aprile 28, 2010

Stati del mondo: 61. Filippine

60: Figi ↔ 62:Finlandia
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• Confini: Arcipelago situato fra l’Oceano Pacifico, il Mar di Celebes e il Mare Cinese Meridionale.
• Il territorio ha una superficie di 300.076 kmq e una popolazione di 88.574.614 abitanti censiti nel 2007 e di 90.346.000 stimati nel 2008 con una densità di 301 ab./kmq. La capitale Manila conta 1.660.714 abitanti nel 2007. Con l’agglomerato urbano 11.553.427 nel 2007.
• Undici isole maggiori formano da sole il 92% del territorio. Le isole sono generalmente montuose. Il clima è tropicale caldo-umido. Le Filippine rivendicano parte delle isole Spratly, nen Mar Cinese Meridionale.
• Membro di: APEC, ASEAN, ONU, WTO.
- National Statistics Office.

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Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. –

1. Parametri principali. – Secondo la costituzione del 2 febbraio 1987, il presidente, che è anche capo del governo, è eletto a suffragio diretto per 6 anni e non è rieleggibile; con un procedimento simile ma separato viene eletto il vicepresidente. Il parlamento è bicamerale: la Camera dei deputati è composta da 240 membri eletti per 3 anni con sistema uninominale, il Senato ha 24 membri eletti per metà ogni 3 anni e in carica per 6 anni. Dal 2003 il voto è stato esteso ai filippini che vivono all’estero.

2. Note storiche. – Colonia spagnola dal secolo XVI, possedimento degli Stati Uniti nel 1898, le Filippine sono una repubblica indipendente dal 12 giugno 1946. «Dopo la ventennale dittatura di Ferdinado Marcos, la democrazia è stata ripristinata da Corazón (Cory) Aquino (vedova del Senatore Benigno Aquino, assassinato il 23 agosto 1983), divenuta presidente della repubblica il 25 febbraio 1986».

3. Economia. – La crescita economica è stata rallentata nel 2008-09 dagli effetti della crisi finanziaria globale, mitigata dagli interventi governativi e dai notevoli introiti dovuti alle rimesse degli emigrati. La riforma agraria, non completata, ha creato numerosi piccoli apppezzamenti; rimane tuttavia prevalente la grande proprietà terriera. Fra le colture predominano il riso e il mais. Nel settore minerario di particolare importanza sono i giacimenti di oro, argento, carbone, cromo, nichel.

4. Difesa. – Sono presenti sul territorio alcune basi militari degli Stati Uniti e un contingente di istruttori statunitensi che collabora alla repressione della guerriglia.

5. Giustizia. – Il sistema giudiziario è basato sul diritto spagnolo e sulla Common Law anglosassone. La pena di morte è stata abolita nel 2006.

6. Popolazione. – Il tasso annuo di crescita è uno dei più elevati dell’Asia. Continua la forte emigrazione all’estero: oltre 6 milioni di filippini lavorano fuori dal paese.

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Stati del mondo: 144. Ruanda

16: Barbados ↔ 18: Belize
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• Confini: a N con l’Uganda, a E con la Tanzania, a S con il Burundi, e a W con la Repubblica Democratica del Congo.
• Il territorio ha una superficie di 26.338 kmq e una popolazione di 8.128.553 abitanti censiti nel 2002 e di 9.330.000 stimati mel 2008 con una densità di 354 ab./kmq. La capitale Kigali conta 852.000 abitanti nel 2007.
• Il territorio occupa un altipiano digradante verso il Lago Vittoria e limitato a W da una catena di rilievi; a E si elevano imponenti formazioni vulcaniche. Il fiume più importante è il Kagera. Il clima è equatoriale, mitigato dall’altitudine.
• Membro di: EAC, ONU, UA, WTO. Associato UE.
- National Institute of Statistics.

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140: Romania ↔ 142: Federazione Russa
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Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. –

1. Parametri principali. – In base alla Costituzione approvata con referendum il 26 maggio 2003, il Presidente della Repubblica, capo anche dell’esecutivo, è eletto a suffragio diretto con mandato di 7 anni. La Camera dei rappresentanti è formata da 80 membri (53 eletti direttamente, 24 donne elette dai consigli locali e 3 membri nominati da organizzazioni di giovani e disabili) con mandato di 5 anni; il Senato (26 membri, di cui 12 eletti) ha mandato di 8 anni. La pena di morte abolita nel giugno 2007.

2. Note storiche. – «Affidato nel 1920 in amministrazione fiduciaria al Belgio, il Ruanda è indipendente dal 1° luglio 1962. Nel 1973 un colpo di stato ha portato al potere il gen. Juvénal Habyarimana, un hutu del nord che ha instaurato un regime autoritario a partito unico».

3. Economia. – Le attività agricole occupano la maggioranza della popolazione attiva. Le colture commerciali (caffè, tè) hanno scarsa diffusione; quelle di sussistenza non sono sufficienti a coprire il fabbisogno alimentare.

4. Difesa. – Rimane sempre instabile la situazione al confine con la Repubblica Democratica del Congo dove sono attivi i ribelli hutu delle FDLR (Forze democratiche di liberazione del Ruanda) e dove sono presenti truppe ruandesi.

5. Giustizia. – La pena di morte è stata abolita nel giugno 2007.

6. Popolazione. – Ha una crescita annua del 2,1% nel quinquennio 2002-2007 e un incremento naturale del 27,9‰ nel 2007. Gruppi etnici: hutu (85%), tutsi (14%), twa (1%). Sono lingu ufficiali il francese, l’inglese e il kinyaRwanda. I cattolici sono il 49%, seguiti dai protestanti per il 27,2%, gli avventisti (12,2%), gli animisti/credenze tradizionali (4,2%).

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Stati del mondo: 91. Kenya

16: Barbados ↔ 18: Belize
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• Confini: a N con il Sudan e con l’Etiopia, a E con la Somalia, a S con la Tanzania, a W con l’Uganda e si affaccia a SE con l’Oceano Indiano.
• Il territorio ha una superficie di 582.646 kmq e una popolazione di 28.686.607 abitanti censiti nel 1999 e di 35.112.181 stimati nel 2008 con una densità di 60 ab./kmq. La capitale Nairobi conta 3.011.000 abitanti nel 2007.
• Il territorio comprende una fascia costiera di oltre 400 km bassa e fertile, un altopiano steppico e desertico fra il Lago Turkana e la Somalia, un altopiano sudoccidentale con cime isolate (Subugo, 2642 m), un altopiano settentrionale inciso dall’ampia fossa del Lago Turkana, depressione che a S continua con il nome di Riftey Valley, costellata da numerosi laghi. Massima cima è il monte Kenya (5199 m). Al confine con l’Uganda si eleva il Monte Elgon (4321 m). Il clima, caldo e umido nelle regioni basse, si fa più mite e asciutto verso l’interno, in rapporto all’altitudine.
• Membro di: Commonwealth, EAC, ONU, UA, WTO. Associato UE.
- Central Bureau of Statistics.

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Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. –

1. Parametri principali. – «Il multipartitismo è stato ripristinato nel 1991 con un emendamento alla Costituzione del 1963. Un progetto di nuova costituzione presentato dal presidente Kibaki è stato bocciato con referendum il 21 dicembre 2005. Il presidente della repubblica, che è anche capo dell’esecutivo, è eletto a suffragio diretto con mandato di 5 anni, al pari dell’Assemblea nazionale (224 membri, di cui 12 nominati dal presidente e 2 ex officio); la carica di Primo ministro, istituita nel 2008, ha funzioni di coordinamento dell’attività di governo». Così il Calendario. Sono però propenso a credere che per tutti questi stati africani, che si trovano addosso panni non loro, la forma di governo migliore sarebbe una monarchia illuminata, o anche una dittatura illuminata e non dispotica o arbitraria. Resta da esaminare criticamente, e non ideoligamente, qual è stato l’effettivo impatto ed apporto del colonialismo europeo.

2. Note storiche. – Già colonia britannica, il Kenya è indipendente dal 12 dicembre 1963. «

3. Economia. – Le principali colture per l’esportazione sono quelle del caffè e del tè, diffuse sugli altipiani intorno al monte Kenya. Si coltivano anche cereali, cotone, tabacco, canna da zucchero, piretro, di cui il paese è il primo produttore mondiale. Tipiche della costa sono l’agave sisalana, la palma da cocco, l’ananas. La regione del kenya occidentale, fra i 2000 e i 2700 m di altitudine, è ricca di cedri. Gran parte dell’energia elettrica è prodotta nelle centrali sul fiume Tana. Il paese è uno dei maggiori esporatori mondiali di tè e di fiori recisi. Le importazioni sono costituite in gran parte da petrolio, prodotti industriali e macchinari. Si estraggono oro, cianite, soda, amianto, niobio, wollastonite, caolino. Le presenze turistiche sono calate in seguito alla situazione di instabilità politica e sociale. Le principali mete sono i centri balneari della costa (Malindi) e i parchi nazionali.

