglese, potrà trovarsi contro i Commissari per «Erez Israel» (2); perchè la Palestina non si identifica con Erez Israel. Ma ora egli merita tutta la fiducia, l’aiuto, il consiglio dei migliori uomini del Sionismo.

Altro punto importante del programma della nuova Direzione è l’atteggiamento verso gli Arabi. Questo deve essere ispirato dal desiderio di mantenere le più amichevoli relazioni; nè l’opera di alcuni sconsigliati o di turbe sobillate deve impedire l’opera di riavvicinamento tra i due popoli. Questo può avvenire in due grandi direzioni. Economicamente in Palestina, e culturalmente nei maggiori centri culturali arabi. Inviando i migliori uomini del Sionismo in tali centri si deve cercare di ristabilire quello spirito di collaborazione culturale che esisteva secoli fa e che deve tornare ad esistere. Il grande lavoro deve svolgersi entro il triangolo Mecca, Bagdad, Damasco.

Speciali dichiarazioni per i Luoghi Santi ha fatto Sokolow, protestando il più grande rispetto per le memorie di tutte le religioni, che trovano la loro ispirazione in Gerusalemme, città della pace.

Altro importante risultato del Congresso consiste nella costituzione dell’organizzazione sionista, sulla base specialmente del controllo e della pubblicità dell’operato della Direzione.

È stata infine confermata la decima come base del Keren Hajisod (fondo nazionale ebraico) e dichiarata obbligatoria.

L’appello al popolo giudaico, emanato dal Congresso, mostra la difficoltà dell’ora e la necessità di grande e concorde lavoro per arrivare all nuova ardua meta. - M. G.

(1) Rimandiamo i lettori di Oriente Moderno che desiderassero più complete notizie, ai periodici sionisti in generale; al settimanale italiano Israel (dal 1° settembre in poi) che dà ampia notizia del Congresso; e infine alla Wiener Morgenzeitung, la quale, con una Kongress-Ausgabe dà, nei numeri dal 1° al 16 settembre, il resoconto completo delle sedute, corredato di notizie esplicative e di commenti.

(2) In ebraico “terra d’ Israele”.



Cap. 43

Top 42 ↑ cc44 → § 43a

Riassunto della situazione in Palestina
al 1° novembre 1921

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 331
15 novembre 1921.

Riassunto della situazione in Palestina al 1° novembre 1921. – I rilevanti impieghi di capitali ebrei in Transgiordania sono considerati in alcuni ambienti politici come indice di un nuovo mutamento della politica inglese in Palestina, con un ritorno dell’unione della Palestina e della Transgiordania in un unico Stato, secondo le ispirazioni dei Sionisti. Tale tendenza, che non ha avuto finora alcuna conferma ufficiale, scontenta Arabi e Cattolici, acuendo sempre più quello stato di diffusa agitazione, in cui si svolge da un pezzo la vita della Palestina.


Cap. 44

Top 43 ↑ cc45 → § 44a

Gli schemi definitivi dei Mandati
per la Mesopotamia e per la Palestina
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 334-340
15 novembre 1921.

Gli schemi definitivi dei Mandati per la Mesopotamia e per la Palestina. – Come è noto, il Governo Britannico ha pubblicato ai primi di febbraio, in un «Libro Bianco» di 9 pagine che porta il numero [Cmd. 1176], i due schemi di Mandati per la Mesopotamia e per la Palestina, da presentarsi per l’approvazione alla Lega delle Nazioni. Questi testi sono stati riprodotti anche dal Times nei numeri del 3 e 5 febbraio 1921. Essi vennero comunicati al Segretario della Lega delle Nazioni, Sir Eric Drummond, accompagnati da una lettera di A. J. Balfour, delegato inglese presso la Lega delle Nazioni, con la data del 6 dicembre 1920.

Il 29 agosto 1921 sono usciti i testi definitivi (1) in forma di «Libro Bianco» [Cmd 1500], che traduciamo mettendo in corsivo le clausole, gli articoli e le parole che mancavano nel primo schema.

I. – SCHEMA DEL MANDATO PER LA MESOPOTAMIA.

Il Consiglio della Lega delle Nazioni considerando che, secondo l’art. 132 del Trattato di pace firmato a Sèvres il 10 agosto 1920, la Turchia ha rinunziato a favore delle principali potenze alleate ad ogni diritto e titolo sulla Mesopotamia;

considerando che, secondo l’art. 94 di detto Trattato, le alte Parti contraenti hanno convenuto che la Mesopotamia, in base al quarto paragrafo dellart. 22 della parte I (Statuto della Lega delle Nazioni), sia riconosciuta provvisoriamente quale Stato indipendente, salvo l’obbligo di ricevere consigli ed assistenza nella sua amministrazione da un Mandatario, fino al giorno in cui sarà capace di reggersi da sé («stand alone»), e che la delimitazione dei confini della Mesopotamia, diversi da quelli stabiliti in detto Trattato, e la scelta del Mandatario debbano essere fatte dalle principali Potenze alleate;

considerando che le principali Potenze alleate hanno scelto S. M. Britannica quale Mandatario per la Mesopotamia;

considerando che le condizioni del Mandato nei rispetti della Mesopotamia sono state formulate nei termini seguenti e presentate al Consiglio della Lega per l’approvazione;

considerando che S. M. Britannica ha accettato il Mandato su detti territori e si è impegnata ad esercitarlo per conto della Lega delle Nazioni, in conformità delle clausole che seguono;

approva le condizioni di detto Mandato come segue:

Art. 1. La Potenza mandataria (1), nel più breve tempo possibile, che non dovrà oltrepassare i tre anni dopo l’entrata in vigore del presente Mandato, elaborerà uno Statuto organico («Organic Law») per la Mesopotamia, il quale sarà sottoposto per l’approvazione al Consiglio della Lega delle Nazioni, e sarà da questo approvato al più presto possibile. Questo Statuto organico Sarà elaborato consultando le autorità indigene, tenendo conto dei diritti, interessi e desideri di tutte le popolazioni abitanti il territorio sottoposto a mandato. Esso conterrà misure destinate a facilitare il progressivo sviluppo della Mesopotamia a Stato indipendente. In attesa che entri in vigore tale Statuto organico, l’amministrazione della Mesopotamia sarà condotta in accordo con lo spirito del presente Mandato.

Art. 2. La Potenza mandataria potrà mantenere truppe nei territorii sottoposti al suo Mandato, per la difesa di questi territorii. Fino all’entrata in vigore dello Statuto organico ed al ristabilimento della sicurezza pubblica, essa potrà organizzare e adoperare forze locali necessarie al mantenimento dell’ordine e alla difesa di questi territorii. Tali forze potranno venir arruolate solamente fra gli abitanti dei territorii sottoposti al Mandato.

Dette forze locali dipenderanno perciò dall’autorità del luogo, e saranno sempre soggette al controllo che su di esse forze sarà esercitato dalla Potenza mandataria. Il Governo della Mesopotamia non le adopererà per altri scopi che quelli sopra indicati, eccetto che con il consenso della Potenza mandataria (2).

Nulla nel presente articolo potrà impedire al Governo della Mesopotamia di contribuire alle spese del mantenimento di qualsiasi forza armata tenuta in Mesopotamia dalla Potenza mandataria.

La Potenza mandataria avrà in ogni tempo il diritto di servirsi delle strade, delle ferrovie e dei porti della Mesopotamia per il movimento di forze armate e per il trasporto di combustibili e di rifornimenti.

Art. 3. Alla Potenza mandataria sarà affidato il controllo dei rapporti della Mesopotamia con l’estero, e il diritto di concedere gli «exequatur» ai consoli nominati da potenze straniere. Essa avrà anche il diritto di esercitare la protezione diplomatica e consolare sui cittadini della Mesopotamia che si trovino fuori dei suoi limiti territoriali.

Art. 4. Alla Potenza mandataria spetterà la responsabilità di provvedere a che nessun territorio mesopotamico venga ceduto, affittato, o in alcun modo sottoposto al controllo del Governo di alcuna Potenza straniera.

Art. 5. Le immunità e i privilegi degli stranieri, compresi i vantaggi di giurisdizione consolare e di protezione in altri tempi goduti, per Capitolazioni o per consuetudine, nell’Impero Ottomano, sono definitivamente abrogati in Mesopotamia.

Art. 6. Alla Potenza mandataria spetterà la responsabilità di provvedere a che il sistema giudiziario da stabilirsi in Mesopotamia salvaguardi: a) gl’interessi degli stranieri; b) la legge e (fin dove sarà ritenuto opportuno) la giurisdizione attualmente vigente in Mesopotamia, nei riguardi delle questioni derivanti dalle credenze religiose di alcune comunità (quali le leggi dei «Wakf» e lo statuto personale). In particolare la Potenza mandataria si impegna a che il controllo e l’amministrazione dei «Waqf» siano esercitati in accordo con il diritto canonico («religious law») e con le disposizioni dei fondatori.

Art. 7. In attesa di addivenire con Potenze straniere a speciali accordi intorno all’estradizione relativamente alla Mesopotamia, i trattati di estradizione in vigore fra Potenze straniere e la Potenza mandataria saranno applicati alla Mesopotamia.

Art. 8. La Potenza mandataria assicurerà a tutti completa libertà di coscienza, e il libero esercizio di tutte le forme di culto, purché siano salvi l’ordine pubblico e la morale. Nessuna differenza di nessun genere sarà fatta fra gli abitanti della Mesopotamia a causa di razza, di religione o di lingua. La Potenza mandataria promuoverà l’istruzione per mezzo delle lingue indigene della Mesopotamia. Non sarà negato o diminuito il diritto di ogni comunità al mantenimento di scuole proprie, per l’educazione dei suoi membri nella sua propria lingua (purché si conformino ai requisiti educativi d’ordine generale che l’Amministrazione potrà imporre).

Art. 9. Nulla in questo Mandato dev’ essere interpretato nel senso che conferisca alla Potenza mandataria l’autorità di ingerirsi nella costruzione ed amministrazione («management») dei santuari, le immunità dei quali sono garantite.

Art. 10. Spetterà alla Potenza mandataria di esercitare sulle attività dei missionarii in Mesopotamia la sorveglianza che può essere richiesta per il mantenimento dell’ordine e pel buon Governo. Salvo tale sorveglianza, nessuna misura verrà presa in Mesopotamia tale da impedire dette attività od ingerirsene, o usar differenze di trattamento a danno di qualsiasi missionario, a causa della sua religione o nazionalità.

Art. 11. La Potenza mandataria dovrà vigilare a che non sia fatta alcuna differenza di trattamento a danno dei cittadini di qualsiasi Stato appartenente alla Lega delle Nazioni (comprese le società costituite secondo le leggi di tali Stati), in confronto ai cittadini della Potenza mandataria o di qualsiasi Stato straniero, per tutto quanto si riferisce a tasse, commercio, navigazione, esercizio di industrie e di professioni, o nel trattamento di navi mercantili o di aereonavi civili. Similmente nessuna distinzione sarà fatta in Mesopotamia contro le merci provenienti da uno qualsiasi di tali Stati o ad essi destinate, e vi sarà libertà di transito, a giuste condizioni, attraverso la zona sottoposta a mandato.

Salvo le condizioni suddette il Governo mesopotamico potrà, su consiglio della Potenza mandataria, imporre tasse e dazi doganali che crederà necessarii, e prendere le misure che gli parranno più opportune per promuovere lo sviluppo delle risorse naturali del paese e per salvaguardare gl’interessi della popolazione.

Nulla in questo articolo impedirà al Governatore mesopotamico, su consiglio della Potenza mandataria, di concludere accordi doganali speciali con qualsiasi Stato il cui territorio nel 1914 era interamente compreso nella Turchia asiatica o nell’Arabia.

Art. 12. La Potenza mandataria aderirà per conto della Mesopotamia a qualsiasi convenzione internazionale generale già esistente o che possa venir conclusa in seguito, con l’approvazione della Lega delle Nazioni, relativamente al traffico degli schiavi, delle armi e munizioni, delle medicine, o relativamente all’eguaglianza commerciale, alla libertà di transito e navigazione, alle leggi sulla navigazione aerea, comunicazioni ferroviarie, postali, telegrafiche e radiotelegrafiche, o alla proprietà artistica, letteraria, industriale.

Art. 13. La Potenza mandataria assicurerà, per quanto lo permettano le condizioni sociali, religiose e altre, la collaborazione del Governo mesopotamico, nell’esecuzione di qualsiasi politica comune adottata dalla Lega delle Nazioni per prevenire e combattere malattie, comprese quelle delle piante e degli animali.

Art. 14. La Potenza mandataria, entro dodici mesi dall’entrata in vigore del Mandato, otterrà la promulgazione e assicurerà l’esecuzione di una legge sulle antichità, basata sul contenuto dell’art. 421 della Parte XIII del Trattato di Pace con la Turchia. Questa legge sostituirà l’antica legge ottomana, sulle Antichità, e garantirà parità di trattamento, in materia di ricerche archeologiche, ai cittadini di tutti gli Stati appartenenti alla Lega delle Nazioni.

Art. 15. All’entrata in vigore dello Statuto organico saranno presi accordi fra la Potenza mandataria e il Governo mesopotamico circa le condizioni alle quali quest’ultimo si assumerà i lavori pubblici ed altri servizii di carattere permanente, i cui benefici passeranno al Governo mesopotamico.

Tali accordi saranno comunicati al Consiglio della Lega delle Nazioni.

Art. 16. Nulla in questo Mandato impedirà alla Potenza Mandataria di stabilire un sistema d’autonomia locale per le aree prevalentemente curde nella Mesopotamia, quand’esso possa essere considerato opportuno («suitable ») (1).

Art. 17. La Potenza mandataria presenterà al Consiglio della Lega delle Nazioni una relazione annua sulle misure prese durante l’anno per porre ad effetto le clausole («provisions») previste dal Mandato.

Copie di tutte le leggi e regolamenti promulgati od emessi durante l’anno saranno comunicate insieme alla relazione.

Art. 18. È necessario il consenso del Consiglio della Lega delle Nazioni per ogni modificazione ai termini del presente Mandato, purchè, nel caso di qualsiasi modificazione proposta dalla Potenza mandataria tale consenso sia dato dalla maggioranza del Consiglio.

Art. 19. – Nel caso che fra i membri della Lega delle Nazioni sorgesse qualsiasi divergenza sull’interpretazione o sull’applicazione dei presenti provvedimenti, tale da non potersi comporre per mezzo di negoziati, la divergenza sarà sottoposta al Tribunale Permanente di Giustizia Internazionale, previsto dall’Art. 14 dello Statuto della Lega delle Nazioni.

Art. 20. – Nel caso di scadenza del Mandato conferito al Mandatario con questa dichiarazione, il Consiglio della Lega delle Nazioni prenderà quei provvedimenti che riterrà necessarii per assicurare sotto la garanzia della Lega, che il Governo mesopotamico farà pienamente onore agl’impegni finanziarii legalmente assunti dal Mandatario nel periodo del Mandato, compresi i diritti degli impiegati dello Stato a pensioni e gratificazioni.

La presente copia sarà depositata negli archivii della Lega delle Nazioni. Copie autenticate saranno inviate dal Segretario Generale della Lega delle Nazioni a tutte le Potenze firmatarie del Trattato di Pace con la Turchia.

Note redazionali di “Oriente Moderno”

(1) Presentati al Parlamento inglese nell’agosto 1921. Il titolo è: Mandates. Final draft of the Mandate for Mesopotamia and Palestine for the approval of the Council of the League of Nations. London, 1921, in-8°, 13 pp.

(2) Traduciamo così seguendo l’uso italiano; il testo inglese ha sempre The Mandatory «Il Mandatario».

(3) Il primo schema aveva: «la quale (potenza mandataria) non le adopererà per altri scopi che quelli sopra indicati, eccetto che con il consenso del Governo della mesopotamia».

(4) Questo articolo, che mancava nel primo schema, fu introdotto in seguito all’aggravarsi delle turbolenze da parte dei Curdi. Cfr. Oriente Moderno, fasc. 3°, pagina 136; fasc. 4°, p. 220 col. I; fasc. 5°, p. 284 colonna II. Sulla questione curda al Congresso della Pace, fasc. 2°, p. 72-75.


II. - SCHEMA DEL MANDATO PER LA PALESTINA.

Il Consiglio della Lega delle Nazioni considerando che, secondo l’art. 132 del Trattato di pace firmato a Sèvres il 10 agosto 1920, la Turchia ha rinunziato a favore delle principali potenze alleate ad ogni diritto e titolo sulla Palestina;

considerando che, secondo lart. 95 di detto Trattato, le alte Parti contraenti consentirono ad affidare, in base alle causole dell’art. 22 [Statuto SdN], l’amministrazione della Palestina, in quei confini che saranno determinati dalle principali Potenze alleate, ad un Mandatario che dev’essere scelto dalle dette Potenze;

considerando che, secondo il medesimo articolo, le alte Parti contraenti consentirono inoltre che il Mandatario avesse la responsabilità di eseguire la Dichiarazione fatta in origine il 2 novembre 1917 dal Governo di S. M. britannica, e adottata dalle altre Potenze alleate, in favore della fondazione in Palestina di una Sede nazionale per il popolo ebraico, (1) essendo chiaramente inteso che nulla sarebbe fatto che possa recar pregiudizio ai diritti civili e religiosi delle Comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o ai diritti e allo statuto politico di cui godono gli Ebrei in qualsiasi altro paese;

considerando che in tal modo vengono riconosciute la connessione (“connection”) storica del popolo ebraico colla Palestina e le ragioni di ricostituire la sua Sede nazionale in quel paese;

considerando che le principali Potenze alleate hanno scelto S.M. britannica quale Mandatario per la Palestina;

considerando che le condizioni del Mandato nei rispetti della Palestina sono state formulate nella forma che segue e presentate al Consiglio della Lega per l’approvazione;

considerando che S. M. britannica ha accettato il mandato nei riguardi della Palestina ed ha acconsentito ad esercitarlo per conto della Lega delle Nazioni in conformità alle clausole che seguono;

approva le condizioni di detto Mandato come segue:

Art. 1. – S. M. britannica avrà il diritto di esercitare quale Mandatario, tutti i poteri inerenti al Governo di uno Stato sovrano, in quanto non siano limitati dai termini del presente Mandato.

Art. 2. - La Potenza mandataria (2) si assume la responsabilità di porre il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da assicurare lo stabilimento di una Sede nazionale ebraica, qual è descritta nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni autonome («self-goverment institutions»), nonchè la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, senza distinzione di razza e di religione.

Art. 3. - La Potenza mandataria incoraggerà l’autonomia locale nella misura più ampia compatibile con le condizioni generali.

Art. 4. - Una Agenzia ebraica adatta sarà riconosciuta come Ente pubblico allo scopo di dar pareri e cooperare coll’Amministrazione della Palestina in quelle materie economiche, sociali e d’altra natura che possono influire sulla formazione della Sede nazionale ebraica e sull’interesse della popolazione ebraica della Palestina, e, salvo sempre il controllo dell’Amministrazione, di aiutare e partecipare allo sviluppo del paese.

L’Organizzazione Sionistica, - finché, a giudizio della Potenza mandataria, avrà organizzazione e costituzione corrispondenti allo scopo - sarà riconosciuta come tale Agenzia. Consigliandosi col Governo di S. M. britannica, essa prenderà le misure atte ad assicurare la cooperazione di tutti gli Ebrei che vogliano aiutare lo stabilimento della Sede nazionale ebraica.

Art. 5. - Alla Potenza mandataria spetterà di provvedere affinché nessun territorio palestinese sia ceduto, affittato, o posto in alcun modo sotto il controllo del Governo di qualsiasi Potenza straniera.

Art. 6. - L’Amministrazione della Palestina, mentre provvederà che i diritti e la posizione degli altri elementi della popolazione non siano pregiudicati, faciliterà l’immigrazione ebraica a condizioni convenienti, e incoraggerà, cooperando colla Agenzia ebraica, di cui all’art. 4, un compatto insediamento («lose settlement») di Ebrei nelle campagne, comprese le terre demaniali ed i terreni incolti non richiesti da fini pubblici.

Art. 7. - All’Amministrazione della Palestina spetterà la promulgazione di una legge sulla cittadinanza («a nationality law»). In questa legge dovranno essere incluse clausole elaborate in modo da facilitare l’assunzione della cittadinanza palestinese da parte di Ebrei che prendano stabile residenza in Palestina.

Art. 8. - Le immunità e i privilegi degli stranieri, compresi i vantaggi di giurisdizione consolare e di protezione in passato goduti per Capitolazioni o consuetudine nell’Impero Ottomano, sono definitivamente abrogati in Palestina.

Art. 9. - Alla Potenza mandataria spetterà di provvedere che il sistema giudiziario stabilito in Palestina salvaguardi: a) gl’interessi degli stranieri; b) la legge e (fin dove si riterrà opportuno) la giurisdizione attualmente vigente in Palestina riguardo ai problemi determinati dalle credenze religiose di alcune Comunità (quali le leggi dei «Wakf» e lo Statuto personale). La Potenza mandataria si impegna in particolare a che il controllo e l’Amministrazione dei «Wakf» siano esercitati in accordo con il diritto canonico («religious law») e con le disposizioni dei fondatori.

Art. 10. - In attesa di addivenire a speciali accordi intorno all’estradizione nei rispetti della Palestina, i trattati d’estradizione in vigore fra la Potenza mandataria ed altri Potenze straniere saranno applicati alla Palestina.

Art. 11. - L’Amministrazione della Palestina prenderà tutte le misure necessarie per salvaguardare gl’interessi della Comunità in connessione con lo sviluppo del paese e, in base all’art. 311 del Trattato di Pace colla Turchia, avrà piena e completa autorità di provvedere alla proprietà pubblica o al controllo di qualsiasi delle risorse naturali del paese o delle opere pubbliche, dei servizi ed imprese («utilities») stabiliti o da stabilirsi. Introdurrà un sistema fondiario adatto ai bisogni del paese, tenendo conto, fra l’altro, dell’opportunità di promuovere il compatto insediamento («settlement») e la coltivazione intensiva della terra.

L’Amministrazione potrà accordarsi collAgenzia ebraica di cui all’art. 4, per la costruzione o l’esercizio, a patti giusti ed equi, di tutti i lavori pubblici, servizi o imprese, e per lo sviluppo delle risorse naturali del paese, in quanto essi non siano direttamente assunti dall’Amministrazione. Ognuno di tali accordi provvederà a che gli utili ripartiti dall’Agenzia, direttamente o indirettamente, non eccedano un ragionevole interesse del capitale, e che gli ulteriori utili siano da essa devoluti a beneficio del paese in modo approvato dall’Amministrazione.

Art. 12. - Alla Potenza mandataria sarà affidata la direzione delle relazioni estere della Palestina, e il diritto di rilasciar « exequatur» ai consoli nominati dalle Potenze straniere. Essa avrà pure capacità di accordare protezione diplomatica e consolare ai cittadini della Palestina che si trovino fuori dei suoi limiti territoriali.

Art. 13. - Ogni responsabilità relativa ai Luoghi Santi e agli edifici o siti religiosi in Palestina, compresa quella di conservare diritti esistenti, di garantire il libero accesso ai Luoghi Santi, agli edifici e siti religiosi, e il libero esercizio del culto, nonché di assicurare quanto è richiesto dall’ordine pubblico e dal decoro, è assunta dalla Potenza mandataria, la quale ne risponderà soltanto di fronte alla Lega delle Nazioni in tutte le materie che con questa abbiano rapporto: purché nulla di quanto è previsto in quest’articolo impedisca alla Potenza mandataria di prendere coll’Amministrazione quegli accordi che possano essere ritenuti ragionevoli allo scopo di attuare le clausole di quest’articolo; e purché nulla in questo Mandato debba esser interpretato nel senso che conferisca alla Potenza mandataria l’autorità di ingerirsi nella costruzione o amministrazione («management») di santuarii puramente musulmani, le cui immunità sono garantite.

Art. 14. - Conforme all’art. 95 del Trattato di Pace colla Turchia, la Potenza mandataria s’impegna a nominare al più presto possibile una speciale Commissione per studiare e regolare tutte le questioni e rivendicazioni che riguardano le diverse Comunità religiose. Nella formazione di questa commissione sarà tenuto conto dei relativi interessi religiosi. Il Presidente della Commissione sarà nominato dal Consiglio della Lega delle Nazioni. Questa Commissione avrà il dovere di assicurare che determinati Luoghi Sacri, edifici o siti religiosi, considerati con speciale venerazione dai seguaci di una data religione, siano affidati al controllo permanente di enti adatti («suitable bodies») che rappresentino i seguaci della religione relativa (3).

La scelta dei Luoghi Santi, degli edifici o siti religiosi, da affidare a questi Enti, sarà fatta dalla Commissione, previa approvazione della Potenza mandataria.

In ogni caso previsto da questo articolo, non potranno tuttavia venir diminuiti il diritto e il dovere della Potenza mandataria a mantenere l’ordine e il decoro nel luogo; e gli edifici ed i siti saranno sottoposti ai provvedimenti delle leggi relative ai monumenti pubblici, da promulgarsi in Palestina con l’approvazione della Potenza mandataria.

I diritti di controllo conferiti in base a quest’articolo saranno garantiti dalla Lega delle Nazioni.

Art. 15. - La Potenza mandataria provvederà a che a tutti siano assicurati completa libertà di coscienza e il libero esercizio di tutte le forme di culto, a condizione soltanto che siano salvi il mantenimento dell’ordine pubblico e la morale.

Nessuna differenza di nessun genere sarà fatta fra gli abitanti della Palestina a causa di razza, di religione o di lingua. Nessuna persona sarà esclusa dalla Palestina per il solo motivo della sua credenza religiosa.

Non sarà negatto o diminuito il diritto di ogni Comunità al mantenimento di scuole proprie per l’educazione dei suoi membri nella sua propria lingua (purché si conformino ai requisiti educativi d’ordine generale che l’Amministrazione potrà imporre).

Art. 16. - Spetterà alla Potenza mandataria esercitare, sugli enti religiosi e caritatevoli d’ogni credenza (4) in Palestina, quella sorveglianza che potrà esser richiesta per il mantenimento dell’ordine pubblico e del buon governo. Eccetto questa sorveglianza, nessuna misura potrà essere adottata in Palestina tale da impedire le intraprese di tali enti (5), od ingerirsene o far differenza nei confronti di qualsiasi rappresentante o membri di essi, a motivo della sua religione o nazionalità (6).

Art. 17. - L’Amministrazione della Palestina potrà organizzare, in base al volontariato, le forze necessarie per conservare la pace e l’ordine nonché per la difesa del paese, salva tuttavia la sorveglianza della Potenza mandataria; ma non dovrà adoperarle per altri fini che non siano quelli sopra specificati, se non col consenso della Potenza mandataria (7).

Nessuna forza militare, navale o aerea, che non serva ai fini suddetti, potrà essere arruolata o mantenuta dall’Amministrazione della Palestina.

Nulla in quest’articolo potrà impedire all’Amministrazione della Palestina di concorrere alle spese per il mantenimento delle forze tenute dalla Potenza mandataria.

La Potenza mandataria avrà in ogni tempo facoltà di servirsi delle strade, delle ferrovie e dei porti della Palestina per il movimento di forze armate e per il trasporto di combustibili e di rifornimenti.

Art. 18. - La Potenza mandataria dovrà vigilare a che non si faccia alcuna differenza in Palestina a danno dei cittadini di qualsiasi Stato membro della Lega delle Nazioni (comprese le compagnie costituitesi secondo le loro leggi), in confronto ai cittadini della Potenza mandataria o di ogni altro Stato estero in materia di tasse, commercio, navigazione, esercizio d’industrie o professioni, o nel trattamento di navi mercantili o di aereonavi civili. Similmente nessuna distinzione sarà fatta in Palestina contro merci provenienti da uno qualsiasi dei detti Stati o a loro destinate, e vi sarà libertà di transito, a giuste condizioni, attraverso la zona soggetta a mandato.

Salvo il già detto e salvo le altre clausole di questo Mandato, l’Amministrazione della Palestina potrà, su consiglio della Potenza mandataria, imporre le tasse e i dazi doganali che riterrà necessarii, e prendere le misure che considererà migliori per promuovere lo sviluppo delle risorse naturali del paese e per salvaguardare gl’interessi della popolazione.

Nulla in quest’articolo potrà impedire al Governo della Palestina, su consiglio della Potenza mandataria, di concludere uno speciale accordo doganale con qualsiasi Stato, il cui territorio era nel 1914 compreso interamente nella Turchia Asiatica o nell’Arabia.

Art. 19. - La Potenza mandataria aderirà, per conto dell’Amministrazione, ad ogni convenzione internazionale generale già in vigore o che possa venir conclusa più tardi con l’approvazione della Lega delle Nazioni, relativamente al commercio degli schiavi, al traffico delle armi, delle munizioni, delle medicine, o relativamente all’eguaglianza commerciale, alla libertà di transito e di navigazione, alla navigazione aerea, alle comunicazioni postali, telegrafiche o radiotelegrafiche, o alla proprietà letteraria, artistica e industriale.

Art. 20. - La Potenza mandataria coopererà a nome dell’Amministrazione della Palestina, per quanto lo permettano le condizioni religiose, sociali o d’altra natura, all’esecuzione di qualsiasi politica comune adottata dalla Lega delle Nazioni per prevenire o combattere malattie , comprese quelle delle piante e degli animali.

Art. 21. - La Potenza mandataria otterrà, entro 12 mesi dalla data in cui il Mandato andrà in vigore, la promulgazione e garantirà l’esecuzione della Legge sulle antichità basata sulle clausole dell’art. 121, della parte XIII del Trattato di Pace colla Turchia. Questa Legge sostituirà la vecchia legge ottomana sulle antichità, e garantirà eguale trattamento in materia di ricerche archeologiche ai cittadini di tutti gli Stati, membri della Lega delle Nazioni.

Art. 22. - L’inglese, l’arabo e l’ebraico saranno le lingue ufficiali della Palestina. Ogni insegna o iscrizione in arabo su francobolli o monete in Palestina sarà ripetuta in ebraico, ed ogni insegna o iscrizione in ebraico sarà ripetuta in arabo.

Art. 23. - L’amministrazione della Palestina riconoscerà i giorni festivi delle rispettive Comunità in Palestina come giorni legali di riposo per i membri di quella Comunità.

Art. 24. - La Potenza mandataria presenterà al Consiglio della Lega delle Nazioni una relazione annuale intorno alle misure prese nell’anno per eseguire le clausole del Mandato. Copie di tutte leggi e regolamenti promulgati o pubblicati nell’anno saranno comunicate insieme alla relazione.

Art. 25. – Nei territorii posti fra il Giordano e il confine orientale della Palestina quale è stato definitivamente determinato, la Potenza mandataria avrà il diritto di rimandare o di sospendere l’applicazione di quelle clausole del presente Mandato che essa ritiene inapplicabili alle attuali condizioni di quel territorio, ed a prendere, per la sua amministrazione, le misure che riterrà conformi a dette condizioni, purché non sia fatto alcun atto incompatibile con gli articoli 15, 16 e 18 (8).

ART. 25. - Qualunque divergenza sorgesse fra i membri della Lega delle Nazioni intorno all’interpretazione o all’applicazione di queste clausole, la quale non potesse essere risoluta con negoziati, sarà sottoposta al Tribunale Permanente di Giustizia Internazionale preveduto dall’art. 14 dello Statuto della Lega delle Nazioni.

Art. 26. - È necessario il consenso del Consiglio della Lega delle Nazioni per qualunque modificazione ai termini del presente Mandato, purché, nel caso di qualsiasi modificazione proposta dalla Potenza mandataria, tale consenso sia dato dalla maggioranza del Consiglio.

Art. 27. - Nel caso di scadenza del Mandato conferito alla Potenza mandataria con questa Dichiarazione, il Consiglio della Lega delle Nazioni prenderà quegli accordi che saran ritenuti necessari per salvaguardare in perpetuo, sotto la garanzia della Lega, i diritti assicurati dagli art. 13 e 14 e per assicurare, sotto la garanzia della Lega, che il Governo di Palestina faccia pienamente onore agli obblighi finanziari assunti in modo legittimo dall’Amministrazione della Palestina durante il periodo del Mandato, compresi i diritti degli impiegati dello Stato a pensioni o gratificazioni.