4. Difesa. – «Il servizio militare è volontario. Il sistema riceve assistenza militare da USA e Regno Unito». Così il Calendario. È un eufemismo per dire che il Kenya non ha piena sovranità politica, essendo l’autonoma capacità difensiva uno dei tratti distintivi della sovranità di un paese. Quando si deve essere difesi o assistiti nella difesa da qualcuno, si dipende in realtà dal difensore. Il sistema giuridico odierno, rispetto alla elementarità del diritto natural hobbesiano, ha fatto solo un progresso verso l’ipocrisia morale e la confusione concettuale. Dal punto di vista della scienza giuridica è un regresso.

5. Giustizia. – L’ONU ha chiesto l’apertura di un’indagine sull’omicidio, avvenuto il 5 marzo 2009, di due attivisti per i diritti umani che avevano accusato la polizia di compiere omicidi. «Il sistema giudiziario si fonda sulla Common Law britannica, con influenze tribali e islamiche. È in vigore la pena di morte». Così il Calendario. Stesso discorso già fatto sopra. Le influenze tribali ed islamiche rivelano forse l’inadeguatezza della Common Law in ben altro contesto storico e civile da quello del mondo anglosassone, assunto forse troppo acriticamente come ombelico del mondo. Non è il mio un giudizio riduttivo verso gli stati e le società africane, ma la constatazione dei guasti provocati da un’irruzione violenta del sistema coloniale in quella che poteva essere una naturale evoluzione dei popoli. È come se uno non avesse mai guidato l’automobile ed improvvisamente si trova affidato un veicolo che viaggia ad oltre 100 km all’ora su strade dissestate di campagna.

6. Popolazione. – La crescita demografica annua è stata dello 2,8% nel quinquennio 2002-2007 con un incremento naturale del 28‰ nel 2007. I gruppi etnici sono: Kikuyu (21%), Luhya (14%), Luo (13%), Kalenjin (11%), Kamba (11%), Kisii (6%), Meru (5%), Mijikenda (5%), Masai (1,6%), Turkana (1,3% ), altri (11,1%). La lingua ufficiale è lo Swahili, e l’inglese. La religione è costituita per il 30 % da credenze tradizionali africane.

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Stati del mondo: 180. Uganda

16: Barbados ↔ 18: Belize
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• Confini: a N con il Sudan, a E con il Kenya, a S con la Tanzania, a SW con il Ruanda e a E con la Repubblica democratica del Congo.
• Il territorio ha una superficie di 241.551 kmq e una popolazione di 24.442.084 abitanti censiti nel 2002 e di 29.230.000 stimati nel 2008 con una densità di 121 ab./kmq. La capitale Kampala conta 1.420.000 abitanti nel 2007.
• Il territorio è costituito da un vasto altipiano che si innalza a W fino ai 5.109 m del Ruwenzori. Al paese appartengono parte del Lago Vittoria a S, dei laghi Edoardo e Alberto a W e interamente il Lago Kyota. Il fiume principale è il Nilo Bianco. Il clima è di tipo equatoriale, mitigato dall’altitudine.
• Membro di: Commonwealth, EAC, OCI, ONU, UA, WTO. Associato UE.
- Uganda Bureau of Statistics.

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Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. –

1. Parametri principali. – Il presidente della repubblica, che è anche capo del potere esecutivo, è eletto a suffragio diretto con mandato di 5 anni. Il parlamentp è formato da 332 membri con mandato di 5 anni, di cui 213 eletti direttamente, più 104 rappresentanti delle categorie sociali (donne, militari, sindacalisti, giovani disabili) e 13 membri ex officio.

2. Note storiche. – Già possedimento del Regno Unito, l’Uganda è diventato indipendente nell’ambito del Commonwealth il 9 ottobre 1962. Il 9 dicembre 1963 è stata proclamata Repubblica. «Il centro-nord del Sudan, a maggioranza musulmana, è controllato da una giunta militare. Il sud, cristiano-animista, è in piena rivolta. Alla guerra civile che continua ad insanguinare il paese dall’epoca di Nimeiry, s’aggiungono la malnutrizione dovuta al sottosviluppo ed all’arretratezza agricola ed industriale, e le epidemie per mancanza d'infrastrutture sanitarie. Questo paese è uno dei più disastrati della Terra, sia sul piano materiale che morale» (Mariantoni, 1991)

3. Economia. – Il paese sta investendo nel miglioramento delle infrastrutture e nel sostegno di produzioni ed esportazioni. La bilancia commerciale rimane ancora ampiamente passiva. Nel 2005 FMI e Banca Mondiale hanno cancellato il debito estero del paese. L’agricoltura è il settore portante dell’economia, favorita dal clima e dalla fertilità dei suoli. L’Uganda è uno di maggiori produttori mondiali di caffè e tè, largamente esportati.

4. Difesa. – «Nel dicembre 2008, dopo il rifiuto di Joseph Kony, leader dell’esercito di resistenza di Signore (LRA), di firmare l’accordo di pace con il governo ugandese, gli eserciti di Uganda, Rep. Dem. del Congo e Sudan meridionale hanno lanciato un’offensiva per colpire le basi dei ribelli» (Calendario 2010).

5. Giustizia. – È in vigore la pena di morte.

6. Popolazione. – «Il tasso di crescita è tra i più elevati del mondo e rischia di vanificare gli sofrzi per ridurre la povertà del paese».

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Stati del mondo: 59. Etiopia

58: Estonia ↔ 60:Figi
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• Confini a N con l’Eritrea, a NE con il Gibuti, a E e a Se con la Somalia, a S con il Kenya e a W con il Sudan.
• Il territorio ha una superficie di 1.127.127 kmq e una popolazione di 73.918.505 abitanti censiti nel 2007 e di 75.690.000 stimati nel 2008 con una densità di 67 ab./kmq. La capitale Addis Abeba conta 2.738.248 abitanti nel 2007.
• Il territotio è costituito da un vasto altopiano diviso in due parti dalla Fossa Galla: a NW l’Acrocoro Etiopico è caratterizzato da aspri massicci isolati incisi da corsi d’acqua: Nilo Azzurro, Omo, Auasc; a SE l’altopiano digrada verso la Somalia. Principali fiumi sono il Giuba e l’Uebi Scebeli. Il clima varia a seconda dell’altitudine: temperato sopra i 2000 m, caldo e secco sotto i 1500 m; i bassopiani delle regioni meridionali sono caldi e umidi.
• Membro di: ONU, UA. Associato UE.
- Central Statistical Agency.

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Sommario: 1. Parametri principali. – 2. Note storiche. – 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. – 6. Popolazione. –

1. Parametri principali. – In base alla costituzione dell’8 dicembre 1994 (in vigore dal 1995) l’Etiopia è una repubblica democratica federale divisa in 9 stati-regione su base etnica. Il potere di governo è concentrato nelle mani del Primo ministro, mentre il Presidente, eletto per 6 anni dal Consiglio dei rappresentanti dei popoli (composto da 547 membri eletti per 5 anni a suffragio diretto) ha funzioni eminentemente rappresentative; esiste anche un Consiglio federale (composto da 108 membri scelti dalle assemblee degli stati con mandato di 5 anni). I 9 stati/regione della Federazione sono: 1. Afar, 2. Amhara, 3. Benshangul-Gumuz, 4. Gambela, 5. Harar, 6. Nazioni e Popoli del Sud, 7. Oromia, 8. Somolia, 9. Tigré. Vi sono poi “aree speciali”.

2. Note storiche. – «Destituito con un colpo di stato militare (18 settembre 1974) il vecchio imperatore Hailé Selassieé, al potere dal 1930, il 21 marzo 1975 venne proclamata la repubblica. Nel febbraio 1977 il col. Menghistu Hailé Mariam instaurò un regime marxista-leninista durato fino al maggio 1991, quando fu rovesciato dal Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (EPRDF), che da allora controlla strettamente il potere. Il 24 maggio 1993 l£Eritrea, già federata all’Etiopia dal 1952, ha proclamato l’indipendenza dopo una lunga guerra di liberazione. Il conflitto con l’Eritrea, riesploso nel 1998, si è concluso nel 2000 senza variazioni di confine sostanziali. I contrasti sono però continuati e solo la presenza della missione ONU lungo i confini ha evitato scontri diretti. Dal 2006 all’inizio del 2009 l’Etiopia ha mantenuto un corpo di spedizione a Mogadiscio e nel sud della Somalia a sostegno del governo somalo» (Calendario, 2010).