La presente copia sarà depositata negli archivi della Lega delle Nazioni, e copie autentiche saranno trasmesse dal Segretario Generale della Lega delle Nazioni alle Potenze firmatarie del Trattato di Pace colla Turchia.

Note redazionali di “Oriente Moderno”

(1) «A national home for the Jewish people». È la famosa «dichiarazione» di Balfour.
(2) Traduciamo così seguendo l’uso italiano; il testo inglese ha sempre The Mandatary «Il Mandatario».
(3) Ad illustrazione di questo articolo si veda Oriente Moderno, fasc. 5°, p. 272-279.
(4) Il testo primitivo aveva «sulle attività dei missionari» (cfr. l’art. 10 del Mandato per la Mesopotamia). Le ragioni del mutamento sono evidenti.
(5) Nel testo primitivo: «tali attività».
(6) Nel testo primitivo: «di qualsiasi missione, a motivo di religione e nazionalità».
(7) Nel testo primitivo: «che [cioè la Potenza mandataria] non dovrà adoperarle… se non col consenso dell’Amministrazione della Palestina».
(8) Questo articolo riguarda la Transgiordania, sulla quale, oltre alle informazioni ricorrente nella rubrica “Notizie varie” dei vari fascicoli, si veda Oriente Moderno, fasc. 5, p. 269-270.


Cap. 45

Top 44 ↑ cc 46 → § 45a

Il XII Congresso Sionista di Carlsbad
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 350-356
15 novembre 1921.

Il Congresso sionistico di Carlsbad, (1) riunitosi dopo otto anni di interruzione, aveva sostanzialmente i seguenti compiti da assolvere: ricostruire il meccanismo dell’organizzazione superato dagli avvenimenti e dall’incremento politico del sionismo, e danneggiato dalla guerra; tracciare il piano finanziario, trovare cioè i mezzi corrispondenti alle possibilità di realizzazione offerte al sionismo dal consenso delle grandi Potenze per ricostruire in Palestina il centro nazionale ebraico; elaborare il piano economico di cotesta ricostruzione; prendere posizione di fronte agli avvenimenti più importanti della vita ebraica accaduti nel periodo della guerra e del dopo guerra; elaborare le direttive politiche dell’organizzazione sionista dinanzi alla situazione, fattasi molto più complicata di prima, del vicino Oriente. Non tutti questi compiti sono stati assolti dal Congresso con eguale chiarezza e pienezza; cosa che si spiega colla grandezza del problema considerato nel suo complesso. Molto però si è fatto al congresso stesso; fra l’altro furono gettate le basi e le linee direttive entro le quali svolgerà la sua opera il nuovo Esecutivo sionistico.

Al Congresso erano rappresentati circa 800.000 Ebrei; sicché l’organizzazione sionistica appare come il partito più forte dell’ebraismo ed è tale che se non raccoglie nelle sue fila organizzate la maggioranza del popolo ebraico, la tiene senza dubbio sotto la sua influenza. I 542 delegati presenti si dividevano, secondo i singoli paesi, nel modo seguente: 65 di Polonia, 42 di America, 40 di Russia ed Ucraina, 38 di Galizia, 21 di Palestina, 16 di Rumenia e Transilvania, 11 di Germania, 10 di Austria; il resto era diviso fra i paesi con nuclei ebraici poco numerosi: Inghilterra con 7 delegati, Belgio con 3, Italia con 2, Francia con l, ecc. Questa divisione si riferisce però solo ai cosi detti «Sionisti in generale», cioè Sionisti senza alcuna spiccata tendenza politica o sociale, i quali si sono uniti al congresso nel «blocco medio borghese»; mentre i partiti propriamente detti del sionismo, composti quasi esclusivamente degli Ebrei dell’Europa orientale e dell’America, erano distinti nel modo seguente: la frazione misrachi (cioè Ebrei religiosi che chiedono nella ricostruzione palestinese l’applicazione degli ordnamenti della Legge) con 97 delegati ; la frazione hapoel hazair (socialisti moderati) 26 delegati, le frazioni poalé zion e zeire zion (socialisti di sinistra) 42 delegati.

Il primo compito a cui il Congresso si apprestò, e che fu risolto in modo soddisfacente, fu quello dell’organizzazione. Il vecchio meccanismo si era manifestato poco elastico ed aveva inoltre il difetto di lasciare eccessiva libertà all’Esecutivo che, una volta eletto dal Congresso, poteva agire quasi senza controllo. Il nuovo meccanismo, quale è stato elaborato dal Congresso, consta del Congresso che si raccoglie ogni due anni ed è eletto da tutti i pagatori dello scekel (tessera dell’organizzazione sionistica) sulla base del diritto eguale, proporzionale, diretto, senza esclusione delle donne, ecc.; dal Consiglio centrale che viene convocato a seduta annua ed è eletto dalle Federazioni territoriali in base ad un delegato su ogni 2.000 pagatori di scekel; dal Comitato d’Azione composto di 25 membri, eletti dal Congresso, che si raccoglie ogni tre mesi e dinanzi a cui l’Esecutivo è responsabile, sicchè i membri dell’Esecutivo che non godono la fiducia del C.d’A. devono dimettersi dalla carica, avendo però il diritto di appellarsi al Congresso; dall’Esecutivo composto di 13 membri, di cui 7 stanno a Londra e 6 in Palestina. Accanto a questi organi direttivi ed esecutivi è stato pure formato un Consiglio finanziario ed economico, composto di 7 membri ed avente il compito di elaborare ed esaminare i piani ed i progetti dell’azione economica in Palestina. Il congresso ha eletto il Comitato d’Azione alla cui presidenza è stato chiamato il rabb. magg. di Vienna, dott. Chajes, illustre scienziato dell’ebraismo; il Consiglio economico e l’Esecutivo, composto di Chaim Weizmann, presidente dell’organizzazione sionistica, Nahum Sokolow, presidente dell’Esecutivo, Lichtheim, Jabotinsky, Motzkin (finora segretario generale del Comité des Délégations juives, che raccoglie i rappresentanti dei vari nuclei ebraici della diaspora), Soloveicik (finora Ministro degli Affari ebraici nella Lituania), Cowen (questi sette con sede a Londra) e poi Ussishkin, Eder, Rosenblatt, Ruppin, Sprinzak con sede in Palestina. In questo Esecutivo sono rappresentate le frazioni dei misrachi e dei socialisti moderati; i socialisti di sinistra hanno declinato l’offerta fatta loro d’inviare il loro rappresentante nell’Esecutivo.

Nella sfera dell’organizzazione rientra anche il Fondo di Ricostruzione (Keren Hajesod) che lavorerà in istretto contatto con l’organizzazione sionistica, ma costituirà un ente a sè, a somiglianza del Fondo Nazionale Ebraico e della Banca Palestinese. Il Consiglio del F. d. R. sarà composto per metà dai rappresentanti della organizzazione sionistica, per metà dagli eletti dei contribuenti al Fondo. Ammettendo questi ultimi, l’organizzazione fa entrare per la prima volta nei suoi istituti i non-sionisti. In tal modo è aperta la via a tutti coloro che desiderino collaborare alla ricostruzione palestinese senza che essi debbano perciò assumere la responsabilità di tutto quello che il sionismo fa in altri campi della vita ebraica e senza che partecipino necessariamente alle idealità nazionali cui s’ispira il sionismo. Ciò sta in rapporto coll’enorme lavoro che l’organizzazione vede dinanzi a sè; lavoro che essa sente di non poter adempiere se non mediante lo sforzo concorde di tutto l’ebraismo. Il problema di attrarre all’opera sionistica le forze non-sionistiche è diventato negli ultimi anni uno dei più angosciosi e difficili. Mentre una corrente dell’organizzazione (la cosi detta corrente americana capitanata dal giudice Brandeis) credeva di risolverlo vuotando il sionismo del suo contenuto nazionale e facilitando cosi l’ingresso alle forze ebraiche non-nazionali (le cosi dette assimilatorie), il Congresso ha riconfermato in una serie di risoluzioni il carattere nazionale del sionismo, ma ha creato nel Fondo di Ricostruzione un istituto aperto a tutti gli Ebrei che vogliono prendere parte alla ricostruzione economica della Palestina.

Cotesto Fondo di Ricostruzione deve diventare la fonte massima delle risorse finanziarie del sionismo, lo scekel servendo per i soli bisogni amministrativi dell’organizzazione. Fu confermata come sua base la decima del patrimonio e del reddito, obbligatoria per tutti i Sionisti; sono però invitati a pagarla tutti gli Ebrei. Una parte di questo capitale andrà devoluta a fondo perduto, in opere di carattere nazionale (educazione, scuole, ecc.), l’altra parte sarà investita in opere agricole ed industriali che potranno dare un certo profitto. Per i prossimi cinque anni i sottoscrittori non avranno però alcun diritto ai dividendi, che potranno eventualmente esser distribuiti solo cominciando dall’anno 1927. ln che modo si intenda distribuire il denaro del K. H., (1) si può rilevare dal bilancio dell’organizzazione sionistica presentato per l’anno 5682 (settembre 1921-settembre 1922). Questo bilancio è diviso in tre categorie: per la prima, che comprende le spese ordinarie della Palestina (amministrazione) e gli «investimenti nazionali» (educazione, scuole, biblioteche, igiene pubblica, colonizzazione agricola, fondo per gli immigranti, ecc.) è preventivata la somma di L. sterline 656.000; la seconda categoria abbraccia gli investimenti economici, soprattutto i crediti per la colonizzazione agricola e per le industrie urbane ed i lavori d’irrigazione (L. sterline 550.000); la terza categoria comprende le somme che saranno devolute dal Fondo di Ricostruzione al Fondo Nazionale per l’acquisto di terreni (Lst. 300,000). In complesso il bilancio palestinese ammonta a Lst. 1.506.000, a cui si deve aggiungere ancora il bilancio europeo (organizzazione) di Lst. 34.200.

Questo bilancio dà un’idea del piano di lavoro futuro dell’organizzazione sionistica. I Sionisti non possono sperare che i nuovi immigranti provvedano alla loro esistenza col commercio: la Palestina è un paese essenzialmente agricolo che presenta un grande deficit nel bilancio commerciale (le uscite costituiscono circa il 15% elle entrate), ed i commercianti che già vivono in Palestina sono fin d’ora troppi. Gli immigranti potranno vivere solo se diventeranno i produttori vuoi nell’agricoltura vuoi nell’industria o nei lavori pubblici. L’organizzazione ha finora rivolto la massima attenzione, – e il Congresso ha riconfermato questa tendenza, – all’agricoltura, partendo dal concetto che solo l’acquisto della terra e una solida classe agricola ebrea possono dare stabilità e normale struttura sociale al rinascente centro nazionale ebraico. Quindi: acquisto di terreni, scuole agricole (in Palestina e nei paesi della dispersione), stazioni sperimentali, tentativi di coltura intensiva; istituti di credito agrario e banche ipotecarie; nelle città: costruzione di case, credito, informazioni, appoggio alle imprese industriali, azione per un regime doganale più razionale (oggi in Palestina la dogana preleva su qualunque merce importata l’11% del suo valore), istituti di credito alle cooperative. Fra il Lavoro agricolo e quello industriale l’organizzazione fa una differenza di massima; e mentre si appresta ad accordare larghi crediti all’agricoltura e a devolvere anzi forti somme a fondo perduto per il suo incremento, lascia il campo industriale all’iniziativa privata. La ragione di questa differenza deve ricercarsi così nel carattere nazionale del sionismo (e quindi nella preferenza data all’agricoltura come la base più solida della nazione), come nel fatto che l’appoggio dato finora ai gruppi cooperativi dei contadini ebrei ha dato, in complesso, risultati più che soddisfacenti, sicché si può affermare che la maggior parte del patrimonio agricolo degli Ebrei in Palestina si sviluppa e cresce grazie alle cooperative agricole operaie. La prima base per una colonizzazione agricola più vasta è data dal terreno acquistato l’anno scorso dal Fondo Nazionale (80.000 dunam). Molte speranze ripongono i tecnici nel piano di irrigazione dell’ing. Rutenberg, che deve trarre l’energia idraulica dall’Awgia; anche questi lavori si compiono coi mezzi dell’organizzazione. Col bilancio approvato dal Congresso si spera di poter trasportare nel paese, nei primi anni, circa 30.000 uomini all’anno. Si intende che collo sviluppo della vita industriale le possibilità d’immigrazione aumenteranno continuamente. Va notato che nell’ultimo anno sono immigrati in Palestina solo circa 8 mila uomini e che fra i grandi progressi fatti dall’opera ebraica v’è da registrare solo il già menzionato acquisto del terreno e la fondazione della Banca operaia (con Lst. 50.000 di capitale versato). Tutto questo è senza dubbio inferiore al compito che si è assunta l’organizzazione; e dipende sopra tutto dalla catastrofe economica che si è abbattuta sull’ebraismo dell’Europa orientale e media, tagliandone una parte completamente fuori dall’opera sionistica e diminuendo all’estremo le capacità finanziarie dell’altra parte. Le maggiori speranze sionistiche in senso economico si concentrano quindi sull’ebraismo americano - fino a che sia di nuovo risorto l’ebraismo della Russia del Sud e si rafforzi la situazione finanziaria dell’ebraismo di Polonia.

I problemi dell’organizzazione, della finanza del lavoro economico sono stati discussi in un’atmosfera di calma relativa, ed hanno trovato consenzienti nei principi generali quasi tutti i delegati; qualcuno insisteva sulla necessità di spendere il denaro in modo possibilmente più razionale, coi criteri economici; c’erano d’altra parte i gruppi che accentuavano la necessità di spendere nei primi tempi piuttosto con una certa larghezza. Ma si è trovata facilmente la sintesi delle due correnti; ed anche il principio della decima, che prima del Congresso aveva sollevato nell’opinione pubblica sionista qualche obbiezione, non ha trovato a Carlsbad seri oppositori. Maggiore passionalità produssero i problemi politici.

La stessa corrente capitanata da Brandeis, che domandava un’opera puramente economica, nazionale, in Palestina, non voleva che l’Organizzazione sionistica si occupasse delle questioni politiche ebraiche nelle terre della dispersione. D’altra parte gli avvenimenti della guerra e del dopo guerra hanno prodotto un largo movimento nelle folle ebraiche, inteso ad ottenere i diritti di minoranze nazionali, ed hanno contemporaneamente allargato di molto l’influenza del sionismo fra gli Ebrei e la sua autorità fra i non-ebrei, inclusi i Governi europei e quello americano. Ne derivò che l’Organizzazione sionistica si vede posta in prima linea nella lotta intrapresa dall’ebraismo per la difesa della sua vita e dei suoi diritti nazionali, tanto che il Sokolow, presidente dell’Esecutivo sionistico, è nello stesso tempo presidente del Comitato delle Delegazioni ebraiche; il Soloveicik, il neo-eletto membro dell’Esecutivo, è ministro degli Affari ebraici in Lituania; l’on. Grünbaum, sionista polacco molto in vista, è il leader del gruppo ebraico nel Sejm polacco; l’on. Stricker occupa la stessa posizione in Austria, ecc. Tale è l’origine del dissidio intorno alla politica sionista, per cosi dire, interna, fra gli Ebrei. Il gruppo di Brandeis è stato rappresentato molto scarsamente al Congresso: come è noto, cotesto gruppo era stato sconfessato dagli stessi Sionisti americani nella loro ultima conferenza del giugno scorso e, rimasto in minoranza, ha preferito di uscire addirittura dall’organizzazione formando una società a sè, il «Palestine Development Council». Chi ha difeso il punto di vista di questo gruppo sono stati soprattutto: il sionista olandese De Lieme, il sionista belga Jean Fischer, il sionista tedesco Julius Simon. La loro opposizione all’Esecutivo, il quale si rendeva solidale col risveglio della vita nazionale nell’ebraismo della dispersione (il Sokolow dichiarò fieramente: «Dovunque e sempre, quando si tratta di difendere l’onore ed il diritto del popolo ebraico, io interverrò a nome dell’Organizzazione sionistica. Chi deve farlo? Un Comitato qualunque che rappresenta qualche centinaio di filantropi o noi che rappresentiamo milioni di Ebrei?»), non ha avuto però alcun successo e il Congresso ha votato la risoluzione per cui «si conferma il manifesto dell’Organizzazione sionistica (pubblicato nellottobre 1918), il quale proclamava la rivendicazione dei diritti nazionali per quei nuclei del popolo ebraico che vivono in dispersione e che questi diritti domandino, come una delle méte che l’organizzazione sionistica si è posta durante la guerra». Risoluzioni analoghe furono adottate intorno all’attività sionistica nel Comitato delle Delegazioni ebraiche e nei diversi Parlamenti del mondo.

Più passionata fu la discussione intorno alla politica estera del passato Esecutivo, politica che era spesso sembrata priva di direttive chiare e precise – ciò che si spiega colla situazione addirittura disperata in cui l’ebraismo si era trovato negli ultimi anni della guerra e nel dopo guerra. L’Esecutivo si è presentato al Congresso recando la massima conquista politica del sionismo – la dichiarazione di Balfour-Imperiali-Pichon, - ma anche con le due sollevazioni arabe, quella di Gerusalemme del 1920 e quella di Giaffa del 1921. La dichiarazione è stata accolta dal Congresso con i sensi della massima riconoscenza; ma non sono mancate voci di scetticismo rispetto all’opera delle Potenze occidentali o, per lo meno, di coloro che oggi stanno a capo dei rispettivi Governi. E questa nota di scetticismo fu recata dallo stesso Weizmann; il quale affermò che l’alleanza fra il sionismo e la Gran Bretagna non è basata su tali interessi inglesi che rendano il sionismo indispensabile per l’Inghilterra, e che ciò richiede quindi da parte dei Sionisti una politica accorta e un lavoro continuo e tenace, senza del quale tutte le dichiarazioni ufficiali sono pezzi di carta. «Se voi, o signori, ha detto Weizmann, vi immaginate che la coincidenza degli interessi ebraici con quelli della Potenza mandataria sia di natura strategica, costruite sopra una falsa base. Se voi credete che noi ci siamo prestati ad essere gli agenti della politica imperialista inglese in Palestina e nell’Oriente vicino, costruite sopra una falsa base… Se voi domandaste oggi a tutti gli imperialisti inglesi se han bisogno della Palestina per i loro scopi imperialistici, voi ne avreste un “no” reciso. La Palestina è inutile per l’Inghilterra, dal punto di vista militare e strategico; coloro che si son immaginati che noi, cioè la Palestina ebraica, siamo assolutamente indispensabili nei confronti di quello che è il nervo vitale dell’Inghilterra, cioè il canale di Suez, si sono sbagliati. Se voi interrogherete i rappresentanti della marina e dell’esercito inglesi, su 100 risposte ne otterrete 95 contro l’occupazione della Palestina. Non immaginate di essere i difensori del canale di Suez. L’Inghilterra vi ha provveduto altrove ed in altro modo. Ma la coincidenza degli interessi che ci legano è un’altra. Essa si basa su quello che si chiama in inglese good will, la buona volontà del popolo ebraico. L’Inghilterra, col suo orizzonte mondiale, ha forse compreso più e prima di qualsiasi altra nazione che il problema ebraico avvolge il mondo come un’ombra e può diventare una forza enorme di costruzione ed una forza enorme di distruzione. E l’Inghilterra ha compreso che usare la buona volontà ebraica e incanalare le forze costruttrici ebraiche attraverso la Palestina sarebbe di un utile enorme. E perciò le forze inglesi che erano alla base della nostra politica non sono state i generali inglesi né gl’imperialisti inglesi, ma gli intellettuali inglesi». Ancora più esplicito è stato il rappresentante dei socialisti, Kaplansky, col quale Weizmann si è dichiarato quasi integralmente d’accordo: «La dichiarazione per sè non fissa definitivamente la posizione internazionale della Palestina nè la nostra situazione nel paese. Noi non abbiamo ancora la via aperta verso la Palestina. L’Inghilterra non va laggiù per noi, come noi non andiamo là per l'Inghilterra… I partiti reazionari d’Inghilterra cercheranno sempre di concludere un’alleanza con gli effendi (3) e saranno sempre contro di noi. Ma esiste un’altra Inghilterra. La nostra fortuna ed una prova della nostra vitalità consistono nel fatto che possiamo appoggiarci alle forze proletarie dell’Inghilterra… Il vero aiuto non ci verrà che da parte dell’Inghilterra operaia».

Al di fuori di questo accenno, nessun delegato ha potuto però scoprire alcuna forza internazionale sicura, a cui il movimento nazionale ebraico potrebbe appoggiarsi con assoluta fiducia, all’infuori del popolo ebraico medesimo. «Il nostro anelito verso la Terra d’Israele, il nostro anelito verso il lavoro e la libertà, il nostro anelito per la ricostruzione della nostra vita, la nostra disperazione sono le grandi forze rivoluzionarie, sono l’unica forza internazionale di cui possiamo servirci».

Con queste parole dello stesso leader socialista si mostrò concorde la totalità del Congresso, che concluse perciò i suoi lavori non con un appello al mondo civile o alle grandi Potenze, ma con un appello al popolo ebraico, invitandolo ai massimi sacrificî perché «la nostra opera in Terra d’Israele è in pericolo a causa della debolezza del nostro sforzo, dalla quale è derivata la nostra debolezza politica. Un’ombra avvolge i nostri diritti conquistati nella guerra e nella pace. L’ora è grave. Si moltiplicano ostacoli ed impedimenti. Nemici che vogliono strozzare la nostra speranza sollevano la testa. L’ora del cimento grave è venuta. Il nostro popolo deve raccogliere le sue forze creatrici e costruttrici».

Fra le altre questioni internazionali che furon trattate, nessun disaccordo o discussione venne sollevata dal problema dei Luoghi Santi, intorno al quale il Congresso si limitò alla seguente dichiarazione ufficiale di Sokolow: «Negli ultimi tempi si prese nuovamente la santità della Palestina come argomento contro il sionismo. Che la Palestina sia sacra per le grandi religioni dell’umanità è un fatto che non abbiamo mai trascurato. Noi comprendiamo i sensi di riverenza e d’entusiasmo che i Luoghi Santi del cristianesimo risvegliano nelle anime credenti; apprezziamo la pia devozione dell’Islam per i suoi monumenti religiosi. Abbiamo acquistato, nella lotta con noi stessi, questa nobiltà di calma e quest’altezza di stima. I più inviolabili diritti della fede e della libertà religiosa debbono regnare in Gerusalemme, la città nobilitata da Dio, poiché Gerusalemme non è solo una città, ma un principio: il principio della pace. Se esiste un luogo che un giorno avvincerà in un legame di fratellanza tutte le nazioni e le religioni, questo luogo è Gerusalemme. Fino a quel tempo devono esser mantenuti rapporti tali che siano basati sulla stima reciproca.

Per noi ogni pietra, ogni granello di sabbia di Palestina son sacri e desideriamo veder protetti e rispettati tutti i santuari del Paese. Tale dichiarazione facemmo a suo tempo al Venerabile Capo della Chiesa Cattolica, il quale ci dette piena espressione dei suoi sentimenti umanitari. Ci siamo fin da principio gravemente preoccupati che altri spiriti non venissero a guastare quell’opera iniziata colla coscienza della più alta responsabilità del Bene. Comunque sia, non vogliamo abbandonare la speranza che il cammino degli eventi ci faccia superare anche questo malinteso».

La più grave preoccupazione che provò il Congresso fu quella prodotta dalla situazione in Palestina. Non tanto per la condotta di H. Samuel, poichè la maggior parte dei congressisti riconosceva che il Governatore della Palestina si era trovato in una condizione molto difficile e che soltanto una parte di colpa, negli avvenimenti di maggio, ricadeva su di lui. I delegati palestinesi recarono molte accuse contro l’Alto Commissario, accuse dalle quali risultò che la sua condotta non era stata sempre imparziale e che ad ogni modo egli aveva commesso un grave errore vietando l’immigrazione subito dopo l’eccidio di Giaffa; cosa che poteva far credere agli Arabi che essi avrebbero potuto ottenere tutto quello che volevano purché avessero commesso dei «pogrom». Comunque sia, l’opposizione contro Samuel, che in alcuni momenti del Congresso prese forme molto tumultuose, sì da dover far sospendere, per esempio, la lettura del suo telegramma d’augurio, sfumò poi durante i lavori, forse sotto l’influenza personale di Weizmann che lo difese con molta abilità, pur prospettando la possibilità di un conflitto fra Samuel, Alto Commissario per la Palestina, e i Sionisti, alti commissari per la Terra d’Israele.

Non dunque Samuel, ma la popolazione araba fu causa della preoccupazione dèl Congresso per la situazione palestinese. I rapporti presentati al Congresso han permesso di concludere che l’ostilità da parte della popolazione araba contro la ricostruzione del centro ebraico in Palestina, quantunque assai esagerata nella stampa sciovinista araba e in quella europea, esiste di fatto, e che è assolutatamente necessario tenerne conto. Il problema stesso fu chiaramente posto in termini eguali da tutti i congressisti: è indispensabile creare tali condizioni che permettano di svolgere l’opera ricostruttiva in Palestina, in completa calma e tranquillità, cioè in completo accordo cogli Arabi. Le diverse tendenze cominciarono a manifestarsi solo intorno al modo di raggiungere tale accordo. Weizmann rappresentava in certo modo la tendenza media:

«Ci è cagione di grave dolore dover considerare fra le forze avversarie, almeno per ora, una parte della popolazione araba di Palestina. La nostra politica rispetto agli Arabi è chiara e precisa. Non vogliamo rinunciare neppure ad un jota dei diritti che la dichiarazione di Balfour ci ha garantiti; e il riconoscimento di questo fatto da parte degli Arabi è una promessa essenziale per le amichevoli relazioni fra Ebrei ed Arabi. La renitenza momentanea che essi mettono a riconoscere questo fatto ci costringe a pensare ai mezzi di difesa delle nostre colonie contro gli assalti degli Arabi. La difesa della vita è un dovere elementare. Ma noi proclamiamo chiaramente e solennemente che non nutriamo alcun pensitero di violenza nè alcuna idea di diminuire i legittimi diritti dei nostri vicini. Noi speriamo in un futuro in cui Ebrei ed Arabi in Palestina vivano insieme e lavorino alla prosperità del paese. Nulla impedirà l’avvento di quest’èra se i nostri vicini capiranno che i diritti nostri sono altrettanto cari e sacri a noi quanto i loro diritti son cari a loro». In altro suo discorso, essendogli stato rimproverato di non aver saputo trovare la via dell’accordo perché si era limitato alle trattative con Faisal, Weizmann difese la sua azione sostenendo che Faisal è «il simbolo della libertà araba». Il suo punto di vista è stato quindi: riconoscimento preventivo, da parte degli Arabi, dei diritti ebraici sulla Palestina; rafforzamento della posizione degli Ebrei; trattative con i capi del movimento arabo.

Una delle tendenze estreme fu capitanata da un altro membro dell’Esecutivo, Jabotinsky, che, forte del ricordo degli eccessi anti-ebraici e della conseguente indignazione dell’ebraismo, appoggiandosi alle forme spurie con cui si è iniziato il movimento nazionale arabo e al fatto che quando in Palestina c’era la legione ebraica (composta durante la guerra di volontari ebrei che presero parte ai combattimenti contro i Turchi) nessuno aveva mai pensato alla possibilità di eccessi antiebraici, chiedeva la formazione di una nuova legione ebraica, pur professando, anch’egli, l’assoluta necessità di un accordo duraturo con gli Arabi. «La situazione politica è difficile, noi siamo una minoranza in Palestina e la maggioranza, – così si dice, – non ci vuole. Ma l’America e l’Australia furono forse colonizzate col consenso degli indigeni? Si possono, naturalmente, creare, nel processo della ricostruzione, condizioni tali che agiscano in modo tranquillizzante e ci procurino amici; ma per far questo bisogna che la pace regni nel paese. Nel primo stadio difficile della colonizzazione è necessaria percò una difesa la quale può essere costituita solo da forze che amino cotesto compito e non lo considerino con indifferenza», cioè dagli Ebrei.

La terza corrente, rimasta in gran parte dei suoi postulati vincitrice, era capitanata dallo scrittore sionista Martin Buber e si appoggiava sopra tutto alle sinistre. Pur riconoscendo l’assoluta necessità della difesa in caso di attacco, e della preparazione a tale difesa, questa corrente rigettava ogni progetto di forza armata che fosse esclusivamente ebraica e proponeva invece o un’auto-difesa ebraica o unità armate miste (ebreo-arabe) o unità divise ma sempre ed ebree ed arabe. Per addivenire ad un accordo duraturo colla popolazione araba la nuova collettività ebraica dovrebbe svolgere una larga opera culturale ed economica presso i fellahin (contadini), elevando il loro livello di vita ed aiutandoli nella loro riscossa nazionale e sociale; non curandosi del fatto che, oggi come oggi, il moto nazionale arabo è ispirato più dagli interessi e dagli intrighi dei latifondisti che dalla chiara coscienza che il popolo ha della sua nazionalità. «Il popolo ebraico, ha detto Buber, che è da due millenni una minoranza oppressa in tutti i paesi, rigetta con repulsione i metodi del nazionalismo dei dominatori, di cui fu vittima per sì lungo tempo. Noi non ritorniamo nel paese, a cui ci avvincono legami storici e spirituali indistruttibili e la cui terra offre posto sufficiente per noi e per i suoi abitanti attuali, per sostituire o dominare alcun altro popolo. Il nostro ritorno nella Terra d’Israele non vuole danneggiare alcun diritto degli altri. In una giusta alleanza col popolo arabo noi vogliamo creare una collettività fiorente economicamente e culturalmente, la cui vita assicuri a ciascun suo membro nazionale uno sviluppo libero ed autonomo. La nostra colonizzazione, che mira esclusivamente a salvare e a rinnovare il nostro popolo, non ha per mèta lo sfruttamento capitalistico di una regione nè serve ad alcuno scopo imperialista; il suo significato è il lavoro creativo degli uomini liberi sulla terra comune. In questo carattere sociale del nostro ideale nazionale sta la garanzia più potente che fra noi ed il popolo lavoratore arabo si manifesterà una profonda e duratura solidarietà di interessi reali».

È significativo che nessuna voce, fra gli appartenenti a tutte le tendenze, si è levata con parole oltraggiose od offensive contro il popolo arabo, e che, nella vasta visione dell’avvenire dell’Oriente, Sokolow, oratore al solito molto prudente e cauto, si è posto dalla parte della terza tendenza. «Noi siamo i naturali alleati, egli ha detto, di quei popoli che sono risorti e combattono per la loro libertà nazionale, specialmente dei popoli del vicino Oriente. Non via dall’Oriente, ma con l’Oriente noi realizzeremo tutti i nostri ideali. La Grande Arabia, la Mesopotamia, la Siria e la Palestina offrono un ricco campo di azione per le energie e lo spirito dei loro popoli. La parola d’ordine sia: l’uno con l’altro e non l’uno contro l’altro! Noi siamo decisi a dedicare quanto di meglio è nella nostra conoscenza e nel nostro potere a quest’opera di civiltà. Per noi v’ha solo una possibilità per la nostra convivenza – la reciproca comprensione. Si immagini che le piccole cerchie d’intellettuali di tutti i popoli siano conquistate da cotesto pensiero, si immagini che questo ideale dell’umanità prorompa come una primavera invincibile dai cuori degli uomini, ed allora noi potremo creare con potenti energie una nuova perfetta vita per i popoli dell’Oriente… O popoli dell’Oriente, noi vi portiamo un messaggio di rinascita, di progresso, di redenzione! Guardate, tutti noi abbiamo bisogno di consolazione, siamo stati nell’oscurità della disperazione, la nostra opera fu discorde. Noi dobbiamo liberarcene e ce ne libereremo».