3. Economia. – Il sistema agricolo è arretrato. Si coltivano mais, cotone e tabacco, orzo, sorgo, miglio, caffé per l’esportazione. Nella zona alta prevalgono i pascoli. Il patrimonio zootecnico è rilevante. Le risorse minerarie sono in parte inesplorate e comunque poco sfruttate. Vi sono giacimenti di platino, di oro, di petrolio. La maggior parte delle industrie si concentra intorno alla capitale Addis Abeba. La crescita economica si mantiene elevata con un’inflazione piuttosto sostenuta. Rimasto senza sbocchi al mare, il paese dipende dai porti di Gibuti e di Berbera. La strada tra Matema e Gedariff (Sudan) facilita il collegamento con i porti sul Mar Rosso.

4. Difesa. – «Nel gennaio del 2009 sono state ritirate le truppe stanziate in Somalia dal 2006 per combattere gruppi di miliziani islamisti. Continua l’attività repressiva del regime nei confronti delle opposizioni: nell’aprile 2009 decine di persone sono state arrestate con l’accusa di far parte di un gruppo terroristico che avrebbe pianificato attentati nel paese».

5. Giustizia. – È in vigore la pena di morte.

6. Popolazione. – Ha una crescita annua del 2,4% nel quinquennio 2002-2007 con un incremento annuo del 32,2‰ nel 2007. I gruppi etnici sono distribuiti per il 34,5% in Oromo, Amhara (26,9%), Somali (6,2%), Tigrini (6,1%), Sidama (4%), Guragie (2,5%), Welaita (2,3%), Afar (1,7%), Hadiya (1,7%), Gamo (1,5%), altri (12,6%). La religione è formata per il 43,5% da ortodossi, musulmani (33,9%), protestanti (18,6%), animisti/credenze tradizionali (2,6%), cattolici (0,7%), altro (0,7%). Si parla l’amharico (ufficiale), inglese, italiano, somalo, tigrino, tigrè.

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Stati del mondo: 57. Eritrea

56: Emirati Arabi Uniti ↔ 58: Estonia
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• Confini: a SE con Gibuti, a S con l’Etiopia, a NW e a W con il Sudan e si affaccia a NE e a E al Mar Rosso.
• Il territorio ha una superficie di 121.100 kmq e una popolazione di 2.748.304 abitanti censiti nel 1984 e di 4.675.000 stimati mel 2008 con una densità di 39 ab./kmq. La capitale Asmara conta 600.000 abitanti nel 2007.
• Il territorio comprende l’altopiano dell’Asmara, il lembo più settentrionale dell’Acrocoro Etiopico, che si eleva intorno a 2200 m e digrada a E su una pianura costiera. Numerose le isole. I fiumi principali sono il Baraka, il Marab e il Tekeze. Il clima è caldissimo sulla costa, temperato all’interno.
• Membro di: ONU, UA. Associato UE.

1. Parametri principali. – «La Costituzione del 1997, che prevede un capo dello stato e un parlamento, è rimasta inattuata; un’Assemblea nazionale è entrata formalmente in funzione nel 1992, ma di fatto tutti i poteri, compreso quello giudiziario, sono concentrati nelle mani del presidente». Così il Calendario, dove appare evidente quale sia il concetto di costituzione: un pezzo di carta che può essere attuato o meno. La costituzione è in realtà una decisione politica fondamentale sulla specie e la forma della propria esistenza politica. Questa decisione non si esprime necessariamente attraverso i documenti cartacei chiamati “costitituzione” ed anche quando sono presenti siffatti documenti possono essere superata dalla “costituzione materiale”, sempre in movimento.

2. Note storiche. – La storia dell’Eritrea è stata legata a quella dell’Etiopia per tutto il periodo della colonizzazione italiana (1899-1941). In seguito la regione rimase sotto la “tutela” britannica finché nel, nel 1952, l’Eritrea venne dichiarata «unità autonoma» federata con l’Etiopia. Nel 1962 fu annessa dallo stato vicino, ma ben presto si sviluppò una lunga guerra di liberazione guidata dal FPL (Fronte popolare di liberazione). Il 24 maggio 1993, dopo il referendum, l’Eritrea proclamò l’indipendenza.

3. Economia. – L’economia è basata sull’agricoltura, sull’allevamento nomade, sulla pesca. Il deficit alimentare, causato dalle frequenti siccità, è coperto dagli aiuti internazionali. Il paese possiede riserve di oro, zinco, ferro, magnesio, potassio, rame e petrolio.

4. Difesa. – La mancata definizione consensuale del confine ha portato a una guerra nel 1998: dopo un’offensiva delle forze etiopiche (maggio 2000), la pace è stata firmata ad Algeri il 12 dicembre 2000. Per evitare altri scontri è stata schierata una missione ONU. Nel 2006, l’Eritrea ha ripreso i colloqui con l’Etiopia, ma la tensione fra i due paesi rimane alta. Il 30 novembre 2007 si è sciolta con un nulla di fatto la commissione internazionale incaricata di trovare una soluzione alla crisi.

5. Giustizia. – La vita politica è dominata dall’EPDJ (Partito del popolo per la democrazia e la giustizia, erede del FPL), che ha abbandonato l’originaria scelta marxista. Sul sistema giudiziario il Calendario non offre nessuna informazione.

6. Popolazione. – I gruppi etnici sono: tigrini (52%), tigré (18%), cunama (4%), altri (18%). Si parla la lingua araba e il tigrino (ufficiali), ma anche l’italiano. I musulmani sono il 69,3%, i copti ortodossi il 30,7%.

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7. Cosa è Africom e quali i suoi tentacoli. – L’articolo offre un’interessante descrizione di cosa è Africom e di quali sono i paesi che ne sono coinvolti. L’operazione libica fa parte della strategia di Africom per assoggettare tutto il continente. La UA è cosa ben diversa dalla Lega Araba, che può essere facilmente comprata e condizionabile come gli eventi libici hanno confermato. I paesi che sono o erano totalmente immuni ai condizionamenti di Africom, sono cinque secondo il citato articolo da studiare e sviluppare: Libia (e stiamo vedendo a quale prezzo), Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea, Zimbabwe.

aprile 27, 2010

Stati del mondo: 166. Sudan

162: Sudafrica ↔ 164: Suriname
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• Confini: a N con l’Egitto, a E con l’Eritrea e l’Etiopia, a SE con il Kenya, a S con l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo, a W con il Ciad, la Repubblica Centrafricana e a NW con la Libia; si affaccia a NE al Mar Rosso.
• Il territorio ha una superficie di 2.503.890 kmq e una popolazione di 39.154.490 abitanti censiti nel 2008 con una densità di 16 ab./kmq. La capitale Al Khartum = Khartoum conta 947.483 abitanti nel 1993. Con l’agglomerato urbano si raggiungono i 4.762.000 ab. nel 2007.
• Il territorio presenta l’aspetto di una vastissima conca con gli orli elevati ai margini. A N si trovano le distese desertiche della Nubia, a S vaste zone sono occupate da stagni e paludi. Il clima è ovunque caldissimo con differenze per il variare della piovosità e dell’escursione termica.
• Membro di: Lega Araba, OCI, ONU e UA. Associato UE.
- Central Bureau of Statistics.


1. Parametri principali. – In base alla Costituzione promulgata il 5 luglio 2005 il Sudan è una repubblica federale nella quale le vecchie provincie (wilayate) sono state raggruppate in grandi stati, con un Presidente e un Parlamento bicamerale. L’Assemblea nazionale è composta da 450 membri attualmente nominati dal Presidente, appartenenti per il 20% al NCP, per il 28% al SPLM e per il 20% agli altri partiti, con un governo formato secondo le stesse quote; al Presidente sono stati affiancati due vicepresidenti (uno dei quali dl SPLM).

2. Note storiche. – Già condominio anglo-egiziano (dal 1899), il Sudan è diventato indipendente il 1° gennaio 1956.

3. Economia. – Si producono cotone, sesamo, arachidi, datteri, banane, pomodori, agrumi, sorgo, miglio, mais, frumento, manioca, canna da zucchero. Il paese ha riserve di petrolio. Lo sfruttamento è dato in concessione a compagnie cinesi e malesi. Si estraggono inoltre cromite, oro, sale.