In conformità con quest’ultima tendenza il Congresso ha preso due risoluzioni in cui ha dichiarato che «l’atteggiamento ostile di una parte della popolazione araba aizzata da elementi incoscienti non può indebolire nè la nostra decisione per la ricostruzione del centro nazionale ebraico nè la nostra volontà di vivere in rapporti di armonia e di stima reciproca col popolo arabo, e di fare, d’accordo con lui, della sede comune una fiorente collettività la cui vita assicuri lo sviluppo libero a ciascuno dei suoi popoli... Il Congresso afferma in modo esplicito che l’opera di colonizzazione ebraica non danneggerà i diritti ed i bisogni del popolo lavoratore arabo».

* * *

In complesso il Congresso di Carlsbad ha ricostruito e rinnovato l’organizzazione, ha tracciatole basi finanziarie e il piano economico della colonizzazione e le nuove direttive della politica estera, inquadrando il movimento sionistico nella rinascita dei popoli del vicino Oriente. L’atmosfera del Congresso non fu quale era forse da attendersi dopo i successi diplomatici che il sionismo ebbe negli otto anni trascorsi dopo il Congresso di Vienna; la catastrofe dell’ebraismo dell’Europa orientale, il ricordo degli avvenimenti di Gerusalemme e di Giaffa, il grande lavoro che l’organizzazione ha da compiere, hanno impresso all’assemblea un carattere piuttosto grave. Al di sopra però stava la fiducia assoluta nel successo finale. Chiudendo il Congresso, Weizmann ha detto: «Sono state ore gravi, ore di lotta, di ricerca di una via che non si apre ancora completamente chiara dinanzi ai nostri occhi. L’ascesa è molto difficile, ma se noi avremo coscienza di queste difficoltà non avremo forse alcuna delusione. Abbiamo il senso della via difficile che dobbiamo percorrere, ma anche della volontà indistruttibile del popolo ebraico che sta dietro a noi. Io credo che il Dio forte, severo e giusto d’Israele vigilerà sui suoi figli nel loro grave cimento e che da esso sorgerà una generazione migliore che troverà la via diritta e giusta verso Sion».

(1) Cfr. Oriente Moderno, fasc. 5°, p. 292-293 ; il Congresso ebbe luogo dal 1° al 14 settembre, e ad esso partecipò il Dr. Beilinson al quale dobbiamo questa lucida sintesi dei lavori, scritta appositamente per noi.
(2) Keren Hajjsod, «Fondo di Ricostruzione».
(3) Cioè Musulmani europeizzati.



Cap. 46

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Contro il Congresso Siriano di Ginevra
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 362
15 novembre 1921.

Contro il Congresso Siriano di Ginevra. - Il 5 ottobre, dalla sua residenza di Deir Qannobin (25 km. in linea retta SE di Tripoli di Siria), il Patriarca maronita Elia Pietro Huwayyek ha diretto al generale Gouraud, Alto Commissario (mufawwad sami) francese per la Siria, una protesta contro il Congresso Siriamo di Ginevra, che è riferita per intero nel giornale arabo al-Arz di Beirut, del 19 ottobre scorso. Egli nega al partito che ha indetto il Congresso, il diritto di parlare in nome del Libano davanti alla Società delle Nazioni, tanto più che il partito del Congresso parla di annettere il Libano alla Siria e di togliere il Mandato francese.

Ciò, dice il Patriarca, è contrario ai voti dei Libanesi; voti ch’egli era stato incaricato di presentare al Congresso della Pace. A nome dei Libanesi egli ripete che questi vogliono l’indipendenza del «Grande Libano» (Lubnan al-Kabir) [dalla Siria], proclamata dallo stesso generale Gouraud, ed il Mandato francese ch’essi hanno scelto liberamente. Invita il Generale a far pervenire questa protesta alla Società delle Nazioni.

Lo stesso giornale al-Arz, nel numero del 18 ottobre, riporta il telegramma, che il principe Mishal Lutfallah, presidente del Congresso, diresse il 13 ottobre al Comitato centrale del partito (Alessandria d’Egitto), dicendosi addolorato delle proteste d’alcuni suoi compatriotti, i quali gli negano la qualità di loro rappresentante. Egli aggiunge: «E mi dolgo della loro precipitazione, giacchè noi non parlammo a nome loro; noi non parlammo a nome di coloro che chiedono il Mandato per il loro paese, ma a nome dei partiti siriani che agiscono per l’indipendenza del loro paese senza Mandato. Noi non fummo una delegazione, ma un congresso che rappresentava questi partiti dell’indipendenza».

Sul Congresso Siriano o Siro-palestinese (suri filastini) di Ginevra cfr. Oriente Moderno, fasc. 5°, p. 291: supra.



Conflitti fra Arabi ed Ebrei
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 362
15 novembre 1921.

Conflitti fra Arabi ed Ebrei avvennero a Gerusalemme il 2 novembre, anniversario della dichiarazione Balfour. Dopo una dimostrazione di Arabi sulla via di Giaffa, dispersa dalla polizia, i dimostranti attaccarono il quartiere ebraico e ne seguì un tumulto, con coltellate, fucilate e una bomba.

La polizia ristabilì l’ordine, ma vennero uccisi 4 Ebrei ed un Arabo, e ferite 15 persone. Nel resto della Palestina non avvennero torbidi. (Times, 4-11-1921).
V. V.

Ulteriori notizie danno 7 ore di combattimenti per le vie, 5 Ebrei e 1 Arabo morti, 32 Ebrei e 6 Arabi ferit
i. Cfr. (infra) p. 364 col. II.


Cap. 48

Top 47 cc ↓ 49 → § 48a

La Palestina alla Camera inglese
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 362-63
15 novembre 1921.


La Palestina alla Camera inglese. – In risposta a un’interpellanza di Lord Sydenham alla Camera Alta, il Duca di Sutherland comunica, da parte del Ministero delle Colonie, che verrà pubblicata fra giorni la relazione sui conflitti di Giaffa. Dà notizie sulle vicende di terreni appartenenti alla chiesa Greca Ortodossa, posti in vendita per ordine dell’Alto Commissario, e, sempre in risposta all’interpellanza Sydenham «se i lotti posti in vendita siano suddivisi in modo che la sola Organizzazione Sionista possa acquistarli senza concorrenti», afferma che i terreni vengono venduti a lotti grandi, perché si ritiene che sia questo il mezzo di ricavarne prezzi più alti, e di vendere a persone capaci di migliorare i terreni, poiché non è probabile che piccoli capitalisti possano sostenere le spese necessarie ad un buono sfruttamento della terra. (Times, 3-11 1921). - V. V.

La relazione sui fatti di Giaffa del maggio scorso è stata pubblicata sotto forma di «Libro Bianco» (Cmd. 1540), come risulta dal Times dell’8 novembre.
.
Cap. 49

Top 48 ↑ cc 50 → § 49a

Posizione dell’Inghilterra in Palestina.
Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme.
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 363
15 novembre 1921.

Posizione dell’Inghilterra in Palestina; Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme. - Nella seduta del 10 Novembre alla Camera dei Lords il Duca di Sutherland, rispondendo per il Ministero delle Colonie a un’interrogazione di Lord Parmvor, dichiara essere verissimo che l’attuale posizione legale del Governo britannico in Palestina è quella di una potenza occupante territorio nemico. Dà schiarimenti sull’azione del Governo verso il Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme, che oltrepassa alquanto le funzioni riconosciute dal diritto internazionale alle potenze occupanti; d’altra parte non si tratta di un’occupazione ordinaria, poiché l’amministrazione della Palestina è stata affidata al Governo inglese dal Consiglio Supremo degli Alleati, in attesa che entri in vigore il trattato di Sèvres. (Times, 11-11-1921).

V. V.

Sulla politica inglese favorevole, anche nei Balcani, alla religione Greco-ortodossa, contro il Cattolicesimo, cfr. A. PALMIERI, L’ortodossia orientale sull’altra sponda dell’Adriatico, in L’Europa Orientale, fasc. 15 ottobre 1921, p. 299, 301-303.


Cap. 50

Top 49cc ↓ 51 → § 50a

La necessità di ratificare il mandato per la Palestina
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 363-64
15 novembre 1921.

La necessità di ratificare il mandato per la Palestina (1). - Il Palestine insiste sulla necessità che il mandato per la Palestina sia al più presto ratificato dalla Lega delle Nazioni. Il periodico osserva che Lord Robert Cecil nello scorso mese ha sottoposto all’Assemblea una risoluzione che esprimeva rincrescimento per il ritardo nella ratifica dei mandati, e mentre affermava non doversi dare alcun biasimo al Concilio per tale ritardo, pure credeva che fosse necessario procedere subito alla definizione dei mandati stessi. M. Bourgeois si oppose alla risoluzione, per due motivi principali. Anzitutto fra le Potenze e gli Stati Uniti pendono alcune questioni riguardanti i mandati, che dovevano venir risolte prima. E, in secondo luogo, egli oppose che, siccome l’amministrazione attuale dei territori sottoposti a mandato è in accordo con i principi dei mandati, il ritardo non era in alcun modo pregiudizievole agli interessi delle popolazioni. Con tutto il rispetto per il Bourgeois non si può convenire nè che il ritardo non arrechi alcun danno, nè che le discussioni ora in corso con gli Stati Uniti costituiscano un ostacolo alla ratifica.

Sembra invece che questo ritardo sia di incoraggiamento agli Arabi nel perseverare in un’agitazione che impedisce lo sviluppo della Palestina. Sino a quando vi sarà il minimo dubbio circa la ratificazione del mandato gli Arabi saranno, in fondo, giustificati se tentano di annullarlo. Indubbiamente i moti arabi, accompagnati, come furono, da violenza, sono una specie di ribellione alla Potenza mandataria; ma vi è una grande differenza fra una resistenza sediziosa a un mandato che è ancora senza base legale, e la resistenza ad un mandato che è ratificato ed è diventato parte del corpo generale delle leggi internazionali.

Un altro danno prodotto dal ritardo è che, quantunque lo spirito che guida l’Amministrazione sia d’accordo con i principi del mandato, è ancora possibile a quei funzionari del Governo che lo disapprovano di opporre per es. provvedimenti positivi, come quelli concernenti la posizione dell’Organizzazione sionista in Palestina. Finalmente, questo ritardo rende l’impiego del capitale meno pronto di quello che sarebbe altrimenti, e va a vanto del Governo inglese se questo non mette alcun ostacolo alla revisione della sua amministrazione da parte della Lega. Ma ciò, sebbene valga a dimostrare ancora una volta la completa bona fides del Governo inglese, non rimuove le obiezioni alla attuale posizione del mandato.

Molto poco si conosce in Inghilterra delle critiche del Governo degli Stati Uniti riguardo al mandato. L’America non fa obiezioni per la questione sionista o alle idee fondamentali del mandato. Nè si intende di fare questioni sui mandati «A» e «B» (nella quale ultima categoria è la Palestina) alla Conferenza di Washington. Quello che interessa molto l’America è che vi siano nel mandato dei provvedimenti per la protezione degli interessi commerciali americani e per l’uguaglianza delle possibilità commerciali o «porta aperta» al commercio. Sembrerebbe non esservi nessuna ragione perché il mandato non debba venir ratificato nella sua presente forma, con l’accordo espresso che tutte le aggiunte, eventualmente proposte dagli Stati Uniti, una volta approvate possano essere unite al mandato posteriormente.

In quanto al principio della «porta aperta» sostenuto dall’America per la Palestina, crediamo di intendere non altro che la Potenza mandataria non debba usare la sua posizione per dare la preferenza alle merci provenienti dal proprio paese. Esso non impedirebbe al mandatario di proteggere le industrie nascenti del paese mediante una tariffa, se tale misura sembrasse opportuna, nè dovrebbe essere mantenuto in vigore oltre la durata del mandato. Se, per esempio, la Palestina fosse capace di fare a meno della protezione del mandatario e raggiungesse una forma di governo completa e responsabile, essa non sarebbe legata da alcun impegno circa la libertà di commercio, ma sarebbe perfettamente libera di fissare la sua politica fiscale come meglio le converrebbe. Inoltre il principio per il quale l’America combatte si applicherebbe non soltanto alla Palestina, ma anche ad altri territori sotto mandato come la Siria e la Mesopotamia. La Palestina può avere un grande avvenire commerciale, come punto di congiungimento delle comunicazioni; e il vantaggio della sua posizione geografica sarebbe grandemente accresciuto da un sistema che eviterebbe, per quanto è possibile, le barriere artificiali della protezione: Vi possono essere delle obiezioni che a noi non sono occorse; ma per quel che si può vedere da adesso, gli interessi della Palestina, e, anzi, dell’intero Medio Oriente sarebbero avvantaggiati dal successo delle proposte americane.

Ma non vi è ragione perché il resto del mandato debba aspettare finchè questa questione sia risolta. Il mandato sia dunque ratificato nella sua forma attuale; il progetto americano potrà essere aggiunto più tardi, se approvato. (Palestine di Londra, 15-10-1921).

(1) In questo articolo non si fa cenno delle modifiche apportate dall’Inghilterra allo schema di trattato, vedi sopra, p. 337-340. - M. G.

Cap. 51

Top 50 cc ↓ 52 → § 51a

Sir Herbert Samuel e gli Arabi
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 364
15 novembre 1921.

Sir Herbert Samuel e gli Arabi. - Sono notevoli alcune parole pronunciate dall’Alto Commissario inglese per la Palestina in risposta a un discorso del Rabbino Kuk, il giorno di Rosh Hasscinlah («Capo d’anno» israelita). Egli, rammentando che nella sinagoga si era letta, in quel giorno, la porzione della legge che parla del trattato di pace fra Abramo e Abimelech, soggiunse:
«Spero che come Abramo noi riusciremo a far la pace con quelli che non sono Filistei, ma discendenti di Abramo. Abbiamo attraversato un anno difficile, ma ci sono segni di migliori tempi futuri; e noi riusciremo a costruire la Sede Nazionale a vantaggio di tutti gli abitanti del paese ... ».
Se si confrontano queste parole di Samuel con le dichiarazioni fatte al Congresso di Carlsbad circa le relazioni con gli Arabi (1), si potrà dedurre che i tentativi di comporre il grave dissidio fra Sionisti ed Arabi prenderanno una forma più concreta, sebbene l’atteggiamento degli Arabi rimanga sempre ostilissimo alla politica sionista. Si cfr. Israel di Firenze, 27-10-1921. - M. G.

(1) Oriente Moderno, fasc

Cap. 52

Top 51cc↓ 53 → § 52a

La Commissione Esecutiva del IV Congresso Palestinese

da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 364
15 novembre 1921.

La Commissione Esecutiva del IV Congresso Palestinese prepara una pubblicazione in inglese e in arabo, sul Rapporto Samuel [cfr. Oriente Moderno, fasc. 5°, p. 289-290], di cui il Karmel ha stampato la traduzione completa (al-Karmel, 8-10-1921). V. V.


Cap. 53

Top 52 ↑ cc54 → § 53a

I conflitti di Gerusalemme
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 362
15 novembre 1921.

Il Times ha dal Cairo che è stata presentata all’Alto Commissario Samuel una petizione, firmata da tutti gli Ebrei aventi cariche rappresentative e ufficiali, compresi i membri della Commissione Esecutiva sionista, del Consiglio Nazionale Ebraico, del Rabbinato, del Consiglio Comunale e alcuni Sefardim (1), richiedente che venga destituito e posto sotto inchiesta il Governatore di Gerusalemme Bonald Storrs, a cui risalirebbe la responsabilità di non aver saputo impedire i recenti conflitti. Storrs è Governatore dal dicembre 1917, ed ha organizzato la benemerità Società Pro Gerusalemme. (Times, 10-11-1921).

(1) Cfr. Oriente Moderno, fasc. 4°, p. 22, n. 1.

Cap. 54

Top 53 cc ↓ 55 → § 54a

La Delegazione Palestinese in America
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 364
15 novembre 1921.

La Delegazione Palestinese in America. - Il Karmel si rallegra che sia stata accolta la sua idea, presentata anche al IV Congresso Palestinese, d’inviare in America alcuni dei membri della Delegazione a far propaganda.