4. Difesa. – La situazione del Darfur rimane molto grave; mentre la missione congiunta dell’ONU e dell’Unione Africana (UNAMID) si è dimostrata incapace di porre fine agli scontri tra miliziani ed esercito regolare, le azioni militari si sono spesso spostate oltre i confini sudanesi, in Ciad e nella Rep. Centrafricana, compromettendo la stabilità dell’intera regione.

5. Giustizia. – «Il 4 marzo 2009 la Corte penale internazionale dell’Aia ha emanato un mandato di arresto per il presidente Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur». Così il Calendario che non tuttavia non è un testo di geopolitica, ma solo un annuario di dati statistici-geografici da cui noi qui attingiamo. Ma è da osservare sulla natura di siffatti tribunali internazionali, per alcuni versi encomiabili, come essi dimostrino tutta la loro forza ed il loro coraggio solo con i deboli e mai con i forti. Il presidente Bush e tutto lo stato di Israele meriterebbero severissimi processi, ma per mere ragioni di forza non si riescono neppure ad attivare le procedure di imputazione. È dunque simili magistrature internazionali non infirmano in nessun modo l’assunto hobbesiano che vede nelle relazioni fra gli stati il permanere del diritto naturale.

6. Popolazione. – I gruppi etnici sono composti per il 49% da arabi, Dinka (11%), Nuba (8%), Beja (6%), azande (2,7%), altri (23,3%). La religione è per il 73% da musulmani sunniti, per il 16,7% da animisti/credenze tradizionali, solo per il 9,1% da cristiani.

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7. Pericoli imminenti di una nuova guerra a fine 2010. – «A meno di tre mesi dai due referendum che potrebbero dividere il Sudan o farlo precipitare nella guerra, l’Amministrazione Obama sta facendo del paese una priorità di politica estera. La speranza è quella di far applicare pacificamente l’accordo di pace (il Comprehensive Peace Agreement – CPA) che nel 2005 sancì il diritto all’autodeterminazione del Sud Sudan. Si teme che un voto rinviato o contestato possa riaccendere un conflitto che ha fatto 2 milioni e mezzo di vittime, e ancora più profughi, fra i sudanesi. Al momento, la guerra sembra la prospettiva più probabile.

Deve ancora cominciare il censimento di sei milioni di elettori del sud che, a quanto si dice, il 9 gennaio voteranno in massa per l’indipendenza. Non è stata nemmeno costituita una commissione referendaria per le successive votazioni, di misura più ridotta, che stabiliranno se la regione di confine di Abyei si unirà al sud o al nord.

I colloqui del 12 ottobre fra il Partito del Congresso Nazionale del nord (NCP) e l’Esercito Popolare per la Liberazione del Sudan (SPLA) del sud sono falliti per la disputa inerente il diritto di voto in Abyei. Un funzionario dell’NCP ha detto che i due referendum dovrebbero essere rinviati “di tre, quattro mesi” o altrimenti si dovrebbe trovare “un’alternativa” alle votazioni.

Un rappresentante dell’SPLA ha però affermato che con un rinvio si rischierebbe l’esplosione della violenza. Il Sud Sudan, invece, “potrebbe organizzare il proprio referendum e inviterebbe la comunità internazionale a monitorarne lo svolgimento”. Circolano voci che alcuni paesi occidentali si siano accordati con il governo di Juba per riconoscere il risultato di un referendum “unilaterale” (sebbene, non una dichiarazione unilaterale d’indipendenza).

La regione di Abyei rappresenta il motivo per cui il nuovissimo stato africano potrebbe nascere fra le violenze. In bilico su un confine ancora incerto, l’area è la patria sia degli agricoltori del sud, sia dei nomadi del nord, e trabocca di petrolio. Nonostante un intervallo di cinque anni, nemmeno una di queste questioni (la delimitazione dei confini, la cittadinanza, la ripartizione delle risorse) è stata risolta.

Al contrario, sostiene il leader dell’SPLA e capo del governo del Sud Sudan Salva Kiir, Khartoum si è servita della pace per “prepararsi alla guerra, e potrebbe anche star muovendo delle truppe verso sud”. Khartoum ribatte che i guerriglieri dell’SPLA hanno intensificato le loro incursioni nella regione di Abyei. I diplomatici occidentali dicono che ambedue le parti stanno incrementando le forze stanziate lungo un confine ancora da definire.

Inoltre, gli osservatori temono realmente che una singola scintilla, come un referendum unilaterale in Abyei, possa innescare una reazione tale da spingere Khartoum a prendere il controllo non solo di quest’area, ma anche degli altri principali giacimenti petroliferi nel sud.

È già accaduto in passato. Nel 2008 milizie appoggiate da Khartoum espulsero 60.000 persone dalla regione di Abyei, un atto che molti nel sud videro come una pulizia etnica. Un anno dopo, un tribunale internazionale dell’Aia stabilì che mentre i fertili pascoli della zona appartenevano al sud, i suoi giacimenti petroliferi e la pipeline del Nilo erano proprietà del nord. Khartoum probabilmente crede che simili attacchi preventivi possano risultare solo vantaggiosi.

Forse per questo Kiir, questo mese a Juba, ha chiesto a una delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una zona-cuscinetto amministrata dall’Onu lungo il presunto nuovo confine.

Il controllo internazionale dell’intera frontiera di 1250 miglia non è possibile, ma potrebbe aumentare la presenza di contingenti dell’Onu “in alcuni punti caldi”, ha dichiarato il comandante Alain Le Roy, responsabile delle missioni Onu di peacekeeping. Il 18 ottobre, le Nazioni Unite hanno inviato ulteriori truppe in Abyei. Ma Khartoum ha rifiutato un potenziamento generale all’interno della Missione Di Pace Onu in Sudan (UNMIS) di 10.000 unità, nonostante una richiesta di altre truppe da parte di Kiir. Un’esplosione di violenza nel Sudan “sopraffarebbe le forze Onu” in ogni caso, ha affermato un diplomatico occidentale.

Esiste un modo per arrestare la deriva verso la guerra? Apparentemente, l’Amministrazione Obama ha avvertito Khartoum che il 9 gennaio dovranno tenersi dei referendum “credibili”, “pacifici” e “puntuali”, o ci saranno “ulteriori pressioni e un maggiore isolamento”. Una fonte riferisce che l’Amministrazione americana ha tacitamente offerto una mucchio di incentivi per convincere il presidente Omar Hassan al-Bashir a “convivere con un sud indipendente”.

Se Khartoum si conforma ai risultati del referendum, gli Stati Uniti promettono di togliere le restrizioni sulle operazioni commerciali e sugli investimenti non-petroliferi, specialmente nel settore dell’agricoltura. Inoltre, se Khartoum assolve gli obblighi dell’accordo di pace entro il termine di luglio e risolve il conflitto nel Darfur, gli Usa revocheranno le sanzioni e non bolleranno più il Sudan come “uno stato promotore del terrorismo”. Tutto questo normalizzerebbe anche le relazioni con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e con i loro sforzi a sostegno della cancellazione del debito di 38 miliardi di dollari di Khartoum.

Ciò potrebbe essere sufficiente a placare i “dolori” di una spartizione? Si dice che Al-Bashir non sia disposto a perdere un quarto del territorio sudanese, e non solo in considerazione dell’effetto che ciò avrebbe su altri sudanesi in rivolta nelle aree dei Monti Nuba, del Nilo Azzurro meridionale e del Darfur. Il presidente sudanese è anche consapevole del fatto che tre quarti delle riserve petrolifere del Sudan si trovano nel sud.

“Qualsiasi modifica dell’attuale suddivisione al 50%” dei proventi petroliferi fra Khartoum e il sud “che sia destinata a favorire Juba dovrebbe avvenire molto gradualmente,” raccomanda Philipe de Pontet, analista della realtà africana. “Gli Usa dovranno fare molte pressioni su Juba per controllarne il bisogno di massimizzare i profitti provenienti dal greggio”.

Bisogna anche fare i conti con quella che Khartoum chiama la “demonizzazione” del nord da parte dell’Occidente, riferendosi all’imputazione per crimini di guerra commessi in Darfur emessa dalla Corte Penale Internazionale (ICC) nei confronti di Al-Bashir. Gli Stati Uniti non fanno parte dell’ICC; tuttavia, attraverso il Consiglio di Sicurezza, potrebbero chiedere alla corte di rinviare (ma non di annullare) il giudizio, affermano gli analisti.

Una simile mossa sarebbe appoggiata dall’Unione Africana, dalla Lega Araba e da Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; tutti questi paesi considerano la decisione della Corte Internazionale “un’imposizione di stampo neocolonialista” e, oltretutto, un precedente davvero pericoloso. È probabile che sia favorevole anche l’inviato speciale della Casa Bianca per il Sudan, il generale in pensione Scott Gration, il quale ha affermato che l’incriminazione ha reso più difficile il lavoro della diplomazia americana.

Ma questa iniziativa verrebbe osteggiata da stati occidentali come la Gran Bretagna e la Francia, entrambi membri dell’ICC, per non parlare delle organizzazioni per i diritti umani che si sono battute a lungo e strenuamente per un serio intervento della Corte Internazionale. Comunque, secondo gli analisti, tale proroga potrebbe solo essere parte di un pacchetto che comprenda la piena accettazione da parte di Al-Bashir di un Sud Sudan indipendente, e della fine delle violenze in Darfur. E finora, Al-Bashir non ha acconsentito a niente di tutto ciò.

Graham Usher è corrispondente per il settimanale egiziano al-Ahram Weekly; è co-editore di Middle East Report, e collabora con una serie di pubblicazioni europee ed americane; è autore di “Pakistan Amidst the Storms” , Middle East Report Online, 27 giugno 2008, e di “Dispatches from Palestine: The Rise and Fall of the Oslo Peace Process” (1999)».

8. Cosa è Africom e quali i suoi tentacoli. – L’articolo offre un’interessante descrizione di cosa è Africom e di quali sono i paesi che ne sono coinvolti. L’operazione libica fa parte della strategia di Africom per assoggettare tutto il continente. La UA è cosa ben diversa dalla Lega Araba, che può essere facilmente comprata e condizionabile come gli eventi libici hanno confermato. I paesi che sono o erano totalmente immuni ai condizionamenti di Africom, sono cinque secondo il citato articolo da studiare e sviluppare: Libia (e stiamo vedendo a quale prezzo), Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea, Zimbabwe.

9. Lo smembramento del Sudan. – L’articolo tratto dal sito  “Aurora” offre una lucida sintesi delle forze e degli interessi che hanno spinto ad una sanguinosa guerra civile costata due milioni di vite umane. Dietro vi sta sempre Israele.

10. Aggressione israeliana al Sudan. – L’articolo offre una utile base di informazione e riflessione per eventi in itinere.

aprile 26, 2010

Stati del mondo: 100. Libia

98: Liberia ↔ 100: Liechtenstein
a b c d e f g h i k l m n o p r s t u v y z
• Confini: a E con l’Egitto, a SE con il Sudan, a S con il Ciad e il Niger, a W con l’Algeria, a NW con la Tunisia e si a N al Mar Mediterraneo.
• Il territorio ha una superficie di 1.775.000 kmq e una popolazione di 5.673.031 abitanti censiti nel 2006 e di 6.000.000 stimati nel 2008 con una densità di 3 ab./kmq. La capitale Tripoli = Tarabulus conta 1.065.405 abitanti nel 2001. Con l’agglomerato urbano si raggiungono i 2.188.000 ab. nel 2007.
• Alla fascia costiera pianeggiante seguono rilievi con pendii ripidi in Tripolitania, assai più modeste e disposte a terrazza nella Sirtica e in Cirenaica. All’interno si estende, a W, un ampio tavolato che giunge fino ai monti Tassili-n-Ajjer e al Tibesti, a E il Deserto Libico. Il clima è mediterraneo lungo la fascia costiera, con inverni miti ed estati calde; procedendo verso l’interno la piovosità scompare quasi del tutto.
• Membro di: Lega Araba, OCI, ONU, OPEC, UA.
- Central Bank of Libya.
- Utenti internet: 55,1 ogni 1000 abitanti, di cui 1,6 DSL nel 2009.

Sommario: 1. Parametri principali. - 2. Note storiche. - 3. Economia. – 4. Difesa. – 5. Giustizia. - 6. Popolazione. - 7. Immagini filmiche da You Tube. - 8. Il vento di Tripoli. - 9. La creazione della Libia. - 10. La situazione libica vista da Chavez. - 11. La guerra per il petrolio libico. - 12. Il punto di vista di Thierry Meyssan. – 13. La “lingua di legno” di Sarkozy nell’analisi di Giulietto Chiesa. – 14. I “ribelli” come marionette ammaestrate e armate. – 15. Alba dell’Odissea. - 16. L’origine francese della rivolta libica. – 17. Le risorse idriche illimitate della Libia. – 18. Chi c’era dietro. - 19. Il vocabolario del conflitto. – 20. Il nome e il volto dell’artefice della ribellione libica: Mahmoud Jibril. – 21. Geddafi come Mossaqued? Sulla volontà del rais di nazionalizzare il petrolio libico. – 22. Cosa è Africom e quali i suoi tentacoli. – 23. Radiografia dei ribelli. – 24. Una cronaca da Tripoli di Fulvio Grimaldi. – 25. Una testimonianza diretta dalla Libia. – 26. I retroscena dell’invasione libica. –

1. Parametri principali. – Con la riforma costituzionale del 2 marzo 1977, il paese ha assunto il nome di “Jamahiriyah araba libuica popolare socialista”. Il popolo esercita la sovranità attraverso 2700 rappresentanti scelti dai Congressi popolari di base (CPB), che a livello nazionale ri riuniscono nel Congresso generale popolare (GPC). Questo elegge gli organi del potere esecutivo: il Segretario generale e il Comitato generale del popolo, i cui membri hanno la funzione di ministri. La Libia è un paese prevalentemente desertico, la cui popolazione è concentrata nelle città della fascia costiere, è costituita da tre province: Tripolitana, Cirenaica e Fezzan. Esse hanno avuto storicamente tenui legami fra di loro.

2. Note storiche. – «La Libia è diventata indipendente il 24 dicembre 1951, dopo decenni di colonialismo italiano (dal 1911) e un periodo di occupazione militare franco-britannica (1943-1951). Il 1° settembre 1969 con un colpo di stato militare il col. Muammar al-Gheddafi ha deposto il sovrano Mohammed Idris-al-Senussi e ha proclamato la Repubblica. Pur senza assumere nessuna carica pubblica, al-Gheddafi si è attribuito il potere supremo quale “guida della Rivoluzione”, abolendo elezioni e partiti politici». Così il Calendario, 2010. «Ufficialmente libera ed ammmistrata dalla Glamahmya (un sistema di democrazia diretta), la Libia è governata da una dittatura politico-militare uscita dal colpo di Stato del settembre 1969. Dopo un breve e florido periodo, l’economia libica è divenuta inevitabilmente dipendente dall’iniziativa pubblica e dalla sola risorsa energetica del paese, il petrolio. Tra tutti i paesi del Maghreb, la Libia è la più prospera, ma l’uomo della strada non sembra affatto trarre profitto dalla ricchezza del paese. La libertà d’opinione non esiste che per coloro che appoggiano il regime gheddafiano. Per gli altri, è la repressione. Il sospetto e la paura regnano a tutti i livelli. Gli interessi privati di certi dirigenti si frammischiano senza vergogna con quelli dello Stato. Il clientelismo e la corruzione imperano. L’imitazione pedissequa e l’omertà sono di rigore. La violenza gratuita e l’arbitrio sono una costante. Tutto ciò, naturalmente, all’insaputa del «Leader» della rivoluzione che vive trincerato nella regione della Sirte, tra i ghedafeda, i membri della sua tribù natale. Ufficialmente Gheddafi dice di essere un vero nazionalista arabo, al di sopra della “mischia” e molto attaccato all’indipendenza ed al benessere del suo popolo. In realtà, non è che un “neuropatico depressivo”, per giunta manipolato, nel corso degli ultimi anni, da una banda d’affaristi senza scrupoli appartenenti alla sua stessa famiglia o al suo seguito» (Mariantoni, 1991).

3. Economia. – Il calo del prezzo del petrolio nel 2008-09 ha portato a un rallentamento della crescita economica. La struttura produttiva è in via di trasformazione verso un sistema orientato al mercato. In forte crescita gli investimenti libici all’estero e quelli internazionali nel paese. L’agricoltura si pratica solo nelle oasi e nelle regioni di Bengasi e Tripoli, ma la maggior parte delle derrate alimentari viene importata. I prodotti più importanti sono l’orzo, il frumento, i pomodori, le arachidi, i datteri. È diffuso l’olivo, soprattutto in Tripolitania. È in completamento una grande rete idrica di circa 3500 Km (“il grande fiume artificiale”), pe r convogliare l’acqua pompata dal sottosuolo desertico alle zone costiere di Bengasi e della Sirte. Nel 2007 è stato avviato un esteso piano di rimboschimento. Nelle zone aride conserva importanza l’allevamento nomade di ovini e caprini. Lungo la costa della Cirenaica si pratica la pesca delle spugne.