Quivi l’elemento israelita e sionista è numeroso e potente; ma vi sono anche molte e ricche colonie siriane, che hanno acquistato nel nuovo mondo una mentalità moderna, apprezzano i vantaggi della propaganda e, illuminate da persone competenti e responsabili sulle condizioni e sui bisogni degli Arabi in Palestina, darebbero un generoso contributo di danaro e di attività alla causa, organizzando in America associazioni pro Palestina e aiutando quelle già sorte in patria. Sarà però necessario che il IV Congresso, prima di mandare delegati in America, elabori e pubblichi un bilancio da cui risulti quali somme sono state raccolte nelle sottoscrizioni e come vennero spese: sarà altrimenti difficile trovare altro danaro, specie in America, dove sono abituati a render conto di ogni centesimo. Purtroppo il III Congresso rifiutò di mostrare il proprio bilancio, e ciò fece cattiva impressione; mentre poi le somme raccolte erano state amministrate bene. I giornali più influenti interruppero le loro campagne in favore delle sottoscrizioni; nè le riprenderanno se i varii enti responsabili non saranno interamente riorganizzati e capaci di fornire i mezzi necessari alla Delegazione, che dovrà ricostituirsi con persone più competenti. (al-Karmel, 2-10-1921). V. V.



Cap. 55

Top 54 cc ↓ 56 → § 55a

I Palestinesi d’America per la Delegazione
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 364
15 novembre 1921.
I Palestinesi d’America per la Delegazione. - Il Karmel ha da New York che la colonia palestinese di Brooklyn ha formato una Società per il rinascimento della Palestina (Gam’iyytl an-nahdah al-filastiniyyah), che ha già raccolto 1500 dollari e intende riunirne 5000, per inviarli alla Delegazione Palestinese a Londra. (al-Karmel, 2-10-1921). - V. V.

Cap. 56

Top 55 cc ↓ 57 → § 56a

La Biblioteca Universitaria di Gerusalemme
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 375-76
15 novembre 1921.

La Biblioteca Universitaria di Gerusalemme. - Nella primavera del 1920 la Commissione Esecutiva Sionista, in seguito ai preparativi dell’Università Ebraica, decise di ampliare la Biblioteca Nazionale Ebraica di Gerusalemme (fondata nel 1892 e destinata a raccogliere libri relativi al giudaismo), trasformandola in Biblioteca Nazionale Universitaria, e fornendola di opere relative a tutti i rami dello scibile. La Loggia dei Bne Brith, nelle cui mani era stata la libreria, la consegnò all’O. S., con l’intesa che il locale e i doppioni sarebbero tornati a lei, che intende servirsene per una Biblioteca Civica, appena la Biblioteca Nazionale Universitaria disporrà di una sede permanente.

La Biblioteca ha sofferto durante la guerra la perdita di molti volumi, la sospensione degl’invii di giornali dall’Europa, e una forte diminuzione nel numero dei lettori. Passata all’O. S., le sue condizioni gradatamente migliorarono, e oggi essa ha 1200 lettori iscritti; un centinaio si affollano gratuitamente ogni giorno nella sala di lettura, un cinquanta al giorno prendono in prestito libri a casa, pagando 4 piastre al mese (2 per gli studenti e gli operai).

Il catalogo, iniziato dalla nuova amministrazione in forma di schedario, è fatto per autori e per materia (i libri ebraici per titoli) secondo due suddivisioni principali: Argomenti ebraici ed Argomenti non ebraici.

Vi sono libri in tutte le lingue, specialmente in inglese e tedesco. I Iibri provengono da doni, che la Direzione ha sollecitato da organizzazioni sioniste e da privati negli S. U., a Berlino, in Olanda, a Trieste e nel Regno Unito; 165 casse in tutto, già in massima parte catalogate e a disposizione del pubblico, circa 50.000 volumi, più 100 fra giornali e riviste, che si trovano pur troppo a disagio in locali, sufficienti l’anno passato, ed oggi appena bastanti ad ospitare la metà dei lettori, tanto che molti si adattano a leggere nel terrazzo e sulla scalinata esterna. Anche il bilancio non è soddisfacente: L.E. I 112,50 il mese di stipendi, e L.E. 12,50 per le spese, rappresentate finora dal trasporto dei libri da Giaffa a Gerusalemme.

Fin dallestate del 1920 si è iniziata la propaganda per raccogliere fondi e libri all’estero; ed oltre i paesi già nominati, anche la Svizzera, Austria, Ceco-Slovacchia, Francia, Portogallo e Spagna hanno formato comitati a questo scopo e inviato piccole partite di libri. (Palestine Weekly di Gerusalemme, 23-9-1921). - V.V.

O. S. è la sigla della «Organizzazione Sionista», riconosciuta ufficialmente anche nello art. 4 dello schema inglese per il Mandato sulla Palestina; cfr. qui sopra, p. 338, col. I. - Bne Brith Bene berith) significa in ebraico « i figli [= i seguaci] della Legge divina». La lira egiziana, ora d’uso ufficiale in Palestina, corrisponde a lire italiane 25,92 (oro).


Cap. 57

Top 56 cc ↓ 58 → § 57a

Le scuole della Palestina
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 376
15 novembre 1921.

Le scuole della Palestina. - La Commissione centrale per la Pubblica Istruzione, di cui fanno parte, oltre alcuni funzionari i britannici, il Sindaco (arabo), il Mufti musulmano e il Patriarca greco di Gerusalemme, si è adunata per la seconda volta ai primi di ottobre. Il ff. Direttore della Pubblica Istruzione, Mr. Legge, ha esposto il programma del Governo, che intende, in un periodo di quattro o cinque anni, mettere le scuole rurali alla portata di tutti i Palestinesi, dotando di una scuola comune i gruppi di villaggi civili. Si provvederà in primo luogo all’istruzione elementare; alla penuria di insegnanti indigeni viene rimediato organizzando corsi preparatorii estivi. Sempre che sia possibile, si terranno le lezioni all’aria aperta. Segue una discussione sull’opportunità di insistere affinché i villaggi paghino le spese di costruzione dei locali scolastici.

Il Direttore spiega poi un progetto secondo il quale nelle scuole rurali verrà impartita l’istruzione tecnica nelle arti e nei mestieri, con lo scopo di combattere l’urbanesimo; per ora non si apriranno scuole d’arte e mestieri a Gerusalemme e nei centri maggiori.

Quanto alla lingua inglese, che viene attualmente insegnata nelle scuole elementari urbane a cominciare dal terzo anno, e che alcuni centri rurali vorrebbero estesa alle proprie scuole, il Direttore spiega che la questione è collegata all’altra delle scuole di arti e mestieri, e dimostra che l’insegnamento dell’inglese nelle campagne avrebbe il pericoloso effetto d’incoraggiare l’emigrazione dai villaggi nelle città.

Si decide di escludere l’inglese dalle scuole rurali, salvo casi speciali. (Palestine Weekly di Gerusalemme, 7-10-1921). - V. V.



Cap. 58

Top 57 cc 59 → § 58a

Lo spostamento del traffico da Beirut verso Caiffa
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 380-81
15 novembre 1921.

Lo spostamento del traffico da Beirut verso Caiffa. - La continuata agitazione politica dell’interno ha avuto sul traffico per via di mare un effetto molto dannoso che non ha potuto non preoccupare il Governo francese.

Beirut è stata un tempo il centro commerciale di tutta la Siria, la Cilicia, la Palestina, l’Higiaz, l’Irak e la Mesopotamia settentrionale.

Dopo una breve ripresa all’indomani dell’armistizio, le sue condizioni si sono nuovamente depresse; a causa soprattutto dei torbidi politici. Le comunicazioni con i paesi dell’interno sono interrotte, vi è una grande scarsezza di mezzi di trasporto, e le tariffe sono enormi, senza contare le difficoltà doganali.

Si è fatto da parte di un gruppo francese il tentativo di finanziare la costruzione di un tunnel attraverso le montagne del Libano, per abbreviare di circa 50 km. la via Beirut-Damasco-Aleppo, la quale inoltre doveva essere ridotta a uno scartamento normale. Lo scopo principale di questo progetto era quello di frustrare il progetto britannico di costruire i porti di Caiffa (Hayfa) e di Giaffa. Ma la questione tuttora aperta dei mandati ha fatto cadere il piano dei Francesi.

Nel tempo stesso, il porto di Caiffa, che è divenuto sede di numerose ditte commerciali britanniche, egiziane ed altre, è in piena prosperità. Una delle ragioni che favorisce lo spostamento del traffico da Beirut a Caiffa è quella delle minori tasse doganali. Ad esempio: tutti i materiali per costruzioni che s’importano dall’estero pagano un dazio del 3 per cento a Caiffa, dell’11 per cento a Beirut. Le merci esportate dall’Egitto in Palestina pagano a Caiffa l’8, a Beirut l’11 per cento. Tutte le importazioni in Siria pagano in ogni caso il dazio al loro arrivo, mentre le merci importate in Palestina e da essa riesportate non pagano alcun dazio. Inoltre, a Caiffa e in altre città della Palestina i dazi sono prelevati sul valore estero o del paese d’origine, mentre a Beirut si tassano le merci in base ai prezzi locali aumentati del 15 per cento.

Fino a quando vi sarà libertà di scambio tra la Palestina e la Siria, sarà vantaggioso per il consumatore di questa, importare attraverso quella le merci e i materiali da costruzione acquistati in Egitto. I commercianti di Damasco e di altre città della Siria danno oggi ordine di spedire le merci via Caiffa, imitati anche da quelli di Beirut.

Allo scopo di agevolare il commercio e l’espansione francese in Siria, il Governo locale ha inaugurato una nuova moneta siriana equivalente alla moneta francese. La Banca di Siria recentemente ha emesso banconote da 100, 50, 25, 10, 5 e 1 lira siriana, che equivale a 20 franchi francesi, e piccoli tagli da 50, 25, 10, 5 e 1 piastra, che equivale a 20 centesimi francesi. La moneta siriana segue sempre il cambio francese.

Le importazioni della Siria, però, provengono, oltre che dalla Francia, da altri paesi, e ogniqualvolta il franco deprezzi in rapporto alla lira sterlina, gl’importatori che debbono fare rimesse in moneta siriana per il tramite delle banche trovansi danneggiati. Cosicchè la così detta moneta siriana è puramente ufficiale, mentre negli usi correnti si usa la valuta egiziana basata sulla lira sterlina. Si usa anche la lira turca.

Fra le nazioni che esportano nella Siria viene prima la Gran Bretagna, seguono la Francia, l’Italia, il Belgio e gli Stati Uniti. La Germania tende a riconquistare questo mercato sebbene non bene accolta. Essa però giovasi del deprezzamento del marco specie da quando le autorità britanniche hanno permesso ai piroscafi della Deutsche Levant-Linie di entrare nei porti dell’Egitto e della Palestina. - G. S.



Cap. 59

Top 58 cc ↓ 60 → § 59a

L’avvenire di Caiffa
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 6, p. 381
15 novembre 1921.
L’avvenire di Caiffa. - Si annunzia che ad una notissima ditta inglese è stato assegnato l’appalto per lavori portuali da eseguirsi in Caiffa. La notizia è certamente non autorizzata e, vi è ragione di credere, senza serio fondamento. Sarebbe da preferire che i lavori venissero intrapresi dal Governo stesso della Palestina, quando esso fosse abbastanza forte da cominciare lo sviluppo del paese in larga misura. Si sa da lungo tempo che il Ministero della Marina annette grande importanza a Caiffa; e le ragioni che si suppone possano influire sul suo punto di vista sono degne di essere considerate. Esse illuminano tanto la storia passata della Palestina quanto le linee del suo possibile sviluppo futuro.

Non vi è alcun porto sulle coste della Siria fra l’Egitto e Alessandretta. Nei progetti di ferrovie fatti dalla Germania vi doveva essere un tronco per Alessandretta che congiungesse la ferrovia di Bagdad con il mare, e Alessandretta doveva diventare il principale porto commerciale della Turchia in Asia, come pure una grande stazione navale fortificata. Sir William Robertson, nella sua autobiografia pubblicata ultimamente, dice che tanto nel 1914 che nella metà del 1917 si discussero seriamente alcuni piani di sbarco ad Alessandretta, perchè riuscite operazioni militari in questa regione avrebbero potuto tagliare le comunicazioni fra l’Asia Minore ed i possedimenti turchi in Siria e in Mesopotamia.

II progetto della ferrovia di Bagdad presupponeva un grande Impero Turco stabilito a Costantinopoli, che a sua volta sarebbe stato congiunto per mezzo di ferrovia alle Potenze Centrali. Questo Impero ha cessato di esistere; ed ora quello che importa sono le comunicazioni della Siria e della Mesopotamia, non con Costantinopoli, ma con il mare. Questo cambiamento ha dato a Caiffa la sua nuova importanza, come termine naturale delle comunicazioni fra la Mesopotamia settentrionale e il mare. Essa eredita quella grandezza che i progetti dell’anti-guerra conferivano ad Alessandretta. Inoltre essa è la stazione naturale per la marina inglese nel Mediterraneo orientale e servirà per la politica inglese mondiale nell’Oriente in luogo di Cipro, che non ha porti, mentre Caiffa, senza una spesa eccessiva, può divenire un ottimo porto.

L’interesse principale dei Sionisti in Palestina è di natura ideale. In ogni modo, riflettendo sul futuro della Palestina, è impossibile ignorare la parte che l’economia esercita sulla storia del paese. La Palestina, avuta la sicurezza da nemici esterni (che il Mandato inglese le garantirà), non sarà mai povera; nè le sue future speranze dipendono solamente dalla fertilità del suolo o dalla scoperta di minerali o da altre fonti di ricchezza. La sua posizione nell’Oriente le garantirà da sola un avvenire, come punto di transito per il commercio. La sua ricchezza è stata sempre prodotta dalla sua posizione singolarissima; e sebbene tutte queste condizioni siano ora in parte cambiate per l’apertura del canale di Suez, pure la via di terra per l’Oriente ha conservato la sua importanza.

Quando la Mesopotamia era sotto i Turchi, il progetto della ferrovia di Bagdad, con i suoi raccordi con il Bosforo, ebbe naturalmente la preferenza. Ma per la Mesopotamia indipendente lo sbocco naturale e più facile è Caiffa; quivi dovrà sorgere un grande porto, con gli opportuni raccordi ferroviari per l’interno, (Palestine di Londra, 8-10-1921). - M. G.


Cap. 60

Top 59 cc ↓ 61a → § 60

Il Congresso siriano-palestinese
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 411-13
15 dicembre 1921.

Il Congresso siriano-palestinese. – Sul Congresso Siriano-palestinese, di cui abbiamo dato già notizia (1), prendiamo da una corrispondenza inviata da Ginevra da Ali el-Ghaiati alla Correspondance d’Orient le seguenti notizie e considerazioni, che mostrano meglio il significato e il carattere di tale importante avvenimento. Vi è chiaramente mostrato il dissidio siriano-palestinese.

Nello scorso aprile il Comitato Centrale della «Unione siriana» del Cairo aveva lanciato un appello invitando tutti i partiti politici che lavorano per l’indipendenza e l’unità della Siria a riunirsi in congresso a Ginevra nel momento della discussione dei Mandati presso la Società delle Nazioni.

Il progettato Congresso Siriano aveva per iscopo di unificare lo sforzo dei partiti che vi doveano prendere parte, e di far valere avanti alla Società delle Nazioni i diritti della Siria una e indivisibile, come pure i voti dei suoi abitanti. Avendo parecchi partiti risposto all’invito della «Unione Siriana», questa fissò definitivamente la data di riunione del Congresso per il 25 agosto 1921.

A questa data infatti il Congresso tenne una seduta preliminare a Ginevra.

Non essendo ancora giunti parecchi delegati, si rinviò la continuazione dei lavori al 27 agosto, e in questo giorno il Congresso Siriano fu aperto ufficialmente.

Le organizzazioni politiche che si sono fatte rappresentare a questo Congresso sono nove, e cioè:

Il Comitato centrale dell’Unione Siriana (Cairo), il Comitato palestinese d’Egitto (Cairo), la Delegazione palestinese (Gerusalemme), l’Indipendenza araba (Transgiordania, Palestina, Siria), il Consiglio amministrativo del Libano (in esilio), il Partito nazionale arabo (Buenos Ayres), l’Indipendenza e l’unità della Siria (Santiago), «National League for liberating Syria» (New-York) e «Syrian National Society» (Boston).

Il totale dei congressisti rappresentanti questi enti fu di quindici persone.

Da uno dei quattro delegati dell’Indipendenza araba era anche rappresentato il ben noto Ibrahim Hanano (2), che le autorità inglesi in Palestina, ove egli era arrivato di recente, hanno ora arrestato e consegnato ai suoi nemici francesi.

Il Congresso, fino ad allora giustamente chiamato «Siriano», il giorno della sua inaugurazione fu detto invece «Siriano-palestinese», per l’intervento dei delegati palestinesi arrivati da Londra. Costoro, che in principio avevano tentato di fare un congresso essenzialmente arabo, denominandolo «Congresso Arabo», incontrarono una viva opposizione, specie da parte dell’Unione Siriana, in seguito alla quale essi si limitarono a reclamare che si aggiungesse la parola «palestinese». Per evitare ogni malinteso il Congresso accolse la loro domanda. Fu un primo colpo contro l’unità siriana; ma non fu - ben inteso - l’ultimo.

I Palestinesi, che sembravano adottare il punto di vista inglese riguardo al problema arabo, non potevano accettare una politica unitaria siriana che avrebbe fatalmente irritato gli ambienti inglesi che essi credevano favorevoli alla loro causa. Sembra che questi ultimi vedano in ogni tendenza unitaria una manifestazione segreta della politica francese. Qualunque spiegazione e qualunque rassicurazione da parte dei Siriani, i quali non vogliono il Mandato francese e lottano apertamente contro la ingerenza francese, furono inutili. La delegazione Palestinese, la cui preoccupazione dominante è di sbarazzarsi del Sionismo, teneva più che ad ogni altra cosa, ad allontanare qualunque argomento che sembrasse sospetto agli occhi degli Inglesi.

Sin dal primo contatto i suoi inviati, che non erano tutti dei più capaci, hanno nettamente espresso la loro opinione a questo riguardo, ed hanno, per così dire, spostato la discussione. Per guadagnarli alla propria causa il Congresso si è indotto a prendere una risoluzione particolare di cui ecco la traduzione letterale:
«Il Congresso riunito a Ginevra e composto dei rappresentanti dell’Unione Siriana, dell’Indipendenza araba, della Delegazione palestinese, e della Lega nazionale per la Liberazione della Siria, decide di rivendicare l’indipendenza completa della Siria e della Palestina, l’una con l’altra, e con gli altri paesi arabi».
Questa decisione, un poco oscura, fu la base dell’intesa tra i Siriani e i Palestinesi. Essa è stata in seguito chiaramente confermata nei numeri 1 e 2 delle cinque risoluzioni finali del Congresso, di cui ecco il testo:
1° Il riconoscimento dell’indipendenza e della sovranità della Siria, del Libano e della Palestina;
2° Il diritto di questi paesi di unirsi fra di loro, con un Governo civile e parlamentare, e di federarsi con gli altri Stati arabi;
3° La decisione immediata della cessazione del Mandato;
4° L’evacuazione immediata della Siria, del Libano e della Palestina da parte delle truppe franco-inglesi che le occupano;
5° L’annullamento della dichiarazione Balfour relativa alla sede nazionale ebraica.
I partigiani dell’unità siriana hanno dovuto per conseguenza cedere davanti all’attitudine dei delegati palestinesi che si sono categoricamente rifiutati di aderire a questa unità, anche nel quadro d’una confederazione araba. È per questo che, malgrado gli sforzi di Michele Lutfallah e dei suoi colleghi d’Egitto, l’unità siriana, uno dei principali scopi del Congresso, non è stata rivendicata nè nelle risoluzioni del Congresso, nè nei rapporti che questo ha presentato alla Società delle Nazioni.

I delegati palestinesi hanno seguito un programma nazionale, cioè antisionista, e arabo. Essi hanno dichiarato a varie riprese che la Palestina è pronta ad unirsi a qualsiasi paese arabo, per esempio l’Egitto, se questo paese riuscisse ad ottenere la sua indipendenza. Piuttosto ottimisti, essi dicevano in pieno Congresso che la causa palestinese trionferà prima della causa siriana e che, per questo, essi non potevano legare la sorte del loro paese a quello della Siria. Nonostante la loro politica separatista, per così dire, e la loro opposizione alla unità siriana, essi hanno dovuto tuttavia votare le risoluzioni precedenti 3 e 4, che richiedono la cessazione immediata del mandato e l’evacuazione del paese dalle truppe che lo occupano. Forse essi l’hanno fatto senza molto entusiasmo, ma in ogni modo l’hanno fatto, con il fine soprattutto di dissipare ogni sospetto e di evitare ogni critica, sia da parte francese, sia da parte siriana.

Non tutti i Palestinesi sono però ostili all’unità siriana; sono ad essa favorevoli molte personalità ragguardevoli.

Se il principio dell’unità siriana non ha trionfato, come si aspettava, nel seno del Congresso, ciò non toglie che questo abbia reso importanti servigi alla causa siriana nel suo insieme. Grazie alla sua opera l’opinione pubblica in Europa considererà ormai il problema siriano con molto più interesse e migliore cognizione.

Quanto al pensiero arabo, di cui la questione siriana non è che una evidente manifestazione, bisogna pur riconoscere ch’esso ha dominato, direttamente o indirettamente, il Congresso, e che ne è uscito fortificato. Non si è voluto fare, e a ragione, del congresso Siriano un Congresso Arabo ufficiale, ma non si è mai osato combattere il pensiero arabo. D’altra parte l’Unione Siriana ha sottoscritto assai volentieri all’unione della Siria con gli altri paesi arabi in una confederazione, con la sola riserva di garantire la indipendenza e l’unità della Siria. È ancora da notarsi che una buona parte dei congressisti ha lavorato e lavora sempre alla istituzione di questa confederazione araba. Essi, a questo scopo, guardano la formazione del regno di Bagdad e dello stato di Transgiordania, con molta simpatia e speranza. Quelli stessi che diffidano dell’amicizia inglese seguono con vivo interesse lo sviluppo della politica araba di Londra, e forse non vedrebbero di cattivo occhio in Siria un regime analogo al regime attuale della Mesopotamia.

A questo proposito sia permesso fare la seguente constatazione. Si apprende da buona fonte che il progetto francese del Mandato in Siria sarebbe più o meno simile al progetto inglese per la Mesopotamia. Si sa che il primo rimane riservato, mentre il secondo è stato pubblicato, come tutti gli altri progetti di Mandato, francesi o inglesi.

D’altra parte il dottore George Samné ha tracciato, qualche giorno fa, un programma significativo (3) che richiede per la Siria un Re designato dalla maggioranza degli abitanti, l’unità, un Governo nazionale, il Mandato francese. In questo regno cristiano il Libano sarebbe ridotto «al limite di una sede cristiana». Questo programma non sembra del tutto estraneo al progetto francese.

È una semplice coincidenza?

Comunque sia, una politica francese di conciliazione s’impone oggi più che mai. Essa sarebbe senza dubbio accolta favorevolmente dai Siriani, i quali si sforzano, d’altra parte, di provare alla Francia che la pratica di una tale politica non sarebbe affatto contraria ai suoi interessi. Essi si dichiarano pronti a riconoscere e a salvaguardare questi ultimi se, dal canto suo, il Governo della Repubblica è pronto a riconoscere e a rispettare i diritti sovrani della loro patria.

Del resto i mezzi di conciliazione non mancano.

Ecco un altro programma:

In una lettera particolare indirizzata il 27 settembre 1921 a Gabriel Hanotaux, membro della Delegazione francese alla Società delle Nazioni , Mohammed Rashid Ridà, ex-presidente del Congresso generale e Costituente di Damasco e direttore della celebre rivista araba al-Manar del Cairo, propone ciò che segue:

«La Francia riconoscerà che la Siria è degna di essere libera e indipendente e che il popolo siriano è atto a governarsi da sè. Essa permetterà a questo popolo di formare un Governo nazionale indipendente sulla base del decentramento, secondo la forma che sceglieranno i rappresentanti eletti dal paese. Sarà conchiusa un’alleanza fra la Siria e la Francia, in virtù della quale gli interessi di questa saranno salvaguardati, e una posizione preponderante economica e morale le sarà accordata sul territorio siriano».

Bisogna infine ricordare le dichiarazioni dell’Emiro Michele Lutfallah, presidente dell’Unione Siriana e del Congresso Siriano-palestinese di Ginevra, che, pur reclamando l’indipendenza della Siria sotto la garanzia della Società delle Nazioni, desidera vivamente « conservare i rapporti tradizionali di amicizia e di simpatia reciproca con la Francia».

È ancor tempo per la Francia di cogliere questa preziosa occasione e di riconciliarsi con i suoi amici della Siria. Facendolo in questo momento opportuno essa servirà i suoi propri interessi e rialzerà il suo prestigio morale nell’Oriente musulmano. (Correspondance d’Orient, 15-11-1921).

(1) Cfr. Oriente Moderno, fascicolo 5°, p. 291 [vedi] e fasc. 6°, p. 362 [vedi].
(2) Cfr. Oriente Moderno, fascicolo 5°, p. 292 [vedi].
(3) Nel numero di settembre della Correspondance d’Orient.

M. G.



Cap. 61

Top 60 cc 62 → § 61a

Proteste contro il Congresso siro-palestinese di Ginevra
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 413-14
15 dicembre 1921.

Proteste contro il Congresso siro-palestinese di Ginevra. - La Commissione per la difesa dei diritti del Libano scrive ad al-Muqattam lagnandosi che il «Congresso del partito arabo dell’Higiaz» (1) tenuto a Ginevra abbia osato parlare in nome dei Libanesi, basandosi sul fatto che vi è intervenuto un antico membro del Direttorio Libanese. [Allude a Suleiman Bey Kan’an, cfr. infra, O.M., p. 414 col. I].
«Fra le richieste presentate da questo Congresso, si è reclamato per il Libano il diritto di unirsi ai paesi arabi, mentre il Libano (separato dalla Siria prima della guerra) è contrario a questa soluzione, e desidera un regime speciale, indipendente dalla Turchia, garantito dalle grandi Potenze e assolutamente autonomo, quale gli è stato annunziato dalla Francia.

«L’Inghilterra, nei suoi accordi con il Re (allora Emiro) Husein, aveva esplicitamente escluso il Libano dai territori che avrebbero fatto parte del regno arabo, e aveva notificato questo a S. M. per mezzo del suo rappresentante in Egitto.

«La Commissione per la difesa dei diritti del Libano protesta quindi contro la pretesa del Congresso di rappresentare il Libano, – senza, ben inteso, condannare gli argomenti sui quali il Congresso fonda le proprie rivendicazioni presso la Società delle Nazioni, - ed ha esposto le sue aspirazioni in un memoriale diretto al Presidente della Società delle Nazioni e a quello della Repubblica Francese».

(al-Muqattml, arabo del Cairo, 18-11-1921)
(1) Lo chiama così per insinuare ch’esso fu, in realtà, emanazione del Re Husein; gli avversari del Congresso dicono che il suo presidente, principe siriano Mishai Luffallah, sia alla dipendenza segreta del Re Husein. - V. V.

Si veda nell’Oriente Moderno, fasc. 6°, p. 362 un’altra protesta del Patriarca maronita.

La Correspondance d’Orient del 15 novembre riferisce analoga protesta del Patriarca greco-ortodosso d’Antiochia, Gregorio; il quale, in una lettera diretta a Sir E. Drummond (segretario della Società delle Nazioni) afferma l’assoluta necessità del Mandato alla Francia, cbe garantisce sicurezza e progresso alla Siria.



Cap. 62

Top 61 cc ↓ 63 → § 62a

La costituzione della Palestina
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 415-16
15 dicembre 1921.
La costituzione della Palestina. - Il settimanale italiano Israel pubblica le seguenti notizie, circa la costituzione della Palestina, che noi riportiamo con le stesse parole del periodico:

Sir Herbert Samuel ha fatto la seguente dichiarazione dinanzi alla dodicesima riunione del Consiglio Amministrativo, che ebbe luogo il 20 novembre 1921 [a Gerusalemme]:
«Conforme ad altro caso precedente, la costituzione della Palestina avrà la forma di un decreto emanante da Sua Maestà d’accordo col Consiglio.

Contemporaneamente sarà pubblicata una legge separata che si occuperà della nazionalità. Poiché le clausole di questa legge debbono essere conformi ai termini a name="sessantaduesevres">del trattato di Sèvres, è necessario ch’essa assuma pure la forma di un “order in Council”.

Questo decreto applicherà la clausola del trattato di Sèvres secondo la quale tutti i sudditi ottomani che hanno la loro residenza abituale in Palestina diventeranno immediatamente cittadini palestinesi. È fatta eccezione pel caso di sudditi ottomani che appartengano per la loro razza ai popoli dell’America, della Georgia, della Grecia, della Turchia e della Bulgaria, i quali desiderassero optare per la nazionalità di uno dei detti paesi. Queste persone avranno diritto di fare, entro l’anno, una dichiarazione optando per una di queste nazionalità, ma non cesseranno di essere cittadini palestinesi fino a quando non avranno lasciato il paese e stabilita la loro residenza in altri paesi.

Conforme ai termini del trattato, gli Ebrei di nazionalità straniera, che hanno la loro residenza abituale in Palestina, quando il trattato andrà in vigore, potranno diventare cittadini palestinesi, qualora dichiarino entro l’anno il loro desiderio di optare per la nazionalità palestinese.

La cittadinanza dovrà pure essere acquistata mediante la naturalizzazione, vale a dire, mediante il conseguimento di un certificato di nazionalità palestinese da parte di un suddito straniero. La legge prevede che l’Alto Commissario potrà accordare la naturalizzazione alle condizioni seguenti:

1° Che la persona di cui trattasi abbia avuto la sua residenza in Palestina durante almeno tre anni prima di fare la sua dichiarazione.
2° Che essa goda buona reputazione e possieda una sufficiente cognizione dell’arabo, dell’ebraico o dell’inglese.
3° Che essa abbia intenzione di stabilire la sua residenza in Palestina.

Queste condizioni si applicano senza alcuna distinzione di razza o di religione».

(Israel di Firenze, 1-12-1921).

M. G.


Cap. 63

Top 62 cc ↓ 64 → § 63a

Commento arabo allo schema
del Mandato sulla Palestina
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 416-417
15 dicembre 1921.

Commento arabo allo schema del Mandato sulla Palestina. - Riassumiamo in breve le osservazioni che il giornale arabo musulmano al-Karmel di Caiffa ha posto ad alcuni articoli dello schema del Mandato sulla Palestina:

Art. 2. - Si deve dedurre da questo articolo che restrizioni economiche e politiche a danno degli abitanti delta Palestina, se giovano allo stabilimento della Sede nazionale ebraica, debbono ritenersi giustificate? L’articolo non fa poi neanche cenno dei diritti politici degli abitanti della Palestina.

Art. 4. - Per mutare le sorti della Palestina non basta un grande Impero, non i Sionisti, occorrono ancora le forze degli Ebrei. Questo dimostra che l’oppressore si sente sempre debole di fronte all’oppresso che è dalla parte del diritto. È necessario che gli abitanti della Palestina affermino i loro diritti e veglino sui loro interessi economici e sociali, e avranno così in mano la migliore arma pacifica contro gli avversari.

Art. 5. - È destinato a far sì che le terre rimangano sotto il controllo della Potenza mandataria e dei Sionisti e ad evitare che ingerenze straniere possano mettere ostacoli allo stabilimento della Sede nazionale, e che i prezzi delle terre salgano. Se sarà approvato dalla Lega delle Nazioni costituirà una chiara prova delle ingiustizie che si compiono nel secolo xx.

Art. 6. - L’esperienza passata insegna che cosa sia questo rispetto per i diritti delle popolazioni, e fa prevedere l’avvenire! Tutte le terre poi, qualunque sia la loro qualità, appartengono alla popolazione del paese, e il donarle a immigranti pregiudica appunto i diritti della popolazione stessa.