4. Difesa. – L’esercito conta 76.000 addetti nel 2007, distribuito per il 66% nell’esercito, per il 10% nella marina, per il 24% nell’aviazione. Le spese militari assorbono l’1,1% del PIL.

5. Giustizia. – I codici (civile, penale, commerciale) integrano elementi dei sistemi giudiziari italiano e francese con la legge islamica. È in vigore la pena di morte.

6. Popolazione. – Negli ultimi 30 anni la popolazione è raddoppiata per effetto della elevata natalità e dei forti flussi di immigrati. Le regioni aride sono popolate da tribù berbere nomadi (tuareg) e seminomadi. La Libia è uno dei punti di transito principali dell’emigrazione africana diretta verso le coste dell’Italia meridionale. Nel quinquennio 2002-07 la crescita demografica annua è stata del 2,9% ed 22,7% nel solo 2007. I gruppi etnici sono composti da libici (57%), egiziani (8%), berberi (7%), sudanesi (4%), tunisini (3%), altri 2,9%). Si parla la lingua araba. La religione prevalemente è musulmana sunnita (97,1%). Indice di fecondità: 2,7 nel 2008.

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7. Immagini filmiche da You Tube. – Per avere un’idea di cosa sia il deserto libico ci sembra efficare il rinvio al link qui dato. Seguono immagini in movimento della capitali Tripoli.

8. Il vento di Tripoli. – Dopo la Tunisia e l’Egitto i moti di protesta sono dilagati anche in Libia ed al momento in cui scrivo sembrano aver abbattuto il regime di Geddafi, un evento fino a poche settimane fa del tutto inimmaginabile, almeno per chi scrive. Sul sito “Come don Chisciotte” appare una ricostruzione alla quale qui si rinvia, salvo poi aggiungere noste deduzioni. Può essere utile dare una sbirciata su un sito votato alla più sfegatata propaganda sionista: dai timori e dalle pulsioni del partito sionista si può capire qualcosa non sugli eventi in fieri, ma sulla natura stessa del sionismo e degli interessi ad esso associati. Occorre tuttavia aspettare per sapere di che sesso sarà la creatura che sembra voler nascere. Non posso non considerare il pessimismo di quanti sospettano la manipolazione di quelle che sembrano essere rivolte spontaneo di popolo, alla ricerca della legittima libertà e nel perseguimento di sacrosanti diritti. Non abbiamo nessuna esitazione a recriminare uccisioni e violenze, ad essere solidale con le vittime, con chi soffre. Nel ritenere che la ricerca della giustizia debba essere la più incruenta possibile. Ma nutriamo infine la speranza, niente altro che la speranza, che il “dopo” sarà meglio del “prima”, ciò che sarà meglio di ciò che è stato e che la speranza dei popoli possa tingersi di colori rosei anziche di fosche tinte. La speranza è più forte di noi e non siamo capaci di reprimerla con il pessimismo della ragione.

9. La creazione della Libia. – Andando al link si trova un articolo che invita alla cautela nella valutazione delle notizie che in queste fine febbraio del 2011 vengono date sulla Libia. Sarebbe certamente erroneo giudicare con uno stesso metro ciò che succede nei vari paesi ora in fermento. Forse, più che di una rivolta popolare si tratta nel caso della Libia di un “golpe”, benché con coinvolgimento di masse. La Libia è fondamentalmente divisa in tribù. Essa con il nome di Libia fu una creazione del colonialismo italiano che nel 1911 sotto il governo Giolitti mosse guerra guerra all’Impero ottomano per strappargli il controllo della Cirenaica e della Tripolitana, che unì sotto il nome di Libia, altrimenti detto lo “scatolone di sabbia”, quando ancora non erano state scoperte le risorse petrolifere. L’articolo che è da leggere e non si vuole qui riassumere oltre lascia sospettare che dietro a quello che succede, certamente tragico, vi sia l’ennesima guerra per il controllo del petrolio con registi occulti di cui solo in ultimo si scoprirà la presenza. Non si dimentichi che la Libia è il principale fornitore dell’ENI e che di Enrico Mattei si sa con certezza che fu ucciso, ma non da chi e perché. Lo si può solo sospettare.

10. La situazione libica vista da Chavez. – Riporto testualmente dall’articolo di cui al link del titolo due giudizi del presisente del Venezuela Chavez: egli è «sicuro che gli Stati Uniti stanno esagerando le cose per giustificare una invasione in Libia» e che «sono impazziti per il petrolio libico». Staremmo quindi per assistere ad una ennesima missione umanitaria, ovvero a una carità scopertamente pelosa. Del resto Chavez dice chiaro e tondo di non essere un sostenitore di Geddafi. Rammenta tuttavia che «quelli che hanno condannato immediatamente la Libia, erano stati muti di fronte ai bombardamenti israeliani causa di migliaia e migliaia di mortu, compresi bambini, donne, intere famiglie; sono stati zitti di fronte ai bombardamenti e ai massacri in Iraq, in Afghanistan». Il problema resta tuttavia nelle mani dei libici, non importa di quale tribù, che ben dovrebbero sapere quali avvoltoi roteano sulle loro teste. Alla lunga potrebbe essere più saggio un nuovo compromesso costituzionale con il rais, magari su più estesa base democratica e sociale.

11. La Guerra per il petrolio libico. – Tra gli analisti che si occupano di quanto sta succendo in Libia mentre scrive intorno alla ventitre del 18 marzo 2011 non ne ho trovato nessuno che creda alla bufala dell’intervento “umanitario”. Si tratta per comune ammissione di una sfacciata aggressione per la rapina delle risorse libiche all’interno ed all’esterno della Libia. Tutto ciò si svolge nell’impotenza e nella più completa inazione delle piazze democratiche “occidentali”. Andando al link del titolo si trovano numerosi dati che occorre studiare analiticamente. Ne trarremo deduzioni e considerazioni, quando avremo il tempo per una più attenta lettura.

12. Il punto di vista di Thierry Meyssan. – «Gli attacchi francesi alla Libia non sono un’operazione francese, ma un elemento dell’operazione Odyssey Dawn posta sotto l’autorità dell’US AfriCom. Esse non sono intese ad aiutare i civili libici, ma usano il pretesto della situazione per spianare la strada allo sbarco delle forze statunitensi nel continente, nota Thierry Meyssan». Sono sempre particolarmente interessanti gli articoli di Meyssan, che uniscono notizie particolari che altrove non si leggono ed un non comune acutezza di giudizio. Ci informa che il 2 novembre 2010, appena quattro mesi fa, Francia e Inghilterra si erano accordati per una difesa comune. È da chiedersi se la UE avrà mai una difesa comune, ma Francia ed Inghilterra farebbero per conto loro. Questa Unione Europea – è il caso di dirlo – sembra proprio un’armata brancaleone. E la vicenda libica, dove l’Italia scende pure in campo nei panni di Maramaldo, proprio negli stessi giorni in cui celebre i 150 anni della sua farsesca unità: il paese di Maramaldo e di Arlecchino. La crisi libica dovrebbe essere il banco di prova della difesa congiunta franco-britannica. In pratica, se capiamo il senso dell’articolo, Sarko, che forse non è neppure un francese, ha venduto la Francia agli USA. Questo la dice lunga sulle cosiddette istituzioni democratiche che portano ad una politica inconcepibile in altre epoche. Meyssan parla di “asservimento delle forze”. Nota ancora la estrema vaghezza della risoluzione ONU n. 1793, in pratica ottenuta ed estorta da chi aveva in mente l’operazione che è in atto e nella pressochè universale e conclamata persuasione che la protezione dei civili è solo una foglia di fico, un miserabile pretesto dove si nascondono disegni antichi quanto il mondo: i termini qui usati non sono certamente accademici, ma non siamo nell’Accademia e riteniamo che il linguaggio dell’indignazione abbia una sua autonoma valenza. La vaghezza della risoluzione fatta adottare al Consiglio di Sicurezza è stata causa dell’astensione di Cina e Russia.