Art. 9. - Queste dichiarazioni di rispetto per le nostre leggi religiose non corrispondono alla realtà; quello che è stato fatto per i waqf di Deir er-Rum lo dimostra.

Art. 11. - Da esso si deduce che l’Amministrazione attribuirà le concessioni e i lavori pubblici agli Ebrei e ai loro immigrati.

Art. 14. - Vi sono molti luoghi venerati da varie Comunità, ma che sono sotto l’Amministrazione di una sola di esse; come si provvederà ad essi secondo la lettera di questo articolo? Quando, trascorso il periodo del Mandato, gli Ebrei saranno divenuti maggioranza e la Potenza mandataria dovrà consegnare ad essi il paese e gli abitanti, chi garantirà i diritti religiosi di questi?

Art. 15. - Sembra che chi ha redatto il Mandato abbia creduto che gli Arabi, avuta la libertà di coscienza, abbandonino tutti gli altri loro diritti, o che abbia pensato che gli Ebrei, divenuti maggioranza, non vogliano neanche più concederci questa libertà! Tutti questi articoli di materia religiosa hanno bisogno di essere chiariti. L’ultima condizione, che vieta l’espulsione dalla Palestina per soli motivi religiosi è veramente meravigliosa: come se mancasse al forte la possibilità di trovare mille pretesti per incolpare il debole!

Art. 17. - Non si comprende perché l’Amministrazione della Palestina debba avere forze per la difesa, e il Mandatario mantenere le sue truppe; con il concorso dell’Amministrazione suddetta, se non è allo scopo di costringere gli abitanti della Palestina ad accettare la dichiarazione Balfour. È giusto costringere una popolazione a concorrere per mantenere una forza, la quale deve costringerla a cedere la propria terra ad altri?

Art. 18. - Mostra che l’accordo doganale con la Francia per la Siria è concluso; e a quanto sappiamo questo accordo non mira agli interessi della popolazione, ma al vantaggio di altri; inoltre l’accordo è prematuro, perché il Mandato non è approvato ancora, e non è lecito all’Amministrazione di emanare nuove disposizioni.

Art. 21. - Ne risulta che il Mandato non è ancora in vigore, e che, fino a che esso non lo sia, non è lecito emanare nuove leggi; perché invece se ne sono emanate? Inoltre le spese per le antichità debbono essere fatte con grandi economie, perché il paese ha bisogni assai più urgenti, quali l’agricoltura, l’istruzione ecc.

Art. 22. - È una questione che ha già imbarazzato l’Inghilterra per parecchio tempo. La maggioranza degli Ebrei sa l’arabo; e quelli che non lo sanno conoscono, piuttosto che l’ebraico, lo yiddish (1). Gli Ebrei son troppo pochi e il paese troppo piccolo per avere tre lingue ufficiali; senza pensare alla grave spesa che occorrerà per le traduzioni, per gli interpreti ecc., mentre il paese ha tanto bisogno di opere pubbliche.

Art. 23. - Una festa per settimana, con tutte le altre solennità religiose o civili, sembrava finora sufficiente. Vi saranno invece tre feste alla settimana con evidente danno economico.

Art. 25. - Si riferisce alla Transgiordania ed è redatto assai abilmente; in quanto toglie alla regione il nome che le era stato concesso prima. L’articolo dimostra l’influenza del Sionismo sulla politica inglese; e certo esso non è d’accordo con le dichiarazioni fatte dall’Alto Commissario [Samuel] quando la Transgiordania fu staccata dalla Siria. La responsabilità di questo stato di cose rimonta agli Arabi solamente, perché essi non sono stati mai concordi; e il Sionismo può offrire a loro l’esempio dell’unità del popolo ebraico e della sua organizzazione, con cui esso è riuscito a far valere la sua volontà perfino nei paesi di altre popolazioni.

In fine il giornale rinnova le sue proteste contro questo progetto, contrario alla fama della giustizia inglese; ciò nell’interesse dell’Inghilterra e degli Arabi insieme; e si augura che il Governo inglese voglia bene chiarire il significato del Mandato, articolo per articolo. Gli Arabi non vogliono perdere la fiducia nella giustizia dell’Inghilterra, nè affievolire le speranze in essa riposte e la fiducia nella possibilità di un’azione giovevole ai reciproci interessi. (al-Karmel, arabo musulmano di Caiffa, 22 e 26 ottobre 1921).

(1) Ossia il gergo inglese degli Ebrei degli Stati Uniti.

M. G.


Cap. 64

Top 63 cc ↓ 65 → § 64a

Relazione della Commissione d’inchiesta
per i disordini di Giaffa
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 417-418
15 dicembre 1921.

Relazione della Commissione d’inchiesta per i disordini di Giaffa. - È stato pubblicato il rapporto della Commissione d’inchiesta sui disordini dello scorso maggio (Goverment White Paper, Cmd. 1540).

Come appendice è aggiunto il seguente riassunto dei risultati dell’inchiesta, con l’avvertenza che esso è stato fatto per convenienza del Governo, ma che non deve essere considerato come espressione delle opinioni della Commissione, se non letto con il testo del rapporto:

«La causa fondamentale dei tumulti di Giaffa e dei susseguenti atti di violenza è stato un senso di scontento, misto ad ostilità, degli Arabi contro gli Ebrei, dovuto a ragioni politiche ed economiche e connesso all’immigrazione ebraica e alla concezione, da parte degli Arabi, della politica sionista come derivante da elementi ebraici.

La causa immediata dei tumulti di Giaffa del 1° maggio fu una dimostrazione non autorizzata di Ebrei bolscevichi, seguita dal suo urto con una dimostrazione autorizzata del Partito del Lavoro ebraico.

La lotta di razza fu iniziata dagli Arabi e rapidamente degenerò in un conflitto violentissimo fra Arabi e Ebrei, in cui la maggioranza araba (gli oppressori furono generalmente gli Arabi) inflisse la maggior parte delle perdite.

Non si aspettava lo scoppio delle ostilità, nè esso fu premeditato, nè alcuna delle due parti era preparata a sostenerlo; ma lo stato d’animo della popolazione rendeva probabile un conflitto per qualsiasi provocazione fatta da qualsiasi Ebreo.

La massa degli Ebrei è contraria al Bolscevismo, e non è stata responsabile della dimostrazione bolscevica. Una volta cominciati i disordini, questi presero la forma di una ribellione antiebraica, dovuta a un sentimento antiebraico già molto acuto. Una gran parte delle comunità Cristiana e Musulmana la tollerarono, quantunque non incoraggiassero la violenza. Mentre alcuni degli Arabi colti sembrano aver incitato la folla, le personalità ragguardevoli di entrambe le parti, quali che fossero i loro sentimenti, aiutarono le autorità a sedare il tumulto.

La polizia, tranne alcune eccezioni, fu poco disciplinata e la sua opera inefficace; in molti casi rimase indifferente, e in alcuni fu anche a capo della violenza e vi partecipò.

La condotta dell’esercito fu ammirevole sotto ogni riguardo.

L’assalto di cinque colonie agricole ebraiche fu dovuto all’eccitamento prodotto negli Arabi dalle notizie dell’uccisione di Arabi compiuta da Ebrei a Giaffa. Nei due casi si credette troppo presto a racconti infondati di provocazione, e si agì senza verificare la verità delle notizie.

In questi assalti vi furono alcune perdite da parte degli Ebrei e molte da parte degli Arabi, principalmente a causa dell’intervento militare» (Palestine, 19-11-1921).

Si confronti anche Israel del 24-11-1921, in cui è dato il testo del rapporto, che non riproduciamo per brevità, e altresì il riassunto (ma con qualche differenza). - M. G.

Cap. 65

Top 64 cc ↓ 1922 → § 65a

La situazione nella Transgiordania
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 7, p. 418-419
15 dicembre 1921


La situazione nella Transgiordania. - Nel fasc. 5°, p. 292 col. I, abbiamo dato notizia dei gravi torbidi accaduti a Amman, capoluogo dello Stato della Transgiordania (hukumat sharqi al–Urdunn), in seguito alla notizia che le autorità inglesi di Gerusalemme avevano arrestato e consegnato ai Francesi Ibrahim Hanano. Ulteriori notizie mostrano che ci fu un vero tentativo di ribellione contro la Potenza mandataria (l’Inghilterra), promosso dal capo beduino Awdah Bu Tayih, noto per aver partecipato al tentativo siriano di arrestare a Khan Meithelun le truppe francesi avanzanti su Damasco (24 luglio 1920).

Il corrispondente palestinese del giornale al-Bashir di Beirut (organo dei Gesuiti e francofilo), in data 10 ottobre manda notizie pessimistiche sul disordine che regnerebbe nella Transgiordania e del quale cita vari esempi concreti, come aggressioni di carovane e scontri fra piccole tribù. Le cause di tale anarchia sarebbero di tre specie:
  1. d’ordine politico: l’Inghilterra avrebbe armati e sollevati quei paesi, lasciandoli a «sbranarsi» fra di loro, e negando poi, per reconditi fini politici, gli aiuti chiesti dallo sceriffo EmiroAbdullah
  2. d’ordine personale, ossia l’eccessiva longanimità (hilm) e tolleranza (tasahul) dell’Emiro predetto;
  3. d’ordine sociale, trattandosi in Transgiordania di vera società beduina, refrattaria a sistemi regolari di governo.
per sedare i disordini; Aggiunge il corrispondente che era inoltre prossima l’abolizione dei tribunali regolari (nizamiyyah), per tornare agli usi ed alle norme delle tribù beduine; e che infatti, persino nei centri maggiori, era ormai invalso il costume di nominarsi un giudice loro, quale arbitro (hakam) nelle liti sorgenti fra di loro. (al-Bashir, 20-10-1921). N.

Quest’ultima notizia è confermata dal medesimo corrispondente, in data 15 ottobre. Egli infatti ci dice che ad es-Salt, uno dei centri maggiori della regione, è venuto lo sceriffo Marzuq el-Tukhaimi in qualità di giudice, e che egli adempie con equità e con lode generale il suo ufficio, attenendosi tuttavia ai soli principi giuridici beduini. Egli siede nel piazzale (fana’) innanzi alla sua casa; la gente viene a lui, ed egli pronunzia il suo giudizio fra le parti in contesa, senza carte, senza formalità, senza tasse e senza ritardo. Può anche condannare alla prigione ed i suoi giudizi sono esecutivi. In modo analogo in ognuno dei centri maggiori della Transgiordania v’è uno sceriffo che aiuta il Governo locale con la propria influenza personale e giudica secondo quello che reputa essere il meglio.

Il corrispondente informa poi che il Governo della Transgiordania ha intenzione di istituire un «Parlamento» (maglis al-ummah) avente diritto di fare le leggi e di modificarle. Ma l’Emiro ‘Abdullah avrebbe dichiarato che i membri di questo Parlamento saranno nominati da lui e non elettivi, per evitare motivi di contese e di divisioni d’animo.

Comunica infine che da Gerusalemme si è recata ad ‘Amman, capitale della Transgiordania, per ossequiare l’Emiro ‘Abdallàh, una missione composta del siriano Haddad Pascià (plenipotenziario del «Governo arabo» [del Higiaz] a Londra), del noto colonnello inglese Lawrence e di Subhi Khadra; essi furono ospiti nell’attendamento dell’Emiro, presso ‘Amman. (al-Bashir, 22-10-1921). N.

Secondo la Depêche Coloniale del 9 novembre, il predetto colonnello Lawrence, anima della politica inglese in Arabia, si troverebbe ad ‘Amman nella carica provvisoria di consigliere politico dell’Emiro ‘Abdullah. D’altro canto notizie inviate da Caiffa al giornale al-Muqtabas di Damasco, e riprodotte in al-Bashir del 5 novembre, assicurano che ormai il Governo della Transgiordania non ha più alcun legame con l’Alto Commissario inglese per la Palestina (residente a Gerusalemme), e che invece gli è stato nominato un particolare delegato inglese, alla diretta dipendenza del Ministero delle Colonie. Ciò conferma la notizia della Dépêche coloniale. - N.

Il giornale arabo al-Muqallam del Cairo ha da ‘Amman in data 24 ottobre che fra l’Emiro ‘Abdullah e il Col. Lawrence sarebbe intervenuto il seguente accordo:

1° I fiduciari (mu’tamad) britannici in Transgiordania saranno ridotti ad uno solo, che avrà il suo centro ad Amman e non potrà ingerirsi negli affari interni della zona interna; egli avrà il titolo di Fiduciario Politico, sarà cioè una specie di ufficiale di collegamento (dabit irtibat).

2° La qualità (sifah) di ispettore di gendarmeria (mufattish ad-darak) sarà equivalente (muthilah) nel pieno senso della parola alla qualità di ufficiale arabo.

3° Le forze di gendarmeria mobile (ad-darak as-sayyar), istituite dagli Inglesi ad ‘Amman, dipenderanno dal Governo della Transgiordania, che potrà adoperarle e ripartirle e disporne in tutte le circostanze nelle quali ritenga necessario valersene.

4° Riconoscimento esplicito che non esiste alcun legame (‘ilaqah) politico od amministrativo tra la Transgiordania e la Palestina.

5° Sostituzione  di Mr. Abramson capo dei fiduciari britannici ad ‘Amman, noto per le sue tendenze sioniste, con un funzionario inglese di cui sia dimostrata la lontananza da siffatte tendenze, e la buona disposizione verso la questione Araba. (al-Muqattam, 5-11-1921). - V. V.

Torna al Sommario.
Altri periodici del 1921. - Navigazione: Indice delle Fonti e Repertori: Cronologia - Analitico. - Forum: «Tribuna di “Civium Libertas”». - Societas: «Civium Libertas».

(segue: 1922)



Fonti citate

al-Arz: 18 ottobre 1921;
al-Barq: 16 settembre 1921;
al-Bashir: 20 ottobre 1921; 22 ottobre 1921;
Correspondance d’Orient: settembre 1921;
Corriere d’Italia: 10 agosto 1921;
Daily Chronicle: 16 giugno 1921;
Daily Herald: 25 giugno 1921, 3 settembre 1921;
Daily Mail: 16 giugno 1921;
Daily Telegraph: 6 maggio 1921;
Depêche Coloniale: 9 novembre 1921;
Echo de Paris: 16 giugno 1921;
L’Europa Orientale: 15 ottobre 1921;
Gazette de Lausanne, 2, 3 e 9 settembre 1921;
al-Haqiqab, 31 agosto 1921;
Homme libre: 16 giugno 1921;
Israel: dal 1 settembre 1921; 27 ottobre 1921; 24 xi 1921; 1 dicembre 1921;
Journal de Genève, 3 e 9 settembre 1921;
Jüdische Rundschau: 10 giugno 1921;
al-Karmel: 1921: 13 v; 14 v; 8-16 v; 18 v; 28 v; 1 vi; 11 vi;, 22 vi; 29 vi; 2 vii; 6 vii; 9 vii; 13 vii, 30 vii; 31 viii; 3 ix; 7 ix; 10 ix; 2 x; 8 x; 22 e 26 x;
Libro bianco: cmd 1176, cmd 1500, cmd 1540;
Manchster Guardian: 1921: 13 vi, 9 viii, 10 viii, 11 viii;
al-Muqtabas.
al-Muqattam: 24 ottobre 1921;
an-Nadi al-Arabi: 2 settembre 1921;
Near East: 28 luglio 1921; 1 settembre 1921; 15 settembre 1921;
Osservatore Romano: 13 giugno 1921;
Palestine: 1921: 9 i, 25 iv, 9 vi, 11 vi, 16 vii; 30 viii; 10 ix; 8 x 1921; 19 xi 1921;
Palestine Weekly: 23 settembre 1921, 7 ottobre 1921;
Pinhas: 30 giugno 1921;
Le Peuple Juif: 24 giugno 1921;
Suriyyah al-gadidah: 27 giugno 1921;
La Syrie: 6 luglio 1921, 11 agosto 1921; 8 settembre 1921;
Temps: 6 settembre 1921;
Times: 1921: 6 iv, 16 iv, 21 iv, 10 v, 16 vi, 10 viii, 13 viii; 3 xi; 4 xi; 8 xi; 10 xi; 11 xi;
Wiener Morgenzeitung: 1-16 settembre 1921;



Rinvii


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