13. La “lingua di legno” di Sarkozy nell’analisi di Giulietto Chiesa. – Di una falsità manifesta “in stile sovietico” il discorso di Sarko e gli eventi sono in corso mentre scriviamo. Le analisi sono innumerevoli e noi scegliamo quelle che ci sembrano più penetranti. Molte analisi non sono tali, ma sono semplici coperture giornalistiche di un attacco ad uno stato sovrano deciso freddamente. Il ruolo dell’ONU un questa storia sembra ricordare i momenti peggiori della Società delle Nazioni. Al popolo libico è concesso di “scegliere” quello che la cosiddetta comunità internazionale, cioè i tre compari Inghilterra, Francia e USA hanno deciso per loro. Il mondo post-nazista che è dato osservare alla nostra generazione non offre scenari migliori di quello che poteva essere il mondo nazista nelle rappresentazioni peggiori che ne vengono fatte: quello che non è stato lo possiamo solo immaginare nel modo in cui ci viene rappresentato, ma ciò che è lo possiamo vedere e non ci sembra che si poteva immaginare di peggio. Così conclude Giulietto Chiesa: «La Libia, ex paese sovrano, diventerà una pompa di benzina per le grandi compagnie petrolifere occidentali. Il picco del petrolio è stato già superato da tempo, ma con questi chiari di luna giapponesi, con il nucleare che va a farsi benedire, bisogna pur mettere qualche cosa nel serbatoio, finché si può. L’unica incognita è cosa ne penseranno di queste nuove bombe , e missili, e navi, e aerei, che l'Occidente manda per illuminare il loro cammino, i giovani con meno di trent'anni che stanno dando vita alla più grande sollevazione popolare della storia araba di tutti i tempi». Ciò che non persuade del tutto è la conclusione dove si parla della “più grande sollevazione popolare della storia araba di tutti i tempi”. Le cose sono due: o si tratta di una sollevazione manipolata e indotta, nella cui arte i servizi americani sono maestri, o si tratta davvero di una sollevazione spontaneo ed autonoma. In questo ultimo caso la partita non è chiusa, ma si tratterebbe allora sono di un inizio.

14. I “ribelli” come marionette ammaestrate e armate. – Incominciano a venire fuori quelle verità che ognuno poteva sospettare. La “ribellione” libica è una creazione artificiale dei servizi anglo-americani, che già dal 2 febbraio operavano il Libia per addestrare e armare ribelli che poi avrebbero poi dovuto fungere da cittadini che scendevano in piazza per reclamare i loro sacrosanti diritti. E si badi: armati dallo straniero, che di certo non ha ha cuore i loro diritti, ma il loro petrolio. E che dire del nostro impagabile Gasparri che avevano perfino proposto l’arresto preventivo per quattro studenti che protestavano per lo sfascio di scuola ed università? E se avessero avuto pure loro le stesse armi messe in pugno ai quattro sciancati e sciagurati che si sono venduti la loro libertà e la loro dignità per un piatto di lenticchie? A vederli sorridenti e festosi mentre lo straniero entra in casa loro per non uscirne più mi chiedo a quale rovina può portare la stupidità e la venalità umana. Ma ancora di questo Consiglio della rivoluzione sappiamo ben poco. Vedremo le loro facce e conosceremo i loro nomi.

15. Alba dell’Odissea. - È il nome, correttamente tradotto, dell’operazione data all’invasione della Libia da parte francese, britannica e americana, con il forzato coinvolgimento di altri paesi sotto il cappello dell’Onu, mai sceso a tanta impopolarità e delegittimazione, se il suo segretario generale è stato pesantemente contestato in Egitto. È intanto scoppiata una sorte di lite fra ladroni, che si contendono il comando delle operazioni: non della Francia, si dice, ma dovrebbe essere della NATO. La sostanza cambia poco, ma i media embedded sono tenuti occupati con questa storiella.

16. L’origine francese della rivolta libica. - Ormai è abbastanza chiaro che dietro la rivolta libica vi siano stati i francesi. Molti dettagli probabilmente non li conosceremo nell’arco della nostra generazione, ma quando saranno disponibile – come osserva giustamente Miguel – non avranno più interesse. Oltre ai fatti narrati nell’articolo, per me difficili da seguire, io mi chiedo se tutta questa operazione, troppo ardua per le mia capacità di comprendere l’arte delle macchinazioni, io mi chiedo se anche in Italia non vi sia stata una sponda, una quinta colonna. È troppo strano che non vi sia stata e non vi sia reazione a chi intende chiaramente farci le scarpe: in primis i nostri “cugini” francesi. Riporto il brano conclusivo dell’articolo di Bechis, dove è narrata la storia del traditore libico e della sua combutta con Sarko: «…Oramai è chiaro che Mesmari è diventato la levain mano a Sarkozy per fare saltare Gheddafi in Libia. La newsletter riservata su Maghreb comincia a fare trapelare i contenuti della sua collaborazione. Mesmari viene soprannominato " Libyan Wikileak", perché uno dopo l`altro svela i segreti della difesa militare del colonnello e racconta ogni particolare sulle alleanze diplomatiche e finanziarie del regime, descrivendo pure la mappa del dissenso e le forze che sono in campo. A metà gennaio la Francia ha in mano tutte le chiavi per tentare di ribaltare il colonnello. Ma qualcosa sfugge. Il 22 gennaio il capo dei servizi di intelligence della Cirenaica, un fedelissimo del colonnello, generale Aoudh Saaiti, arresta il colonnello dell`aeronautica Gehani, il referente segreto dei francesi fin dal 18 novembre. Il 24 gennaio viene trasferito in un carcere di Tripoli, con l`accusa di avere creato una rete di social network in Cirenaica che inneggiava alla protesta tunisina contro Ben AL. È troppo tardi però: Gehani con i francesi ha già preparato la rivolta di Bengasi.».

17. Le illimitate risorse idriche della Libia. – Andando al link si apprende di cosa quel “pazzo” di Geddafi stesse facendo: stava per dare ai libici lo sfruttamente di risorse idriche illimitate, in paesi da sempre assettati. È quanto si legge di una scoperta avvenuta nel 1960 durante i lavori di ricerca del petrolio. Si è scoperto sotto terra qualcosa di ancora più importante: l’acqua!

18. Chi c’era dietro. - Quanti agivano nell’ombra non possono restare a lungo nell’ombra. Di tutte le sommosse ancora in atto nel nord e nel medio oriente quella libica sembra la più pilotata. I disegni paiono chiari. Quello che resta incerto è se vi saranno controforze in grado di resistere e di dare un corso diverso agli eventi. Quanto succede rivela tutta l’inanità della nozione di “opinione pubblica”, per non parlare dell’inconsistenza di quella di “comunità internazionale”, in pratica gli stessi soggetti che stanno organizzando la manipolazione delle sommosse. Un nome viene fuori: Mahoud Jibril, parrebbe il successore designato di Geddafi. L’uomo veniva ricevuto dallo scorso 10 marzo con tutti gli onori all’Eliseo.

19. Il vocabolario del conflitto. - Le nostre povere orecchie, o meglio i nostri neuroni, vengono bombarbati in questi giorni da termini che ci producono ina sensazione difficile da definire. In pratica, situazione inedite vengono inquadrate entro termini il cui uso è già parte della guerra in atto. Così l’uso sempre più frequente della parola “lealisti” per definire quanti stanno con Geddafi, ossia con quel governo legale e legittimo che fino all’altro ieri la cosiddetta “comunità internazionale” ha unanimamente riconosciuto. Sarkozy – si apprende – accettava da Geddafi sostanziosi elargizioni per la sua campagna elettorale. Quelli che in un linguaggio sarebbero rivoltosi, ribelli o traditori (per l’evidente e provata collusione con lo straniero) sono “civili”, curiosamente armati dalla cosiddetta “comunità internazionale”, identificata poi con gli stessi invasori. Che la risoluzione ONU sia stato un “colpo di mano” di quegli stessi che avevano già premeditato di invadere la Libia, per appropriarsi delle sue risorse, dà la misura di cosa siano le “organizzazioni internazionali”.

20. Il volto ed il nome dell’artefice della ribellione libica: Mahmoud Jibril. – Che qualcosa di strano avesse in sé la ribellione libica io l’ho subito pensato. Intanto, i libici hanno un tenore di vita superiore a quello degli egiziani che non hanno fatto lo stesso uso delle armi. Questo è il punto: da dove sono saltate le armi in mano ai manifestanti, anzi ai “civili” libici? Chi ha dato loro queste armi? Da noi, il buon Gasparri, aveva addirittura pensato agli arresti preventivi per quattro ragazzi che dovevano scendere in strada per manifestare contro la riforma Gelmini. Ed invece l’ONU, coartato da Francia, Inghilterra e USA, vota una risoluzione a favore di civili armati sottobanco. Veramente una strana ed assai pacifica rivolta quella che ci è stata spacciata per la Libia, dove la divisione per tribù è la vera caratterizzazione della società libica: ci vuole ben altro che un giacca e cravatta all’occidentale per nascondere l’assetto tribale della società libica. Lo spirito “umanitario” della Francia lo possiamo ben vedere, mettendo insieme da una parte l’immagine delle bombe che scarica sui “civili” libici e dall’altro il respingimento alla frontiera di Ventimiglia di tutti quei tunisini, che spinti dai bombardamenti in Libia con relativa caduta della frontiera si riversano nella “madrepatria” di Francia, che “matrigna” li ricaccia indietro consegnandoli all’Italia, che si dovrebbe far carico delle conseguenze dei pruriti neocoloniali dei francesi sarkosiani, che hanno messo i loro occhi sulla Libia e sul suo petrolio. E di tutta questa operazione viene fuori adesso il nome di un pupazzo, del classico uomo di paglia, del vero e proprio “traditore”, figura classica che non muore mai, anche se muta spesso di nome, per nascondere una sostanza antica ed assai poco presentabile. Il link riporta ad una testata sionista, di infimo livello, dove livore e volgarità toccano picchi crescenti da un giorno all’altro. Monitorarne i contenuti è un assai penoso compito che ci siamo assunti. Quanto allo spettro di Al Qaeda che sarebbe agitatato strumentalmente da Geddafi, le cose cambiano di aspetto se si intenda la Senussia, che è cosa forse ancora più radicale di Al Qaeda ed è tipicamente libica. Resta in ogni caso da spiegare il doppio standard dell’ingerenza umanitaria della cosiddetta comunità internazionale: perchè Geddafi e la Libia? Perché non Israele in primis? L’Arabia Saudita? Il Qatar? Il Bahrein? Una carità assai pelosa, anzi assai oleosa, di petrolio. Già Noam Chomski aveva notato il tramonto del diritto internazionale. Non esiste più e vige più che mai lo stato di natura hobbesiano accompagnato da tutti gli inganni e i tradimenti possibili. Ma a capire questa realtà non servono a nulla i nostri giornalisti embedded, essi stessi strumenti dell’inganno e della manipolazione in atto. Non stiamo tifando per Geddafi. Stiamo soltanto cercando di osservare e comprendere ciò che accade e dove nessuno, proprio nessuno fa bella figura. La filosofia che si pretende rappresentata dai Glucksmann, dai Bernardi, non sta dando buona prova: per fortuna, a nostro avviso, non è quella la filosofia.

21. Geddafi come Mossaqed? Sulla volontà del rais di nazionalizzare il petrolio libico. – Dall’articolo emerge una nuova inquietante verità che se fosse tale, come pare, farebbe quadrare i conti. Appare del tutto incredibile un prurito umanitario anglo-francese a suon di bombe. Che l’interesse fosse e sia il petrolio è l’interpretazione più plausibile di ciò che accade. Ma adesso con questa notizia del “pazzo” Geddafi che intendeva nazionalizzare il petrolio per distribuirne i profitti direttamente alla popolazione spiega anche il tradimento della sua stessa burocrazia, che avrebbe visto tagliate le fonti della sua stessa sopravvivenza. Se nel 1953, quando in una circostanza simile Mossaqed fece la fine che sono gli eruditi conoscono, oggi per lo meno le condizioni dell’informazione globale sono ben diverse. Intendiamoci: non è che il fatto di sapere conferisca di per sé un maggior potere di quello che potevano avere gli informati del 1953. Allora come oggi il potere continua ad essere il domino della forza, di chi ha il monopolio e l’esercizio della forza militare e di polizia. Le moltitudini vengono governate e trattate non molto diversamente dalla mandrie di bestiame. Ed in effetti le consultazioni elettorali sono riunioni del parco bestiame dentro quei recinti che sono i seggi elettorali, dove che tu ci vada o non ci vada poco o nulla cambia. Se non ci vai, fai un piacere ulteriore a chi dirige il gioco. Che in Libia un branco di sciancati si sia armato per godere di questa nostra suprema felicità è una panzana che è in insulto alla comune intelligenza. Come però andrà a finire è cosa che ancora non è chiaro all’osservatore. Forse lo è per chi ha progettato il tutto. Costui o costoro saranno probabilmente in grado di sapere se tutto procede secondo i loro piani o se invece qualcosa incomincia ad andare storto. Di certo non lo verranno a dire a noi.

22. Cosa è Africom e quali i suoi tentacoli. – L’articolo offre un’interessante descrizione di cosa è Africom e di quali sono i paesi che ne sono coinvolti. L’operazione libica fa parte della strategia di Africom per assoggettare tutto il continente. La UA è cosa ben diversa dalla Lega Araba, che può essere facilmente comprata e condizionabile come gli eventi libici hanno confermato. I paesi che sono o erano totalmente immuni ai condizionamenti di Africom, sono cinque secondo il citato articolo da studiare e sviluppare: Libia (e stiamo vedendo a quale prezzo), Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea, Zimbabwe.

23. Radiografia dei ribelli libici. – Riporto dal testo di cui al link del titolo: «Nonostante le meritevoli aspirazioni democratiche del movimento giovanile libico, il gruppo di opposizione più organizzato rimane il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, da anni finanziato dalla casa saudita, dalla CIA e dall’intelligence francese. Il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione Nazionale’ non è altro che il buon vecchio Fronte Nazionale con il contributo di qualche defezionario tra i militari. Ecco l’élite dei ‘civili innocenti’ che la “coalizione” sta “proteggendo”. Al momento giusto, il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione’ ha trovato un nuovo ministro della finanza, l’economista di formazione statunitense Ali Tarhouni. Egli ha rivelato che un gruppo di paesi occidentali ha concesso loro credito sostenuto dal fondo sovrano della Libia, e i britannici hanno permesso loro di accedere a fondi di Gheddafi per un totale di 1.1 miliardi di dollari. Questo significa che il consorzio anglo-franco-americano e ora la NATO devono spendere solo per le bombe. Di tutti i raggiri della guerra questo è impareggiabile; l’Occidente utilizza denaro libico per finanziare un gruppo di opportunisti ribelli libici per combattere contro il governo libico. Inoltre gli americani, gli inglesi e i francesi adorano questi bombardamenti. I neo-con devono essere su tutte le furie; come ha fatto il precedente segretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz a non farsi venire un’idea del genere per la guerra in Iraq nel 2003? » (Fonte).

24. Una cronaca da Tripoli di Fulvio Grimaldi. – Non è difficile ad un osservatore critica constatare che la maggior parte dell’informazione proveniente dalla Libia è controllata dagli stessi stati che sono in guerra contro il governo di Geddafi, che fino a pochi mesi prima era ricevuto con tutti gli onori da chi oggi gli muove guerra. La motivazione che viene data, ossia che Geddafi starebbe massacrando il suo popolo, e che dunque bisognasse proteggere questo popolo da Geddafi stesso si rivela sempre più una colossale bugia. Ma ciò non è di ostacolo al perseguimento degli obiettivi politici all’origine dell’operazione: far cadere Geddafi, che manteneva per la Libia una posizione di sovranità e indipendenza, ed in suo vece istituire il solito governo fantoccio, prezzolato e prono agli interessi dei corruttori. A farne le spese maggiori sarà proprio quella popolazione minuta e civile, a protezione della quale la propaganda dei media dice si sia intervenuti. La partita tuttavia non è ancora chiusa e noi abbiamo forse i mezzi per osservare ciò che accade in tutta la sua crudezza. Vittime siamo anche noi nella misura in cui i nostri governi democraticament eletti ci precludono la comprensione della nostra quotidianità. L’articolo di Grimaldi è ripubblicato anche da “Come don Chisciotte”, dove è sviluppato un ulteriore commento.

25. Una testimonianza diretta dalla Libia. – Dopo il reportage di Fulvio Grimaldi è qui possibile leggere un’ulteriore testimonianza, di Paolo Sensini, che era uno degli altri italiani che si trovano contemporaneamente in Libia per sincerarsi direttamente con i propri occhi di ciò che accadeva realmente e quindi potercelo raccontare al di fuori del circuito embedded dei media di regime.

26. I retroscena dell’invasione libica. – Andando al link, vi si legge di tutto e sembrano così di altri tempi, quando gli uomini erano cattivi, imbroglioni e prepotenti. Oggi, si sa, viviamo nel mondo globalizzato dei diritti e delle corti internazionali di giustizia, in un modo dove l’ingiustizia, la frode, l’aggressione non sono più possibile e non succedono: ce lo dice anche la televisione. Così sembrerebbe ad una visione ingenua del mondo. Basta leggere questo articolo, che non è affatto unico, ma è quasi scelto a caso fra centinaia, per avere una visione del mondo in cui viviamo alquanto impietosa.